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Legge e giustizia non sono la stessa cosa

Ciò che il diritto consente non sempre è “giusto”. Ma ce lo stiamo dimenticando... Don Marcello Farina interviene nel dibattito sull’etica nella politica

Marcello farina

Lo ‘scandalo’ è durato poco. Che ne è oggi dello stato d’animo suscitato dalla lettera di uno studente liceale a proposito del ritorno alla vita pubblica di un noto politico trentino e dell’accoglienza positiva riservatagli dai suoi colleghi? Nulla o quasi. Tutto è ritornato alla normalità, al di là di qualche strascico polemico.

Franco Tretter.

Doveva andare così e perfino lo scandalo, a distanza di tempo, appare fragile e moralistico. Perché? Non certo per le sacrosante attese di giustizia delle persone; non per il fatto in sé, che può essere interpretato severamente; ma per la sensibilità diffusa nei confronti della legge stessa, che affida al diritto di decidere la bontà o la malvagità di un’azione. Se si è assolti, automaticamente si è nel giusto; se si è condannati, automaticamente si è delinquenti, a meno che non ci sia in atto un fumus persecutionis nei confronti dell’imputato stesso, che rende iniqua anche l’applicazione della stessa legge.

Non è quello che capita oggi in Italia? Non si assiste al tentativo di alcuni di sottrarsi all’applicazione della legge? Non è questo, in sintesi, il politically correct, cui si fa ricorso generalizzato? Il positivismo giuridico, che affida al diritto l’intera questione della giustizia, senza alcun fondamento di natura antropologica e men che meno metafisica, porta con sé la conseguenza che la legge basta a se stessa; se si è assolti si è anche "giusti" e se si è "giusti", perché non si deve essere reintegrati nei propri diritti?

Il caso in questione è poi sintomatico: l’assoluzione è per lo storno di fondi pubblici; e l’eventuale caso del furto privato, se fosse provato, attiene alla sfera dei comportamenti personali, che non devono pesare nella valutazione complessiva. Da quando in qua la morale deve intervenire a dare un giudizio alle persone "pubbliche"? Salva la legge, tutto è salvato, così che merita di far festa al figliol prodigo!

C’è una grande ipocrisia in giro, così difficile da smascherare e da combattere, il "pudore" è come la foglia di fico che non si vede l’ora che cada al primo soffio di vento. A meno che non si pensi che la "legalità" sia anche "altro" rispetto alla mera esecuzione giuridica e porti con sé il rispetto per un ideale di società, per dei valori condivisi, per la stessa tradizione di un popolo, per la serietà delle istituzioni stesse. Ciò implica, ad esempio, l’attenzione, oggi così scarsa, all’autorevolezza delle assemblee legislative, la denuncia del possibile asservimento della legge a interessi particolari e il tentativo di alcuni di sottrarsi all’applicazione della legge. Basti pensare ai ripetuti interventi di delegittimazione nei confronti della Costituzione.

Ha scritto qualche tempo fa il giudice U. De Siervo, membro della Corte Costituzionale: "La confusione costituzionale quasi generalizzata espone il nostro paese a seri rischi di degrado sia educativo che disarticolazione della giustizia". E A. Giordano, segretario del Consiglio delle conferenze episcopali europee, gli ha fatto eco, affermando che "è un dato di fatto che la maggioranza degli italiani non sembra considerare la legalità come qualcosa di serio".

La vera questione cruciale non è la mancanza di applicazione dei codici, ma è la mancanza di principi condivisi che sottostanno alla costituzione del vivere sociale.

La legalità non si recupera, ridicendo retoricamente la sua importanza. Occorre un vero lavoro di ricostruzione. E nel clima di disincanto collettivo rispetto al bene comune e alle responsabilità individuali che contraddistingue questa fase storica, è necessario aiutare a rimettere al centro dell’interesse le cose di tutti, a ripartire dal basso, perché la cultura (anche giuridica) in cui viviamo non ci aiuta granché.

Sono parole strane oggi "responsabilità, "onestà, "trasparenza"? C’è un’immagine di "uomo", di "donna" che valga per se stessa, anche senza il puntello del diritto? C’è un dovere di rispettare le istituzioni, così che esse siano effettivamente segno di cittadinanza e non di servitù? E’ possibile essere tutti eguali di fronte alla legge? Perché continuare a delegare i potenti e non assumersi l’onere di una partecipazione attenta alla cosa pubblica?

Il nostro buon Trentino, così asburgico e così moralista-religioso, si adatta velocemente al diffondersi della prepotenza, dell’arroganza, della superficialità, e non è detto che sappia reagire con prontezza alle molteplici forme di illegalità che permeano la vita quotidiana civile e politica di grandi e piccole comunità. Basta avere occhi per vedere!