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Noi, “ricercatori in erba”

Carmelo Bruno

Quali i metodi, i significati didattici, di un lavoro di ricerca come quello condotto dagli studenti dell’ITI sul vino trentino?

La ricerca è stata effettuata dalla classe quinta chimici, coordinata dallo scrivente prof. Carmelo Bruno, affiancato sia da insegnanti di materie chimiche che di materie letterarie ed informatiche (Salerno, Curzel, Nones, Benini, Sebastiani, Grigolli, Libri e Giustini e dal tecnico di laboratorio Fedel). Si è svolta attraverso analisi chimiche eseguite spesso contemporaneamente nei laboratori dell’ ITI e in quelli delle cantine (Cavit e Mezzacorona), con un conseguente continuo confronto dei dati. Proprio questo lavoro svolto dagli studenti in comune con i tecnici delle cantine ha comportato per i primi l’acquisizione in tempi rapidi di autentiche capacità professionali.

Gli autori della ricerca (studenti e docenti) insieme con i rappresentanti della Zanichelli durante la cerimonia di premiazione.

La ricerca ha potuto inoltre avvalersi delle competenze di ricercatori professionisti molto qualificati: il dott. Mattivi (responsabile del Laboratorio di ricerca su alimenti e bevande di S. Michele) e il prof. Cervellati del Dipartimento di chimica dell’Università di Bologna (che ha messo a punto un nuovo metodo per la misura della capacità antiossidante degli alimenti).

Certamente si tratta di un’esperienza innovativa di collaborazione tra una scuola, l’università, un laboratorio di ricerche e le aziende produttrici. Ciò dimostra che è possibile stabilire un proficuo collegamento tra scuola e mondo del lavoro da un lato, tra scuola e mondo della ricerca dall’altro.

Il lavoro si è concluso con la realizzazione di un voluminoso fascicolo e di un CD-rom multimediale.

Quali difficoltà abbiamo incontrato? Abbiamo imparato a fare i "ricercatori in erba", con tutte le sollecitazioni culturali e le frustrazioni che questa avventura può comportare. Perché, certamente, è stata un’autentica avventura scientifica per gli studenti come per gli insegnanti. Abbiamo imparato che i tempi della scuola non sono per niente confacenti con quelli della ricerca, costringendoci a rubare ore ad alcune materie e a rimanere a scuola molti pomeriggi per terminare i lavori iniziati.

A ciò bisogna aggiungere le difficoltà dovute al fatto che gli insegnanti hanno una metodologia di lavoro e un orizzonte mentale in cui non ha spazio la cultura della ricerca, che è anche cultura del rischio. Rischio di non sapere rispondere a tutte le domande degli studenti, di trovarsi davanti a dati analitici non riproducibili oppure non significativi.

Quali obiettivi noi insegnanti ci siamo proposti? Come presupposto stimolare negli studenti una cultura critica dell’alimentazione. Valutando i danni provocati all’organismo da un’alimentazione industrializzata ricca di grassi saturi, di troppe proteine animali, di additivi chimici, ma povera di frutta e verdura e quindi di antiossidanti; e mettendo in risalto gli effetti negativi dell’abuso di alcool, ancor oggi una delle peggiori piaghe sociali.

Connesso con l’aspetto educativo sono stati lo sviluppo del metodo scientifico e la professionalità chimica, attraverso l’uso dei più moderni apparecchi e metodologie dei laboratori di chimica.

Senza dimenticare gli obiettivi formativi di carattere generale: abituare gli studenti al lavoro di gruppo, stimolarli a svolgere mansioni indipendenti, imparare a ricercare informazioni bibliografiche e a documentare il lavoro svolto.

Gli obiettivi sono stati conseguiti? Ecco il parere degli studenti.

"Un’area di progetto è senza dubbio un’esperienza complessa e difficile da realizzare. Infatti vengono affrontate problematiche che il normale corso di studi non prevede. Viene affrontata la ricerca delle informazioni, la loro comprensione e rielaborazione, ma soprattutto bisogna collaborare coi compagni. Bisogna dividersi i compiti da svolgere, rispettare i tempi di consegna, incontrarsi e tutto ciò non è facile. Nella scuola odierna il lavoro di équipe non è molto utilizzato e quindi inizialmente ci siamo trovati in difficoltà, ma col passare del tempo ci siamo organizzati. Anche le analisi chimiche intraprese non erano quelle convenzionali, perciò ci siamo dovuti cimentare con dei metodi analitici tuttora in via di sperimentazione.

Spesso ci siamo trovati davanti a dati privi di senso e abbiamo dovuto riflettere molto sul perché, cercando di trovare le cause dell’errore e di elaborare le migliori strategie di lavoro. Alla fin fine il bello è stato proprio questo: misurarsi con delle tematiche complesse, spesso al limite delle nostre capacità. E’ certamente più semplice per tutti, studenti e insegnanti, fare le lezioni normali!"

Aggiungiamo il parere di un esperto nel campo della ricerca, il dott. Fulvio Mattivi, responsabile del Laboratorio di analisi degli alimenti e bevande di S.Michele: "Sono rimasto sorpreso dall’entusiasmo degli studenti e degli insegnanti nell’affrontare un lavoro di ricerca che avrebbe potuto creare problemi perché troppo impegnativo. Non si trattava infatti solo di trasmettere conoscenze, bensì di trovare percorsi su una tematica piuttosto recente, che è ancora oggetto di ricerca. E non è semplice lasciare le strade note della trasmissione della conoscenza cristallizzata per cimentarsi con problemi che sicuramente non troveranno tutte le risposte, ma che sono più vicini alla vita reale.

Ho poi apprezzato la qualità stessa del lavoro: in cui sono presenti sia parti generali ben meditate sia una parte sperimentale molto sistematica e corretta, che porta a conclusioni razionali in relazione ai dati ottenuti.

Certo, rimane la domanda di fondo di noi insegnanti, ‘Ma il programma è stato svolto?’ E la rispostra è sì, e il tutto è stato fatto in maniera non banale, scontata e ovvia".

Per parte nostra sottolineiamo come questi risultati si siano potuti ottenere sia per la tematica interessante, in quanto la nutrizione è un aspetto fondamentale della qualità della vita, sia per l’ancoraggio della ricerca al nostro territorio, della cui economia prodotti come frutta e vino sono parte integrante.