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Pacifismo a senso unico?

“Perchè i pacifisti non manifestano per gli studenti iraniani?” Come una domanda giusta può essere scorretta.

Si dice, polemicamente, che i pacifisti vanno in giro a manifestare solo contro gli americani. Nessuno che si muova per condannare Putin che nega l’indipendenza alla Cecenia e nel teatro di Mosca, assieme ai terroristi, fa massacrare anche cento ostaggi. O contro il governo cinese che manda a morte i tre quarti dei condannati a pena capitale che ogni anno sono giustiziati nel mondo. Non c’è nessuno che dimostra il proprio sostegno a favore degli studenti iraniani che lottano contro il potere teocratico degli ayatollah, né che denuncia l’orrore degli attentati del terrorismo o il regime repressivo di Fidel Castro. Quando invece c’è da protestare contro Bush, centinaia di migliaia, milioni scendono in strada. E’dunque un pacifismo a senso unico, un manipolato sfogo di anti-americanismo?

E’ inutile negarlo. Tutto ciò è incontestabilmente vero. Fra tutte le nequizie che infestano il vasto mondo, quelle che più eccitano la sensibilità e la rabbia dei pacifisti sono quelle commesse dall’impero. E’ contro la grande potenza, verso la democrazia più avanzata, nei confronti del faro della civiltà occidentale che si leva l’opposizione popolare in tutto l’Occidente, mobilitando masse imponenti di giovani ed esponendo sui balconi di innumerevoli case le bandiere della pace.

Scambiare un tale fenomeno per "anti-americanismo" è però un colossale errore. Non nego che in questi movimenti sia presente uno spirito critico nei confronti dell’"americanismo", cioè di quell’atteggiamento mentale assai diffuso che considera mirabile tutto ciò che promana dagli Stati Uniti, eretti ad indiscutibile mito dei nostri tempi. Ma rivendicare e difendere una facoltà di manifestare l’opposizione nei confronti del governo degli Stati Uniti non significa essere "anti-americani", al contrario implica invece ritenersi partecipi del medesimo sistema politico-culturale del quale gli Stati Uniti rappresentano l’apice. Infatti le manifestazioni di protesta od opposizione popolare sono tipiche caratteristiche dei sistemi democratici.

Ciò che distingue una democrazia da una dittatura è per l’appunto l’esistenza nella prima di una libera opposizione che si sviluppa nelle forme consentite. In tali regimi la libera opposizione è una sorta di anticorpo che impedisce la degenerazione del potere democratico in tirannia. Nel mondo globalizzato l’Occidente costituisce un sistema politico-economico-culturale dotato di una sua omogeneità. Ed è al suo interno che specularmente si esercita il potere ed il corrispondente contropotere. Ciò che fa Washington coinvolge anche noi attraverso un’articolata serie di connessioni. Le decisioni di quel presidente, sia pure in modo indiretto, investono anche la nostra responsabilità di cittadini di questa parte del mondo democratica ed opulenta. Sollecitano la nostra adesione o la nostra riserva per gli effetti che possono avere anche sulla nostra esistenza.

Non è così per le nefandezze di Saddam Hussein, per i genocidi tribali africani, per l’oscurantismo teocratico di Khamenei, per gli orrori del terrorismo suicida di Bin Laden: tutto ciò non appartiene al nostro mondo. Tutto ciò è abominevole, ma sfugge alla nostra immediata possibilità di intervento. Non solo, ma già vi provvedono i nostri governi.

Che senso avrebbe manifestare a Roma, Parigi, Londra, Washington contro Saddam Hussein o contro Bin Laden, quando già i nostri governi li contrastano con la forza delle armi? O contro la teocrazia di Teheran, quando su di essa incombe la minaccia di una dura lezione? O contro il regime di Cuba che già è assediato dall’embargo?

E’ contro queste modalità di intervento che reagiscono i pacifisti, perché le ritengono ingiuste e catastrofiche nei loro effetti. E’ contro i meccanismi dell’economia occidentale che insorgono i new global perché li denunciano come cause o concause dell’infinita infelicità che devasta il mondo. Non sono contro l’America o l’Occidente. Sono per una diversa politica dell’America e dell’Occidente che sia degna dei valori di civiltà libera ed egualitaria che andiamo proclamando.