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Natale fra melassa e sobrietà

Le insopportabili musiche natalizie, e l’ingiusto esilio di “Adeste fideles”.

Anche quest’anno il Natale è trascorso con le sue incrollabili melodie. E’ sempre stato così, solo che col passare degli anni, con la moltiplicazione mediatica, il problema si è fatto serio. Quando i canali tv erano due, gli spettacoli si davano in parrocchia e i negozi ad avere la filodiffusione erano l’Upim e il Coin; le probabilità di incappare nell’ennesima versione di Tu scendi dalle stelle restavano alte ma comunque ragionevolmente sopportabili.

Adesso non hai scampo. L’etere è popolato di canali televisivi quanto di dei l’Olimpo, sebbene i loro tycoon si contino sulle dita di una mano (e ti avanza ancora qualche dito per giocare alle ombre cinesi). E ogni canale serba il suo portfolio di pubblicità. E in ogni pubblicità si scatenano frotte di babbinatale con gli annessi inesorabili sottofondi: White Christmas, Oh Happy Day, Jingle Bells… Cominci a considerare accattivante l’ipotesi di un’Italia buddista.

Non ce l’ho con nessuno in particolare: non ce l’ho col Berlusca televisionaro che, una volta tanto, più che demiurgo pare un mediano di spinta che si attiene allo schema imposto da un coach metafisico. Non ce l’ho con i creativi degli spot, che in questo periodo non partoriscono idee ma sono costretti a clonare gli stessi mostriciattoli di anno in anno senza che la commissione di bioetica faccia bah. Non c’è un unico colpevole. Siamo tutti più o meno responsabili nel Xmas affair. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Io non mi azzarderei a lanciare una piuma: solamente due anni fa, dovendo fare una sigla per un programma di favole per Natale, non ho esitato a realizzare una versione samba di Stille Nacht. Un obbrobrio, e per giunta ben pagato.

Questa sorta di regime natalizio rappresenta un indizio, un ulteriore mini-sintomo di una tendenza "fluviale" verso un conformismo generalizzato, verso un appiattimento dei gusti e delle scelte personali, verso un’accettazione rassegnata e stordita delle mode che ormai, neanche più tanto subdolamente, ci vengono propinate o, masochisticamente ci auto-propiniamo. Ma per non scivolare nella sociologia da quattro soldi restiamo nell’alveo musicale e terminiamo questo Rondò rendendo onore al brano che risulta tra i meno stucchevoli, forse anche perché meno suonato di altri, del repertorio natalizio. Austero e di antico lignaggio, non contaminato da quella melassa che avviluppa certe creazioni più recenti, semplice nel suo disegno melodico, intenso nel regale incedere dell’armonia…

deste fideles è un piccolo capolavoro di canto liturgico del tardo barocco. L’autore (testo e musica) è un oscuro musicista inglese del ‘700, tale John Francis Wade, un epigono del grande Haendel, il tedesco approdato a Londra per soggiogarla con il suo straordinario talento. Il genio di Haendel era così imponente e la sua musica così amata in Inghilterra al punto da condizionarne il gusto musicale per più di un secolo, tarpando le ali allo sviluppo creativo dei musicisti successivi. Il suo modello e i tentativi di emularlo sono stati esiziali: la musica inglese è retrocessa su posizioni sempre più marginali nel panorama europeo, incapace di darsi una spiccata identità. Una Cenerentola che vegeterà pressoché trascurata e ignorata fino alla fine dell’800, quando menti più originali come Elgar e poi Vaughan Williams e Britten la affrancheranno dalle sudditanze culturali, ma che troverà il suo pieno riscatto, indiscusso, epocale, con i Beatles & Co. Il periodo oscuro della musica inglese non risparmia l’autore di Adeste fideles che nei programmi dei dischi e dei concerti viene spesso misconosciuto e ingiustamente bollato come "anonimo". Che questo Rondò venessiano possa contribuire nel suo piccolo a restituire al povero John Francis Wade la meritata fama per la paternità del suo canto, certamente il più bello e sobrio della nostra tradizione natalizia.

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