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Tretter, go home!

Vorremmo non parlare più di lui; ma visto che tutti lo prendono sul serio...

Prima delle elezioni provinciali del ’93, quelli del Patt avevano firmato un impegno a "togliersi di mezzo" in caso di semplice rinvio a giudizio. Poi, appena uno di costoro (Binelli) finì nei guai, si scoprì che questo impegno riguardava eventuali accuse di corruzione, non altro. Non c’era motivo, secondo loro, perché rapinatori, ladri e omicidi dovessero dimettersi dal Consiglio.

Quelli del Patt avevano altresì promesso che non avrebbero fatto i consiglieri per più di tre legislature. Poi si scoprì che la conta partiva da quel momento, da quelle elezioni.

Nel 1997 Franco Tretter decise (e non era la prima volta) di abbandonare la politica attiva, e ratificò questa solenne, sofferta determinazione organizzando egli stesso la sua propria celebrazione, "una convention all’americana - scrisse l’Alto Adige - con centinaia di amici e sostenitori… con tanto di musica e canti"; un solenne "Tretter Day", insomma, intriso di gratitudine e commozione per il grand’uomo in procinto di ritirarsi nel paesello natìo onusto di gloria; "Un uomo - ribadiva suo figlio in una lettera comparsa in quei giorni sulla stampa - che ha sempre cercato il bene della sua gente, che ha sacrificato anche la sua famiglia, che ha pagato troppo spesso prezzi altissimi pur di non venir meno a quei valori e a quei principi". "La sua lettera, di cui non ero al corrente - gli rispose altrettanto pubblicamente papà - mi ha fatto riflettere". Conclusione: "Sono stanco e ho voglia di lasciare per riposarmi e ritrovare serenità…".

Nell’imminenza delle successive consultazioni (siamo nel ’98) leggemmo sui giornali che effettivamente "Franco Tretter assicura di voler lasciare". Ma non era vero niente: Tretter si ricandida e torna in Consiglio. Il cav. Sergio Casagranda buonanima, già suo compagno di partito, aveva avvertito: "Oh, Tretter, quello lì, una volta che dice una cosa vera, fuori scoppia il temporale".

Quando poi arriva il tempo delle rogne giudiziarie, la melensa retorica del Cincinnato che ritorna volontariamente nell’ombra lascia spazio ad un’altra retorica ancor meno credibile, quella del vorrei (andarmene) ma non posso perché il popolo mi vuole. E Tretter ripete questo concetto ossessivamente, alternandolo alle lamentele di persecuzione giudiziaria: "Non mi sono dimesso, né lo farò in futuro. Lo debbo per rispetto alla gente che mi ha votato". "Tradirei la fiducia degli elettori". "Io non leggo i giornali (figurarsi!, n.d.r.). Ma sento la gente comune: sono moltissime le persone che mi confortano, che mi ripetono di non mollare perché il mio ruolo politico è utile alla comunità. Ed io rimarrò in aula fino all’ultimo giorno… A me interessa il parere della gente comune: nelle ultime ore mi avranno scritto mille persone". "Sono consapevole di essere come Davide contro Golia, ma vado avanti lo stesso". "Per Natale ho ricevuto almeno mille biglietti d’auguri". Fino al discorso del suo recente rientro in Consiglio: "Io sono uno dei consiglieri che ha ricevuto più voti e che è sempre stato coerente con le proprie battaglie… Ho ricevuto centinaia di lettere e telegrammi di solidarietà". A quel forcaiolo di Passerini, secondo il quale un consigliere condannato con sentenza definitiva per furto dovrebbe dimettersi per non sputtanare l’istituzione, replica disinvolto: "Me ne sarei andato, ma sono innocente… Se sono qui è perché ho la coscienza a posto". E naturalmente non esclude di ricandidarsi.

Intanto nell’aula - leggiamo sull’Adige del 5 giugno - "è tutto un rincorrersi di colleghi, di maggioranza e non. Pacche sulle spalle, strette di mano, grandi sorrisi di bentornato e attestazioni di stima".

Nel febbraio del 2001, commentando in questa rubrica l’ennesima impresa di Tretter (la creazione di un fantomatico movimento denominato ‘Giustizia e Democrazia’ e uno sciopero della fame più proclamato che praticato), titolavamoSilenzio stampa, prego!.Auspicavamo che i colleghi di Tretter e la stampa locale smettessero di dare rilievo a delle vicende che sempre meno avevano a che fare con la politica e l’interesse collettivo, e che prevalesse, nel silenzio o quasi, un doveroso esercizio di umana pietas. Ma la pervicacia di Franco Tretter e soprattutto le "attestazioni di stima" di troppi consiglieri impediscono che questa brutta storia, almeno nelle sue battute finali, si riscatti con un briciolo di dignità.

Avremmo preferito poter fare a meno di parlare ancora di quest’uomo, ma visto che lui continua a prendersi molto sul serio (e questo è comprensibile) e che lo stesso continuano a fare molti politici (e ciò è imperdonabile), ci vediamo costretti a farlo anche noi, a rischio di apparire quelli che sparano contro la Croce Rossa. Con la speranza che nel prossimo autunno siano gli elettori a costringerlo a quel passo cui avrebbero dovuto indurlo, da tempo, familiari e colleghi.