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E adesso che ne facciamo?

La cattura di Saddam non risolverà il problema della guerriglia in Irak. E intanto l'Europa...

Finalmente uno lo hanno preso. Dopo quasi otto mesi dalla fulminante sconfitta, Saddam Hussein è stato catturato. Naturalmente lo hanno scovato nel luogo più imprevedibile: a due passi da casa sua! Ridotto male, con l’aspetto più del recluso che del fuggiasco. Certo non con il piglio del capo di una frazione ribelle che, anche se non di massa, presenta dimensioni ed efficienza considerevoli. Il giorno dopo la sua cattura la guerriglia ha colpito ancora, micidiale e spietata, i reparti della polizia indigena che collaborano con gli eserciti che hanno occupato l’Irak.

I bersagli dunque non sono soltanto i militari americani o inglesi o italiani, ma anche quelli che, in termini resistenziali, si potrebbero definire "collaborazionisti". Il multiforme popolo che vive tra il Tigri e l’Eufrate, sciita, sunnita o curdo che sia, esprime una virulenza combattiva che assume anche le forme della guerra civile. Ed in tale tragico scenario il ruolo di Saddam Hussein appare del tutto irrilevante.

Lo hanno venduto per venticinque milioni di dollari. Era già impotente ed imbelle. Non era lui l’ispiratore della lotta terroristica e guerrigliera che sta ostacolando la normalizzazione del paese ed impedisce alla pax americana di affermarsi.

Come si spiega che, se sono riusciti a nascondere le armi di distruzione di massa, non abbiano avuto la capacità di occultare il loro capo, ciò che ovviamente doveva essere assai più facile? Significa allora che le armi di distruzione di massa proprio non esistono e che Saddam Hussein non è affatto il capo di un popolo, o di quella parte del popolo che non accetta la presenza di truppe straniere sul proprio territorio? Di quella parte di popolo che probabilmente ha in odio Saddam, ma ancora più detesta gli stranieri che dicono di voler far loro omaggio della libertà e della democrazia offerte sulla punta delle baionette.

Se è così, la cattura di Saddam Hussein non risolve alcun problema, non il problema del terrorismo e della guerriglia.

Anzi ne crea di nuovi. Crea il problema di che fare di lui. Già si disputa di come processarlo.

Se affidarlo ad un tribunale irakeno, comunque parziale, o vendicativo o benevolo. O se istituire una corte internazionale competente non solo per i misfatti compiuti in danno del suo popolo ma anche per i crimini consumati contro altri stati: Iran e Kuwait in primo luogo.

Quest’ultima prospettiva potrebbe creare qualche imbarazzo. Da un regolare processo potrebbero affiorare anche complicità gravi di potenze occidentali che lo hanno armato ed usato al servizio dei propri affari e delle proprie strategie. E’ prevedibile che la questione troverà una soluzione sapientemente addomesticata.

Resta incombente il problema del terrorismo e della normalizzazione dell’Irak e del Medio Oriente. Decisivo sarebbe, per affrontare questi nodi, il ruolo dell’Europa. Ma l’Europa langue. Il semestre di presidenza italiana si è concluso con un nulla di fatto, come era facile prevedere. Ci vuol ben altro che le pacche sulle spalle, le ostentate amicizie personali e le barzellette del nostro premier per risolvere le spinose questioni che si incontrano nella costruzione di una federazione europea. Né possono servire gli accordi di basso livello del tipo di cui è maestro il nostro ministro dell’economia Tremonti, che ha patrocinato da par suo un condono anche continentale officiando l’accordo in deroga al patto di stabilità a vantaggio di Francia e Germania. Le quali però non si sono intenerite al punto di assecondare Spagna e Polonia nel loro ostinato rifiuto di accettare un meccanismo decisionale a maggioranza, senza il quale l’Europa continuerà ad essere un nano politico. Con tutto vantaggio del maggiore alleato d’oltreoceano. Senza nessuna possibilità di correggerne la pericolosa esuberanza.

La nascita di una federazione europea non è un parto indolore. L’analogo processo che portò agli Stati Uniti d’America pagò lo scotto della guerra di secessione. Gli europei le guerre le hanno già fatte nei secoli precedenti.

E tuttavia gli ostacoli non sono pochi. I residui particolarismi nazionali e non ultima l’interferenza sotterranea di Washington rallentano la marcia. E tuttavia non vi è altra scelta possibile se i nostri popoli e i nostri governi non vogliono rassegnarsi ad una inevitabile decadenza.