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Non c’è più firmamento

A Verona 180 opere per raccontare le inquietudini e le ansie di un secolo.

Finalmente Giorgio Cortenova, direttore della Galleria di Palazzo Forti di Verona, è riuscito a realizzare la madre di tutte le mostre da lui organizzate attraverso quel denominatore comune accattivante, "la creazione ansiosa", che pone, come centrale per una riflessione critica sul Novecento, la zona d’ombra, il "Sole nero", l’arte "tenebrosa" (per usare un termine caro a Gérard de Nerval), quell’arte definita degenerata che porta con sé i prodromi della dissoluzione.

Georg Baselitz, P.D. Idolo (1964).

E lo fa con accostamenti desueti, con un percorso a ritroso ed improvvise accelerazioni; una discesa nel basso della materia, che mette in risalto la volontà di incidere e di perforare, "una sensazione di bruciatura acida nelle membra, i muscoli torti e come a nudo, il senso dell’essere di vetro e sbriciolabile" (Antonin Artaud), visioni che vediamo tradotte nelle opere di Burri, Music, Baselitz, Schad.

Di grande impatto emotivo le ceramiche del barbaro Asger Jorn accostate al S. Sebastiano di Leoncillo e alle più famose sculture di Giacometti e Marino, che nella loro ricerca dell’essenziale, dello scavo del secco, trovano il loro contraltare simbolico nel rito del dipingere "solo con le dita immerse direttamente nei colori" come nel quadro "Gli emigranti" di Jorn, indimenticabile per forza profetica.

Eppure i fili partono da lontano, da quelle distillate cupe atmosfere simboliste, scaturite dall’animo romantico (ad esempio la "Aurelia" di Nerval illustrata da Alfred Kubin), che vedono nell’arte e soprattutto nei sogni "la possibilità di stravolgere e scandagliare i fetidi e preistorici budelli sotterranei e gallerie di verità" (Thomas Pynchon).

Strindberg e Munch agli inizi del secolo si ritrovarono a Parigi e dalla loro peculiare sensibilità nordica presero linfa i cantori del regno dell’angoscia e del tormento, temi cari alle diverse voci dell’Espressionismo tedesco ed europeo, come dimostrato dalla mostra veronese dell’89.

Antonin Artaud, Autoritratto (1946).

Antonin Artaud nel processo alchemico previde che la negritudo corrispondeva a quel preciso istante "in cui la materia si dissolve in una polvere più fine... atomi che volteggiano fino a trasformarsi in acqua permanente": così la leggerezza dei volti allucinati di Henri Michaux, esposizione di un bisogno espressivo di scrittura; la sottile traccia della presenza nell’autoritratto di Carlo Guarienti; la natura centripeta del segno e nell’angosciosa visione del caos in Wols; le crude immagini della materia rappresa che cede per gravità nelle opere di Chaim Soutine (spazza con un sol colpo la capacità costruttiva di Cézanne); le psichedeliche liquefazioni materiche delle spiagge di Leonardo Cremonini...

Persistono invece le architetture solide e maestose nelle maschere tragiche dei contadini e delle puttane di Lorenzo Viani, dei pescatori e bevitori (Constant Permeke e Mario Sironi) di contro ai geometrici tagli degli altissimi momenti picassiani, alcuni poco conosciuti, come l’"Autoritratto" del 1972, e alle sconosciute xilografie di Terje Bergstad.

Non possiamo nominare tutti gli artisti presenti in mostra, ma il nostro giornale ha seguito, dove è stato possibile, le esposizioni di artisti quali Violetta, Finotti (del primo ci siamo occupati in occasione della mostra veronese del 1999, e del secondo nella splendida cornice del lungolago di Malcesine), Max Klinger a Bergamo, Munch sempre a Verona, etc.

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