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“Skin Deep”: il corpo come arte

Al Mart di Rovereto una strana e preziosa mostra sull'uso del corpo umano come strumento e mezzo artistico, dagli anni '50 ad oggi.

Nel corso del XX secolo il corpo ha assunto nel panorama artistico un rinnovato vigore, fungendo spesso da link tra arte e vita. Un corpo che non è più mero soggetto dell’arte, ma che diventa mezzo, espressione, pennello e colore per generazioni d’artisti, in barba a situazioni che, nella vita come nell’arte, spesso sostituiscono l’uomo fisico con l’uomo postorganico, tecnologico. Questi corpi dell’arte, mutati, usati, addobbati, contorti, hanno in sé poetiche spesso contrastanti, ora ironiche, ora patologiche, ora meramente decorative, ora violente, autolesioniste, di profonda rottura, tutte accomunate in mostra dal loro intento "pittorico", in un senso talmente lato che sarebbe stato possibile includere anche artisti come Gina Pane, Franco B, Andres Serrano e molti altri.

Claudio Parmiggiani, "Deiscrizione" (1972).

Il percorso della mostra (al Mart fino al 18 gennaio), di taglio cronologico, prende il via negli anni Cinquanta (si sarebbe però potuti partire con la fotografia del ’19 di Man Ray che ritrae la "Tonsura" di Duchamp) col gruppo giapponese di Gutai, il quale si proponeva di "creare un’arte che non sia mai esistita prima"; da qui l’informale del gesto imprevedibile, testimoniata dalla pittura di Shiraga, il quale dipinge coi piedi dondolandosi da una corda, o le impronte delle scarpe di Kanayama, impresse s’una superficie plastica lunga una ventina di metri. Altro tipo d’impronta è quella del pollice di Manzoni impressa s’un uovo, opera del 1960, e dello stesso artista è una fotografia che lo ritrae mentre trasforma in opera d’arte una modella, ponendo la sua firma sulla coscia di questa (lo stesso Umberto Eco è opera d’arte di Piero Manzoni...). Un intero corpo femminile è stato invece usato da Yves Klein per eseguire le sue celebri antropometrie.

Numerose fotografie in bianco e nero documentano nella sala successiva i quattro artisti dell’Azionismo Viennese (Brus, Mühl, Nitsch, Schwarzkogler), presenti con una serie di opere caratterizzate da un’allusività alla violenza quasi surreale. Giovanni Anselmo con "Invisibile" (1971) proietta nell’aria un fascio di luce che, a contatto col corpo del passante, visualizza, in un gioco di parole, la scritta di luce"visibile". Il corpo come supporto per la scrittura, quindi, e se per Anselmo è scrittura di luce, per Gilberto Zorio la parola "odio" è impressa sul corpo da aguzzi chiodi. Nella fotografia "Deiscrizione" (1972), Claudio Parmiggiani presenta uno scriba dal corpo completamente ricoperto da ideogrammi, simboli alchemici ed esotici alfabeti, mentre la tavola che ha sulle ginocchia è vuota, intatta, come in uno scambio di parti. Scrittura su corpo, in chiave ossessivamente autobiografica, è poi quella di Guglielmo Achille Cavellini, celebre per la propria autostoricizzazione e delquale, come si evince dagli adesivi presenti sullo sfondo delle sue opere, nel 2014 ricorrerà il centenario.

Se il corpo umano cosparso di scritte ha antichissime origini (si pensi alle figure chiromantiche di certi trattati medievali), decisamente postmoderne sono alcune delle soluzioni usate. Ci riferiamo ad esempio a Catherine Opie, che da anni indaga sugli sperimentatori estetico-sessuali del corpo; nel suo "Self Portrait Pervert" (1994) il corpo femminile è attraversato da decine di aghi, mentre sul petto, incisa nella pelle, trionfa barocca la scritta "Pervert". Il rapporto corpo-scrittura non è poi peculiarità dell’Occidente; si vedano i lavori dell’artista iraniana Shirin Neshat, nei quali le parti scoperte delle donne sono cosparse di poesie persiane, oppure nelle fotografie "Family Tree" del performer Zhang Huan, ove gli ideogrammi cinesi moltiplicano in sequenza la loro presenza su di un volto fino al dissolvimento della leggibilità, trasformandosi in una monocromatica superficie d’inchiostro ove tutto e nulla è scritto.

Il corpo, oltre ad ospitare linguaggi, è un linguaggio in sé. Arnulf Reiner è dalla fine dagli anni Sessanta che indaga il volto umano nei suoi aspetti più inconsueti, dalla smorfia alla deformazione emozionale. Nelle performance degli inseparabili Gilbert & George il corpo è scultura vivente, distinto e old fashion anche quando pop. L’ossessione del corpo presente in migliaia di adolescenti (ma non solo) è invece al centro dei lavori di Vanessa Beecroft, la più nota delle artiste italiane contemporanee, in mostra con delle fotografie della performance "VB 48".

Il percorso, non certo esaustivo (del resto includere tutti gli assenti avrebbe richiesto più vasti spazi) ma comunque prezioso per la presenza di numerose opere di non facile visione, è stato accompagnato da un congresso che ha visto presenti, tra i molti, Umberto Galimberti, Francesca Alfano Miglietti e Fabio Mauri.

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