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Posti in ginocchio

A Bolzano, un Auditorium nuovo. Ma l’ndifferenza per i disabili è quella, feroce, di sempre.

Come ho fatto a non accorgermene? Come hanno potuto aprirlo al pubblico? All’Auditorium Haydn, pieno di donne per un concerto in occasione dell’8 marzo, non sono riuscita a sentire la musica, tanto forte era il fragore della vergogna e della rabbia nelle mie orecchie. Con me e con altre c’era un’amica in sedia a rotelle, grande amante della musica e lei stessa musicista. Anche a lei la musica non è apparsa un granché, per il disagio e l’indignazione.

Un Auditorium nuovo. Gli amanti della musica si sono rallegrati. Ma non tutti a ragione. Perché le persone portatrici di handicap motori non sono gradite nella città che ama la musica.

Sabato 8 marzo per la festa della donna c’era un concerto di Miriam Meghnagi, con musiche e canzoni ebraiche e dell’area mediterranea. Due donne in sedia a rotelle si sono avventurate nel tempio della musica bolzanina.

La sorpresa è stata amarissima. L’ascensore porta solo al quarto blocco di poltrone, che era chiuso agli spettatori e alle spettatrici ed è stato aperto solo all’ultimo momento per l’afflusso inaspettatamente elevato.

Lassù, lontano da tutte/i, il posto per le sedie a rotelle è casuale: l’unico spazio libero è nel corridoio dietro la balconata, in un angolo, sotto una sporgenza e con un’acustica cattiva. Chi sta nella sedia, se vuole vedere il palcoscenico, deve stare di traverso. Gambe parallele alla balconata e testa rivolta verso il basso, perché non c’è posto per le gambe. Nei teatri civili si tolgono delle poltrone alla fine della fila, o meglio nel centro, in modo che le sedie a rotelle siano inserite fra gli altri posti a sedere.

In quell’angolo, dove evidentemente non si prevede che si fermi nessuno, sabato sera e probabilmente tutte le altre sere, soffiava sulla schiena e sulla testa uno spiffero di aria gelida che costringe a tenersi addosso il cappotto e a coprirsi la testa con la sciarpa.

Per le accompagnatrici o accompagnatori non è previsto alcun posto. Chi accompagna una persona in sedia a rotelle si deve sedere lontano, o stare in piedi o accucciato/a. Una delle accompagnatrici ha assistito a tutto il concerto in ginocchio: evidentemente la posizione più comoda che ha potuto trovare. Era una ragazza giovane come la sua compagna nella sedia.

Di lassù esiste solo un modo per scendere, un ascensore da un solo lato della sala. Ci si chiede come ciò possa corrispondere alle norme della legge 626: dove fugge, come sfugge in caso di incendio chi non può correre giù per le scale o chi corre dalla parte opposta, dove però non c’è modo di scendere al piano terra?

Alla fine del concerto, scendendo al foyer, si scopre
che le rampe sono troppo ripide e la porta del bagno troppo pesante. Le rampe probabilmente rispettano almeno all’inizio l’8 per cento di pendenza, il massimo consentito dalla legge. Peccato però che nessuno provi a fare un’esperienza personale per capire quanta fatica costi affrontare una rampa così ripida spingendosi con le braccia! E se le braccia sono esse stesse deboli o con problemi, si deve sempre contare sull’aiuto degli altri, un aiuto che purtroppo non è affatto così scontato come dovrebbe essere in una società permeata dallo spirito di solidarietà e di umanità. Potersi muovere tuttavia è in molti casi un diritto, non può dipendere dalla bontà altrui.

Davanti all’Auditorium il Comune non ha ritenuto di fare un parcheggio per portatori/trici di handicap: una scelta coerente con il fatto che essi/e non sono graditi.

D’altro canto non si tratta di una novità. A Bolzano, le strutture culturali sembrano nel migliore dei casi tollerare la presenza di persone con problemi motori. Ma l’inaccessibilità della biblioteca civica, rimasta tale nonostante le numerose e ferme prese di posizione anche dell’assessore provinciale alla Sanità, e del Filmclub, un cinema di tre sale costruito con miliardi pubblici, dichiarato accessibile nonostante le richieste e le proteste delle persone portatrici di handicap e rimasto senza interventi nonostante le ripetute segnalazioni, dimostrano una feroce indifferenza verso i diritti umani, peraltro ben chiaramente fissati dalla legge 104 del 1992, (non a caso recepita con enorme ritardo e solo parzialmente nel sistema provinciale).

Scusino le mie lettrici e i lettori i dettagli di questa "Lettera". Forse conoscete tanti altri esempi. Anch’io. Da tanti anni conosco la fatica di vivere di chi non trova un bar, una pizzeria, un ristorante in cui entrare senza fatica, che deve temere di uscire di casa perché non ci sono bagni pubblici adeguati, che ama la musica e non può entrare nelle sale, che vorrebbe andare al cinema e non ci entra, oppure, come al Filmclub, ci entra a fatica e poi deve stare in un non-posto, in cima alle scale; la fatica di chi ama leggere e scrivere e non può entrare nella maggior parte delle biblioteche, da quella civica a quelle di quartiere.

La sensazione è quella di essere sgraditi: "Diamo fastidio, il nostro posto è lontano dagli occhi, perché disturbiamo la vista" - ha detto amaramente la mia amica, intellettuale, scrittrice, musicista. Il valore delle persone in questa città sta nei piedi. L’abolizione delle barriere architettoniche dona la libertà alle persone con problemi motori: libertà di andare dove vogliono, in molti casi anche da soli, senza dover contare sempre sugli altri per aiuto, libertà di andare con gli altri per amicizia.

Vi parlo male della mia città, Bolzano. Di quell’architetto, amico dei potenti, che non supererebbe un concorso in nessun paese civile, che disegna piazze e palazzi pieni di scalinate e sostiene che ci sono ragioni "estetiche". Chi non può camminare deve fare lunghissimi percorsi, ben lontano dalla gente "normale".

"Individuare, separare, discriminare, eliminare". La quaterna che porta allo sterminio è sempre la stessa. Comincia a prevedere percorsi separati, ad accrescere la fatica di chi già ne fa tanta. A Bolzano non uccide, ma fa sparire dallo spazio pubblico chi, a detta di certi architetti e tecnici comunali, non corrisponde ai criteri "estetici".

Vi parlo male della mia città, Bolzano. Perché non bastano i suoi miliardi, le luci dei suoi ricchi negozi, l’ostentazione del lusso a nascondere la sua feroce indifferenza, la vigliaccheria di chi permette che si aprano luoghi pubblici, giocando sul filo della legge, ma di fatto eliminando dalla vista e dalla vita chi non cammina.

Vi parlo male della mia città, Bolzano. Che vorrei a misura di sedia a rotelle, di bambino, di persona in difficoltà, perché solo così ci si può vivere bene tutti.