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Una riforma inutile e crudele

Il problema (vero) delle pensioni, le risposte (dannose) del governo. E la possibile (ma difficile) soluzione.

Non sono un economista e nemmeno un esperto di questioni previdenziali. E tuttavia l’intrusione a sorpresa del primo ministro nelle nostre case per intrattenerci dallo schermo televisivo sulla riforma del sistema pensionistico mi ha obbligato a meditare attorno all’argomento.

Non è che le parole di Berlusconi mi abbiano illuminato. Non vi era nulla di nuovo o di originale in ciò che ci ha detto. E nemmeno ho provato stupore nel notare quel suo tono forzatamente bonario nell’annunciare con un ammiccante sorriso misure impopolari che avranno ripercussioni negative sulle condizioni di vita di milioni di italiani. Tono e sorriso li conosciamo ormai, sono quelli tipici di un professionista della pubblicità avvezzo ad imbonire, congeniali alla sua indole. Semmai ciò che mi ha colpito è la crudele inconsistenza delle soluzioni proposte. Esse infatti sono riuscite soltanto a far infuriare i sindacati e, al contempo, a deludere le attese della Confindustria. E ciò perché sono appunto misure nocive per moltitudini di lavoratori presenti e futuri e ciò malgrado del tutto inadatte a risolvere il problema.

Il problema nasce dal semplice incontestabile positivo fatto che oggi viviamo più a lungo. I milioni di lavoratori che ad un certo punto della loro vita, volenti o dolenti, vanno in quiescenza, oggi vivono mediamente dai 15 ai 20 anni da pensionati. Gli esperti disputano a colpi di statistiche e proiezioni, e secondo taluni la riforma Dini con eventuali piccoli aggiustamenti è sufficiente a garantire l’equilibrio fra contributi ed erogazioni; secondo altri invece tale equilibrio ben presto salterà se non si adottano nuove e radicali misure.

La misura proposta in buona sostanza è quella di tagliare le spese per le pensioni. Per ottenere questo risultato si propone di ritardare l’età della quiescenza, di commisurare la pensione ai contributi versati e non all’ultimo stipendio, di convertire la liquidazione in fondi privatamente gestiti di previdenza integrativa.

Ma ritardare l’uscita dal lavoro dei lavoratori anziani, anche ammesso che gli incentivi proposti siano idonei a favorirla in misura significativa, ritarda anche l’ingresso dei giovani, e quindi aggrava il fenomeno della disoccupazione giovanile. La flessione delle prestazioni pensionistiche abbassa la capacità di spesa di milioni di famiglie con il risultato di ridurre ulteriormente la domanda ed i consumi, fattore questo che già ora è una concausa importante della perdurante stagnazione economica. La capacità dei lavoratori di pagarsi una previdenza integrativa privata sembra compromessa dal decremento già in atto delle retribuzioni per effetto della inflazione reale. L’unica cosa possibile e giusta che si potrebbe fare, il taglio delle pensioni d’oro, non si farà, ed anche se la si facesse avrebbe una incidenza irrilevante rispetto all’ammontare complessivo della spesa previdenziale.

Ecco perché la riforma proposta dal Governo scontenta tutti: essa provoca soltanto danni e non risolve il problema.

Per porvi mano veramente è necessario partire da una panoramica meno angusta del servizio previdenziale. Oggi esso è finanziato esclusivamente con prelievi effettuati dal reddito del lavoro dipendente, ed in minore misura dal reddito di lavoro autonomo. Anche la quota di contributi formalmente a carico del datore di lavoro in realtà altro non è che una parte della retribuzione. Infatti essa è considerata parte del costo del lavoro ed il governo ora propone di usarla come incentivo per ritardare il pensionamento, mettendolo in busta paga anziché versarla all’Ente previdenziale.

E’ giusto, è economicamente razionale, che un servizio come quello previdenziale gravi esclusivamente sui redditi da lavoro? Esso ha una dimensione finanziaria così imponente e riguarda una quantità così vasta di persone da assumere un peso di grande influenza sull’andamento dell’economia complessiva. Da esso tutti i comparti economici, da quello produttivo a quello dei servizi, traggono cospicui benefici. Perché non dovrebbero essere tutti i redditi chiamati a contribuirvi? Perché insomma anche il servizio previdenziale non dovrebbe rientrare nel più generale sistema fiscale?

Mi rendo conto che il salto non è di breve momento. Già la crisi fiscale dello Stato è fenomeno che ci trasciniamo da tempo. E tuttavia è lo strumento fiscale l’unico che abbia la potenziale attitudine a ridistribuire la ricchezza prodotta. E’pure giunto il momento forse di affiancare, nella scale dei nostri valori, al mito dell’incremento del prodotto interno lordo anche il progetto di una sua più equa ripartizione.

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