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“Io non ho paura”

L'ultimo lavoro di Gabriele Salvatores: un film "americano", nel bene e nel male: nei riferimenti, nel racconto, nel mestiere, nell'appagamento dello spettatore.

Il protagonista di “Io non ho paura” è un piccolo inventore di storie. Un giovane Holden portato fuori da New York City, immerso nei campi di grano di una Basilicata accecata dal sole e costretto a entrare nel dramma pauroso di un rapimento. L’Holden di Salinger nella vita vorrebbe fare il Catcher in the Rye, l’“acchiappatore” nella segale: “Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia”.

Il bambino del film di Salvatores non è così megalomane. E’ più modesto, più semplice: vuole acchiappare e salvare un bambino solo, il bambino rapito, troppo vicino all’orlo del burrone; vuole liberargli gli occhi dall’atrofia del buco buio in cui l’hanno seppellito i cattivi, gli adulti, che per tutto il film rimangono voci provenienti da un’altra stanza. Gabriele Salvatores, in questo suo ultimo film, si prende dei rischi: “non ha paura” a confrontarsi con un capolavoro della storia del cinema, “La morte corre sul fiume”, il film di Charles Laughton del 1955. Vengono da lì le metafore da libro di fiabe: la cavalletta falciata dalle mietitrebbie, gli animali della notte sulla strada del protagonista. La citazione è metabolizzata bene, e sin qui Salvatores si muove in un solco ben tracciato. Ma i richiami all’immaginario cinematografico, letterario e visivo non si fermano qui: Salvatores ne stende, volontariamente o no, un intero elenco, aggiungendo riferimenti a riferimenti, fino a dare l’impressione di un’accumulazione di stereotipi e, quasi, di un inquinamento alla fonte.

Tutti i nostri immaginari sono inquinati. L’importante è esserne consapevoli e farsi carico di un lavoro di pulitura, di filtro, oppure, al contrario, di un lavoro di esplicitazione e decostruzione. Quando, in un film, si ha l’impressione di veder citato di tutto, spesso inconsapevolmente, rimane addosso la sensazione di una certa torbidezza di pensiero, palese in altri film di Salvatores - “Nirvana” - tagliuzzamento di scene madre prese qua e là dai più noti film di fantascienza.

In “Io non ho paura” elenchiamo, oltre a Laughton: il tuffo sotto terra di “Velluto Blu” di Lynch, le trebbiatrici minacciose di “Furore” di John Ford, l’estate di “Stand by me”. Persino la fotografia sembra richiamare ancora John Ford, “Sentieri selvaggi” (anche se, diversamente da “Sentieri selvaggi”, qui a volte viene voglia di prendere in mano il telecomando per correggere la luminosità). Il problema diventa serio quando si giunge alla ripetuta citazione involontaria di ET (la manina del bambino rapito che reclama “Acqua” ma potrebbe dire anche “Casa”). E poi ultimamente è uscito “Signs” e in un certo modo ci pare che il ritmo del racconto, lento ma denso, con una progressione finale, ricalchi lo stile di Shyamalan (“Il Sesto Senso”, “Unbreakable”, “Signs”)…

Pazienza. I riferimenti, come si vede, sono quasi tutti al cinema o alla letteratura statunitense. E’ americano nella messa in scena, molto artefatta e costruita, e anche nel modo di portare avanti e risolvere il racconto. La cosa che sappiamo è che il cinema americano - anche se negli ultimi anni si dice che è in crisi nera - è capace di raccontare bene, di catturare lo spettatore, di avvolgerlo nel paesaggio e coinvolgerlo nella trama. Sappiamo anche che i registi americani sono quasi tutti gente di mestiere, che si pone al servizio di una storia, una produzione, un cast. Ecco, Salvatores fa l’americano: usa bene lo scenario - un Sud che gli permette di sfruttare la sua famosa passione per gli spazi aperti - e traspone bene soggetto e sceneggiatura di Niccolò Ammaniti.

Gli italiani (gli europei), di solito, vogliono creare attorno a sé un’autorialità che a volte trovano e a volte no. Girare un film così è “facile” solo per uno che ha mestiere e che padroneggia il mezzo. E’ un merito: non sono molti i registi italiani che lo sanno fare - confezionare bene un prodotto, girare le scene come si deve e poi montare la storia in modo che abbia progressione e ritmo.

Spesso, per i film americani medio-buoni, si esce dalla sala con quella sensazione di piacevolezza che dà l’essersi abbandonati a una storia. Forse questo vale anche per “Io non ho paura”, che come esito supera di gran lunga gli ultimi precedenti film di Salvatores: la storia cattura e tiene avvinti alle sorti dei personaggi.

Effettivamente, questo è (già) cinema.

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