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Modello veneto, variazioni sul tema

Siamo così diversi, noi e loro? Sì e no...

Da un po’ di tempo è al centro delle discussioni politiche locali la questione del cosiddetto modello veneto e anche il nostro giornale ne ha raccolto alcune istanze sviluppandole in inchieste e editoriali. Ovviamente quando si parla di Veneto il Rondò venessiano ha il dovere morale di intervenire, magari per ricamare qualche variazione sul tema.

Le polemiche accese in questi giorni pongono l’accento sugli aspetti peculiarmente "mercantili" del modus vivendi veneto. Questi aspetti investono naturalmente anche l’ambito culturale e artistico: in Veneto c’è minor disponibilità di risorse pubbliche e l’iniziativa privata è predominante sia in ambito scolastico che in quello dello spettacolo.

La preminenza del privato porta a scelte non sempre felici in campo culturale: molte scuole musicali somigliano più ad aziende che a luoghi didattici e assecondano i gusti dei clienti approntando corsi in stile pianobar senza preoccuparsi di inserirli in un organico progetto culturale. Ma pure parecchie istituzioni filarmoniche e liriche devono confrontarsi col mercato e pertanto preferiscono non arrischiarsi di allontanarsi dai cliché collaudati per ricercare formule innovative ma meno "paganti".

Ne consegue (facendo le dovute proporzioni) una politica musicale nel territorio più piatta, stereotipata e meno formativa rispetto alla nostra che invece, godendo di cospicui interventi pubblici, può permettersi maggior libertà da scrupoli e compiacimenti di marketing e quindi svilupparsi con più completezza e in offerte culturali ad ampio spettro.

Però adesso vanno fatte alcune precisazioni per spazzare via luoghi comuni che spesso analisi troppo frettolose fanno lievitare.

Io il Veneto lo conosco discretamente bene, visto che ci lavoro da oltre 15 anni e posso assicurare che i veneti non sono una razza di autolesionisti che si gode quando fa la coda sulla tangenziale di Mestre, o che dispiega con soddisfazione l’apparato polmonare per suggere i profumi della zona industriale di Vicenza...

Le cose non stanno così. I veneti sono gente normale che condivide per lo più le nostre aspirazioni di qualità della vita. E anche noi trentini condividiamo quella propensione al consumismo che sembra prerogativa dei veneti: ci piace una bella casa, mangiare al ristorante e far le ferie sul mar Rosso, esattamente come piace a loro. Insomma le due popolazioni sono pressoché in sintonia nella valutazione delle gioie e dei dolori del capitalismo odierno.

Una differenza sostanziale però esiste tra il Veneto e il Trentino ed è bene avercela sempre presente quando parliamo di economie regionali e stili di vita.

Al Trentino su 100 di imposte e tasse versate lo Stato restituisce 90, al Veneto solo 30. In altre parole la quasi totalità delle nostre risorse fiscali resta in loco grazie all’autonomia, mentre il 70% di quanto versato dal contribuente veneto prende la strada di Roma per finanziare servizi pubblici di cui anche noi trentini usufruiamo. La questione sta tutta lì e sono migliaia di miliardi di vecchie lire. Il Veneto è una bestia da soma che tira il carretto mentre noi, sul carretto, ci stiamo sopra.

Del nostro modello alpino abbiamo buoni motivi per andare fieri: le attenzioni che riserviamo all’ambiente, alla ricerca universitaria e scientifica, alla salvaguardia del patrimonio artistico, alla formazione scolastica... costituiscono un riferimento per l’Italia e l’Europa e speriamo che questo primato continui. E’ bene tuttavia essere cauti quando si confronta la nostra placida e ben pasciuta Provincia autonoma con Regioni a statuto ordinario: non dimentichiamo che il nostro modello è comunque un privilegio, un lusso che possiamo permetterci grazie all’apporto finanziario di altri che sgobbano.