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“Oriente-Occidente”: dall’incenso al digitale

Pur sempre con troppo poco Oriente, la XXIII edizione della rassegna roveretana presenta un bilancio positivo, con un interessante excursus nell'utilizzo della multimedialità nella danza.

Qualcuno si chiederà, dopo questa XXIII edizione di Oriente-Occidente, che fine abbia fatto il continente asiatico e, in generale, quegli spettacoli che sapevano offrire all’occhio occidentale un po’ di quell’esotico immaginario orientale spesso capace - forte di un connaturato senso di ailleurs - di suscitare stupore. E dire che Gillo Dorfles, presente in uno degli affollati incontri pomeridiani dedicati ai linguaggi, ha sottolineato come – dalla danza all’architettura - l’occidente, frenetico e bulimico, guardi sempre più con ammirazione all’astrazione, alla lentezza, al sottile senso di vuoto del continente asiatico. Il problema è forse allora intimamente connaturato nell’arte orientale, danza compresa, a quel suo persistere nella tradizione, con poche, preziose varianti, per lo più illeggibili a un pubblico, estraneo a quel mondo, che potrebbe – e forse non a torto - incappare in un’idea di ripetitività; insomma, un qualcosa di poco raccomandabile ad un festival che oltre alla qualità guarda anche, come è giusto che sia, alle presenze.

L'indiano Raghunath Manet.

Eppure l’unico spettacolo dedicato all’altra parte del mondo, eseguito dalla compagnia di Raghunath Manet (India), sembra dimostrare il contrario, visto il grande apprezzamento accordatogli dal pubblico E allora? Non resta che sperare che nella prossima edizione alla danza tradizionale dell’Asia (non occidentalizzata) sia dato qualcosa in più, come del resto accaduto in anni precedenti.

Nota critica a parte, l’edizione di quest’anno è stata comunque sostanzialmente positiva, con spettacoli per lo più di buon livello qualitativo. Particolarmente apprezzata la ripresa dei lavori di Loie Fuller, pioniera della ricerca multimediale nel campo della danza e musa cara a tanti artisti d’avanguardia, in special modo ai futuristi che ne apprezzavano le innovative ricerche sul movimento associato alla luce-colore. Alla sua figura sono stati dedicati sia spettacoli in chiave decisamente filologica (Brygida Ochaim, Germania), sia dei d’après tra il classico e il tecnologico, proposti dalla compagnia CNN – Ballet de Lorraine presente sul palco anche con un omaggio ad altri tre grandi nomi della danza moderna: Merce Cunningham, José Limón e Vaslav Nijinski.

Emio Greco col suo Rimasto Orfano ha replicato il successo della scorsa edizione con uno spettacolo centrato sul dialogo-tensione tra corpo e mente, forte di una teatralità espressiva che affonda le radici sia nel linguaggio classico che post-moderno. Lauto successo di pubblico e critica anche per lo spettacolo Bitches Brew/Tacoma Narrows della belga Anne Teresa De Keersmaeker, estenuante e caotico come il miglior jazz, e non a caso in esso i danzatori si muovono in simbiosi con le note di Miles Davis. Non molto apprezzati invece i due spettacoli di Michele di Stefano: corpi all’apparenza grevi, primitivi, scomposti, stravolti, che incuriosiscono ad un primo sguardo, ma poi offuscati dallo spettro della monotonia e della noia; un plauso comunque per la ricerca di nuovi – seppur non esteticamente piacevoli - modelli di danza.

Decisamente più dinamico, policromo e multimediale lo spettacolo Transister della compagnia di Alessandra Sini, in parte penalizzato dai troppi spettatori accalcatisi attorno alle varie scene allestite in più punti del Mart, ove forte era il dialogo tra corpo e una multimedialità fatta di video, musica elettronica, oggetti pop. La messicana Tania Pérez-Salas ha messo in scena tre spettacoli brevi, dei quali ha entusiasmato soprattutto la scenografia (il terzo pezzo, The Waters of Forgetfulness, si svolge s’un lieve strato d’acqua…), mentre per quanto riguarda la danza vera e propria ne è stata criticata la troppa aderenza a modi classici.

Brygida Ochaim.

Dello spettacolo della compagnia belga Les Ballets Contemporaine de la Belgique condividiamo il commento di Dorfles: artisti assai capaci e preparati, ma allo spettacolo manca un senso, una capacità narrativa.

In Globoremake di Ariella Vidach, prima tappa di ricerca di un lavoro ancora in fase evolutiva, i corpi dei danzatori diventano elemento visivo multimediale: telecamere e sensori ottici duplicano il campo della performance dallo spazio reale a quello fittizio degli schermi, in un insieme che se delude forse le attese più vitalistiche dello spettatore (nel dépliant si parla infatti di suo coinvolgimento diretto; in realtà tutto si conclude in una saltuaria ripresa da parte delle telecamere) risulta comunque suggestivo e stimolante.

Tra gli spettacoli di strada abbiamo apprezzato soprattutto la compagnia australiana Strange Fruit, presente nella piazza del Mart con una performace aerea dal grande impatto visivo; meno riusciti gli spettacoli del Teatro delle Moire, eseguiti per lo più negli angusti spazi delle vetrine del centro: forse buona l’idea di marketing, mentre i brevi spettacoli, seppur con qualche lodevole eccezione, non hanno saputo entusiasmare, probabilmente proprio a causa dello spazio scelto per l’azione.

Spettacolo finale ed unicum esotico lo strabiliante e instancabile Raghunath Manet e la sua altrettanto preparata compagnia, che tra musica - soprattutto voce e percussioni - e danza (ove tipica è la gestualità del volto e delle mani) ha offerto al pubblico entusiasta uno spaccato della cultura indiana.