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Luigi Bartolini: gli anni meranesi

Merano Arte (fino al 18 maggio) ci presenta le molte facce del grande artista nel suo esilio in Alto Adige.

Nato nel 1892 a Cupramontana (Ancona), Luigi Bartolini è considerato, insieme con Giorgio Morandi, il massimo incisore italiano del ‘900. L’interesse per questa difficile e preziosa tecnica accompagnò la giovinezza dell’artista, portandolo a conoscenza in particola modo dei lavori di Rembrandt, Goya, Signorini e soprattutto Fattori. Nel 1924 tiene la sua prima importante mostra, presso la Casa d’Arte Bragaglia a Roma, e da quell’anno è tutto un susseguirsi in crescendo di affermazioni e riconoscimenti nelle più importanti rassegne artistiche, dalla Biennale Romana (1925) alla Biennnale di Venezia (dal 1928 al 1936), all’Esposizione del Bianco e Nero del 1932 alla Quadriennale (1935 e 1939).

Luigi Bartolini.

Ma la sua poesia, sospesa tra lirismo e neorealismo, non si espresse nel solo - sapientissimo - uso del bulino e dell’acido nitrico; fu infatti anche brillante scrittore, sia di romanzi (suo il "Ladri di biciclette" trasposto in pellicola da De Sica e Zavattini), che di poesie e, non ultimi, di scritti dedicati all’arte (vanno ricordati per lo meno i caustici attacchi contro Giorgio Morandi lanciati dalle pagine di Quadrivio).

Il Bartolini che ci è presentato nell’imperdibile mostra allestita negli spazi di Merano Arte è un po’ di tutto questo, con l’attenzione puntata sugli anni che il maestro trascorse a Merano (1933-8), e in particolar modo sulla coeva produzione di acqueforti, in cui limpido è l’idillio delle piccole cose ebbre di naturale poesia.

Il soggiorno meranese non fu per Bartolini una scelta volontaria; egli infatti, a seguito di amicizie poco gradite al regime fascista, in particolar modo quella epistolare col critico d’arte Lionello Venturi, al tempo espatriato in Francia, venne esiliato dapprima a Montefusco (Avellino) e in seguito appunto a Merano. Ma se sarà di fatto escluso dai circuiti più vitali dell’arte, intimamente quanto artisticamente Bartolini visse allora una stagione assai felice, tanto che in seguito ricorderà quegli anni d’esilio come tra i più ispirati e produttivi. L’immersione nella poesia di quei luoghi sarà infatti totale, e Bartolini filtrerà mirabilmente il dato naturale in modo mai banale e scontato, modulando sapientemente i toni dalla trasparenza più rarefatta, incidendo a tratteggi leggeri e seguendo la linea pura (come in "Le piante grasse", 1949) a un’oscurità vorticosa (come in "Bosco sul Passirio", anni ’30) che ricorda la grafica espressionista.

Il risultato è un sincero e spesso trasognante racconto delle sue contemplazioni, con al centro soggetti sempre minimi (lo scorcio, il mazzo di violette, le linee di una conchiglia, il profilo sensuale di un’adolescente…) immersi in un’idillicità virgiliana, in dialogo però col neorealismo, vicinissima a "Strapaese", e quindi opposta al gigantismo in cartapesta di "Novecento".

Musa e amante di questi anni meranesi fu per Bartolini Anna Stickler, i cui profili sono incisi in molte delle lastre di quegli anni, e il cui ricordo è forte anche nella coeva produzione letteraria ("Poesie ad Anna Stickler", 1941; "Vita di Anna Stickler", 1943), anch’essa ben documentata in mostra, dalla quale traspare come pur in quegli anni d’esilio Bartolini non fosse alieno da spirito polemico, in particolar modo nei confronti dei forestieri cittadini, incapaci di inebriarsi della poesia di quei luoghi.

Luigi Bartolini, “Anna ed Emma nei boschi” (acquaforte, 1933).

Nel percorso della mostra, tra olii, testimonianze di meranesi che conobbero Bartolini in prima persona (i cui ricordi sono ascoltabili in audiocassette) , fotografie della Merano di quegli anni, letture di brani, ma soprattutto tante e preziose acqueforti (tutte tirate in pochi se non unici esemplari, come era solito fare Bartolini), si potrà idealmente respirare la fervida creatività di quegli anni vissuti da uno dei protagonisti del ‘900, anni così innocenti ed innamorati della natura e della naturalezza della vita.

"M’alzerò, dal giaciglio, innanzi l’alba, alle mie solite cinque ore; e prenderò per i campi. Prenderò per i campi con il mio solito bagaglio leggero, leggerissimo. Una buona bicicletta, una cartellina per disegnare, una lastra dentro la cartellina, un taccuino per segnare ciò che mi passerà per la mente" (Luigi Bartolini, da "Gli esemplari unici o rari", 1952).

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