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La Traviata secondo Lella Costa

Due ore di divertente e intenso monologo di Lella Costa sulla storia di Violetta, e quindi su prostituzione e condizione femminile.

Due ore intense e divertenti hanno catturato il pubblico roveretano letteralmente rapito da Lella Costa, mattatrice dello spettacolo "Traviata. L’intelligenza del cuore" visto il 17 dicembre scorso. La nostra presentazione.

Bravissima ed esilarante Lella Costa nel dar vita a svariati dialetti: brianzolo, siciliano, romanesco, ecc., per ribadire l’universalità del sentimento, e a trasformare, evidenziando la bassezza dei comportamenti maschili, i volti dei personaggi dell’opera di Verdi in quelli noti dei politici attuali: da Tremonti a Taormina, a Cirami, fino all’innominato Berlusconi, parodiato nel tono e nell’atteggiamento, ma soprattutto ricordato per le sue imprese "epiche": le corna nelle foto ufficiali e gli svarioni insultanti nei confronti delle donne.

La scena curata da Lucio Diana è segnata semplicemente da un gradino che conduce ad un fondale mobile su cui si susseguono scene di vita da marciapiede, scene tratte da "La Traviata" e ritratti delle muse dell’opera e del cinema: Maria Callas, Marylin Monroe, Greta Garbo, donne accomunate dall’aver vissuto intensamente in una dimensione totalizzante che sconvolge l’anima e il corpo.

L’attrice si presenta in scena con un lungo costume ottocentesco, che richiama quello indossato dalla Callas ne "La Traviata" dell’allestimento di Visconti, narrando della vicenda di Alphonsine Duplessis detta Marie, la prostituta realmente vissuta a Parigi, diventata nella creatività di Alexandre Dumas figlio "La signora delle camelie", poi trasformata nel celeberrimo melodramma "La Traviata" di Verdi in Violetta Valéry .

La nota vicenda è riproposta come una parabola sulla condizione femminile in cui i comportamenti di Violetta, e più in generale delle donne, sono valutati non nella loro singolarità e individualità, ma come una costruzione sociale maschile che, per dirla con Simone De Beauvoir, determinano una situazione in cui la donna "si scopre e si sceglie in un mondo in cui gli uomini le impongono di assumere la parte dell’Altro; in altre parole pretendono di irrigidirla in una funzione di oggetto". Da questa lezione discendono le due linee di sviluppo dello spettacolo: la prima mostra questa modellazione storico-culturale maschile, l’altra indica una strada d’indipendenza sia pure nella dipendenza a modelli culturali non elaborati dalle donne.

L’artista milanese, sotto quest’ultimo aspetto, rivendica per le donne di ieri e di oggi, traviate per denaro e per amore e mal ripagate dagli uomini, quella specifica inclinazione cognitiva che è "l’intelligenza del cuore", facoltà che unisce un’integrità di approcci, razionale e non-razionale.

L’alterità-antagonismo tra maschi e femmine, che inevitabilmente si genera da queste premesse, è esplicitata lungo tutto il corso dello spettacolo con tale forza che le relazioni tra i sessi si configurano come separazione o tutto al più come predazione dell’uno sull’altra, ieri come oggi.

I calcoli effettuati (nel 1847 una prostituta era mantenuta con 100.000 franchi l’anno che equivalgono a 300.000 euro) vengono meno se confrontati con il sacrificio che emblematicamente il personaggio di Violetta subisce morendo di tisi, allorché una donna di "malaffare" pretendeva di essere una persona a tutti gli effetti; morte che ha la funzione catartica di mondare l’integrità morale dei fruitori dei piaceri mercenari - l’alta borghesia imprenditoriale e finanziaria - che avevano non poco contribuito alla moltiplicazione di quegli stessi piaceri.

E per arrivare all’oggi, la Costa, nella seconda parte dello spettacolo, racconta, snocciolando cifre, come il corpo delle donne sia ancora offeso e distrutto: i 150.000 incontri al giorno che avvengono a Milano la cui entità le fa esclamare: "Ma quanto lavorano i milanesi!", le 196 donne straniere, per lo più prostitute, uccise in Italia nel 1999. E mentre passano le immagini di donne famose e comuni, di prostitute, di bambine, di donne anoressiche, tutte degne di rispetto perché, come recita la Costa, "ogni donna è stata, ed è, una bellissima bambina che non cerca altro che qualcuno si prenda cura di lei", lo spettacolo si avvia alla conclusione con l’amara constatazione che ancora oggi l’uomo preferisce pagare quello che lo inquieta per poter esorcizzare un potere delle donne che non controlla.

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