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L’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea a non avere una legge apposita sul diritto d’asilo.

Marco Nebiolo

Non sono immigrati comuni perché non fuggono dalla povertà alla ricerca di una vita migliore. Non hanno scelto di partire e, quel che più conta, non possono scegliere di tornare. Come recita uno slogan dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim), "prima di bussare alla nostra porta, qualcuno ha bussato alla loro".  

Molti sono stati intimiditi, incarcerati, torturati. C’è chi ha assistito al rapimento di un amico, chi all’omicidio di un parente. Sono i disperati che, a migliaia, ogni giorno abbandonano la loro casa e i loro affetti per fuggire dalle dittature, dalle guerre civili, dall’intolleranza religiosa. Lo strumento per accoglierli e dare loro protezione è il diritto d’asilo, un diritto umano fondamentale secondo l’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Un diritto che in Italia è riconosciuto dalla Costituzione e dalla legge ordinaria, ma che spesso rimane sulla carta, lettera morta.

L’ Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea a non avere una legge ad hoc sul diritto d’asilo. Il tema, nonostante la sua peculiarità, è stato sempre trattato in modo residuale all’interno delle leggi sull’immigrazione. Eppure la Costituzione lo inserisce tra i principi fondamentali e ne dà all’art. 10 una definizione molto ampia, offrendo protezione a tutti coloro ai quali sia impedito, nel proprio Paese, "l’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione". Tuttavia le legge regolamenta solo il caso dei rifugiati così come li definisce la Convenzione di Ginevra del 1951, cioè coloro che hanno subito o temono con fondatezza di subire, in caso di rientro in patria, persecuzioni per motivi razziali, religiosi, etnici, politici, sociali.

L’introduzione del requisito della persecuzione personale restringe notevolmente l’ambito di applicazione della norma rispetto al dettato costituzionale. Se si pensa poi che l’Italia, all’atto di ratifica della Convenzione di Ginevra, pose una riserva geografica (cancellata dalla legge Martelli del 1990) che limitava i possibili richiedenti ai soli cittadini europei, si può dire che nel nostro Paese, per quasi 40 anni, questo diritto fu sostanzialmente negato, a parte alcune eccezioni per gruppi di cittadini cileni, afghani e del Sud-Est asiatico. Oggi formalmente questa limitazione non esiste più, ma la strada per ottenere l’asilo nel nostro Paese è tutt’altro che agevole. Non ci sono barriere all’ingresso, ma, una volta fatta la domanda, per i richiedenti inizia un percorso in salita, fatto di ostacoli burocratici, mancanza di fondi, diffidenza, superficialità. Elementi che concorrono a svuotare di effettività i diritti previsti dalla legge.

E dire che in Italia, da un punto di vista numerico, il fenomeno di cui stiamo parlando è abbastanza contenuto: secondo i dati dell’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), dei 2,2 milioni di rifugiati presenti in Europa nel 2002 l’Italia ne accoglierebbe circa 12.800, contro i 130.000 della Francia, i 148.000 del Regno Unito, i 156.000 dei Paesi Bassi e gli oltre 900.000 della Germania. Il dato dell’Italia non comprende coloro che hanno ottenuto la protezione umanitaria, cioè coloro ai quali è stato rifiutato lo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra poiché non hanno subito persecuzioni personali, ma cui viene concessa comunque la possibilità di restare in Italia alla luce dei pericoli a cui andrebbero incontro nel loro Paese (conflitti, violenza generalizzata, accertata violazione dei diritti umani). Per quanto riguarda i richiedenti asilo, delle oltre 465.000 nuove richieste presentate in Europa nel 2002, solo 7.281 hanno riguardato il nostro Paese, quasi dieci volte di meno rispetto alle oltre 71.000 presentate in Germania, meno della metà delle 18.000 presentate nel piccolo Belgio. Numeri che non dovrebbero suscitare allarmismi ma che nemmeno possono giustificare le scarse risorse messe a disposizione di queste persone.

Ma cosa dicono le norme sull’immigrazione a proposito dei richiedenti asilo? Per prima cosa, al momento della presentazione della domanda per ottenere lo status di rifugiato deve essere verificata la competenza dell’Italia a riceverla in base ai parametri dettati dalla Convenzione di Dublino del 1990, cui hanno aderito i 15 membri dell’Ue. Se la verifica dà esito positivo, è possibile soggiornare in Italia con un permesso temporaneo da rinnovarsi ogni tre mesi. In questo periodo il richiedente ha diritto all’assistenza sanitaria e a un contributo di poco più di 17 euro per 45 giorni (circa un milione e mezzo di vecchie lire), mentre i ragazzi d’età inferiore ai 16 anni hanno anche diritto all’istruzione scolastica. Una commissione specializzata esamina la verbalizzazione della domanda inoltrata dalla questura e decide dopo avere interrogato personalmente il richiedente (con l’aiuto di un interprete, se necessario). Non male, a prima vista: soldi, assistenza, tutele. Ma basta incontrare le persone che hanno la sventura di intraprendere questo iter per capire che le cose stanno diversamente. Il contributo di 45 giorni e il permesso di tre mesi sottintendono una procedura rapida, in grado di portare in poche settimane il richiedente davanti alla Commissione centrale. Nella realtà la media dell’attesa oscilla tra i 15 e i 18 mesi. A questo si deve aggiungere il fatto che per i richiedenti asilo non è previsto il diritto al lavoro, quindi non possono essere impiegati regolarmente né iscriversi a una lista di collocamento.

Questo significa che per chi chiede lo status di rifugiato si aprono tre strade. La prima: affidarsi all’aiuto economico e all’ospitalità di amici o parenti già presenti sul territorio nazionale per tutta la durata della procedura. La seconda: essere assistiti dal Programma nazionale asilo. Sorto nel 2001, il Pna è realizzato dal Ministero dell’Interno, dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e dall’Unhcr ed è costituito da una rete di centri di accoglienza operativi nelle principali aree d’ingresso e in molti comuni italiani. Il sostegno offerto consiste nell’accoglienza in comunità o dormitori riservati, nella fornitura di biglietti mensili dell’autobus, di tickets restaurant (o denaro per acquistare cibo per chi vive in comunità e può cucinare) e pocket money per le spese minime (50 euro al mese). I richiedenti che rientrano nel Pna possono poi usufruire di corsi di italiano, formazione professionale, borse lavoro (della durata di tre mesi rinnovabili). Per chi ottiene lo status di rifugiato il Pna fornisce un altro servizio: poiché per queste persone la legge prevede finalmente il diritto al lavoro, viene dato sostegno nella ricerca di opportunità lavorative e consulenza circa i propri diritti e doveri. L’ultimo servizio, infine, è l’orientamento e l’assistenza al rimpatrio volontario per chi decide di tornare al Paese d’origine, garantendo anche informazioni aggiornate sulla situazione politica dello Stato in questione.

Ma quanti richiedenti riescono a usufruire di questi servizi? "Pochi, anzi pochissimi - risponde Salvatore Bottari, del Pna di Torino - meno di 1 su 10. A Torino abbiamo 35 posti disponibili su circa 400 richiedenti. La lista d’attesa supera le 300 persone. Ciò significa che molti non saranno mai assistiti da noi. La lentezza della procedura, i tempi d’attesa per essere ascoltati dalla Commissione e avere il verdetto bloccano la turnazione".

E cosa succede per tutti gli altri, cioè quelli che non
possono contare sull’aiuto di parenti e amici, né sul Pna? Per loro non rimane che la terza strada, un percorso a ostacoli per la sopravvivenza. Esaurito il contributo statale per i primi 45 giorni, per il tempo che li separa dal termine della procedura devono semplicemente arrangiarsi, cercando ospitalità presso dormitori pubblici (dai quali periodicamente si viene allontanati per consentire la rotazione degli utenti), cibo presso mense per i poveri, lavori in nero, spesso in condizione di sfruttamento. In varie città sorgono ormai associazioni di volontari che cercano di contribuire in qualche modo ad aiutare i richiedenti più disagiati: offrono cibo, vestiti di recupero, medicine; li aiutano a districarsi tra i meandri di una burocrazia che mette in difficoltà noi italiani, figuriamoci chi arriva dall’altra parte del mondo e non parla la nostra lingua; forniscono biglietti dell’autobus, indispensabili per attraversare la città alla ricerca di una mensa o di un dormitorio.

Ma nonostante l’impegno profuso, molte persone rimangono prive di qualsiasi sostegno, e vagano per le nostre città senza neanche un tetto per dormire. E che dire degli inutili ostacoli burocratici posti direttamente dalla legge? "Per esempio il rinnovo ogni tre mesi del permesso di soggiorno (10,33 euro di marca da bollo più 4 foto) è una complicazione assurda se la procedura dura oggettivamente almeno un anno o un anno e mezzo. - continua Bottari - Per non parlare delle persone che accedono alla borsa lavoro, al termine della quale perdono l’occasione di ottenere un impiego stabile a causa del protrarsi della loro condizione di richiedenti impossibilitati per legge a lavorare. Molte persone vengono da me a chiedere cosa devono fare per vivere, quali sono i loro diritti, dicono che non vogliono fare niente di male, che vogliono stare nelle regole. È frustrante non sapere cosa rispondere".

Le occasioni in cui il fragile meccanismo dell’assistenza
pubblica ai richiedenti può incepparsi sono innumerevoli. Ci sono stati periodi in cui non è stato elargito neanche il contributo per 45 giorni, semplicemente perché il denaro non c’era. In alcuni casi neanche l’assistenza sanitaria è un diritto certo. "Se oggi uno straniero arriva in Italia e si presenta in questura per dichiararsi richiedente asilo, gli viene dato un appuntamento per la verbalizzazione dell’intervista a non prima di tre mesi. Questo significa che nel frattempo non ha il permesso di soggiorno e gli può essere rifiutata l’assistenza sanitaria prevista dalla legge" - dichiara l’avvocato Mariella Console dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione).

Quando infine arriva il fatidico momento della convocazione davanti alla Commissione, spesso si incorre nella delusione più cocente. La Commissione centrale, con sede a Roma, è presieduta da un prefetto ed è composta da funzionari della presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero degli Esteri e del Ministero dell’Interno. Alle riunioni partecipa - con funzioni soltanto consultive - un rappresentante del delegato in Italia dell’Unhcr. Chi è stato interrogato racconta quasi sempre di una esperienza frustrante: poco tempo a disposizione per l’intervista (considerato che sovente domande e risposte hanno bisogno della traduzione dell’interprete), argomenti inevitabilmente imbarazzanti (si può immaginare la difficoltà di una donna che ha subito violenze sessuali nel raccontare la sua vicenda di fronte a una commissione di uomini), divieto di essere assistiti dal proprio avvocato. Ma nei più il senso di frustrazione è legato alla sbrigatività con cui sono stati esaminati, per trovarsi poi con un responso negativo. "Le richieste di riconoscimento dello status di rifugiato oggi sono esaminate con il massimo rigore" - ha dichiarato recentemente il ministro dell’Interno Pisanu rispondendo ad un’interrogazione parlamentare. Ma 15-20 minuti di domande non sembrano un tempo sufficiente per un esame rigoroso. Se per rigore invece si intende severità, allora il Ministro ha ragione, visto che più dell’80% dei richiedenti viene respinto. Secondo la legge, dal momento della comunicazione del diniego dello status di rifugiato bisogna lasciare il Paese entro 15 giorni, altrimenti si viene considerati clandestini. L’unica alternativa è fare ricorso al giudice ordinario. Questo blocca l’espulsione immediata, ma dà il via a un’altra lunga, interminabile attesa.

Come è capitato a Billind, che ha atteso 4 anni prima di ottenere lo status di rifugiato. Ingegnere chimico del Kurdistan iracheno, colto, benestante, non aveva alcun motivo di lasciare il suo Paese. Considerato dal regime di Saddam Hussein una spia nonché colpevole di "furto di beni della patria" a causa del suo impiego in una compagnia petrolifera filo-occidentale, per evitare la condanna a morte è costretto a fuggire. Attraverso l’Iran arriva in Turchia, e lì, pagando alcune migliaia di dollari, si mette nelle mani della mafia che gestisce il traffico di esseri umani. Giunge in Italia nel novembre del ’98 a bordo di una carretta del mare. Fa domanda d’asilo all’inizio del ’99 e dopo 9 mesi viene ascoltato dalla Commissione. La lingua madre di Billind è il curdo, ma gli assegnano un traduttore arabo. "Tra il curdo e l’arabo ci sono differenze, come tra italiano e spagnolo" - si lamenta.

Il commissario che lo interroga è molto sbrigativo: poche domande superficiali, "Da dove vieni?", "Con chi vivi?"...

L’audizione dura non più di un quarto d’ora. Dopo 40 giorni la questura gli comunica il verdetto negativo. "Mi è crollato il mondo addosso. - ricorda - Ti dicono che devi lasciare l’Italia, ma per andare dove? Nel mio Paese non potevo certo tornare". Motivo del rifiuto? Durante il soggiorno in Italia è stato ospitato da uno zio residente in Italia da 20 anni, quindi hanno creduto che la sua richiesta fosse pretestuosa, finalizzata all’aggiramento delle norme sul ricongiungimento famigliare.

Il ricorso al giudice civile ribalta la decisione della Commissione, ma la sentenza arriva nell’ottobre del 2002, dopo 4 anni di vita sospesa che non sono stati anche anni di stenti solo grazie all’aiuto di quello zio.

Oppure, come è successo a Bruno, giornalista congolese che ha denunciato alla radio della città di Goma i crimini perpetrati dai ruandesi nelle zone orientali del Congo. Il giorno stesso della trasmissione i miliziani ruandesi sono andati a cercarlo a casa e, non trovandolo, l’hanno incendiata. Nel timore di essere ucciso, con l’aiuto di un amico ha raggiunto Nairobi e da lì l’Europa. In Italia è arrivato nell’agosto del 2001. È uno dei pochi fortunati che ha ricevuto l’assistenza del Pna. Nel settembre 2002 arriva la risposta negativa della Commissione, perché - si spiega - avrebbe dovuto chiedere protezione al proprio Governo. Un Governo non democratico che non controlla parte del proprio territorio. Fa ricorso, ma intanto deve rinunciare all’assistenza del Pna. Deve provvedere a una moglie e ad un figlio nato da pochi giorni. E’ tuttora in attesa della pronuncia del giudice e per vivere conta sull’aiuto di una associazione di volontari.

Le storie come queste sono migliaia, e la maggior parte
non ha un lieto fine. E c’è anche chi stremato, disilluso, rinuncia ancor prima di ottenere una risposta. Così ha fatto Umed (nome di fantasia). Cittadino iracheno di origine curda, Umed milita nella polizia di Stato per quindici anni, fino a quando gli propongono di entrare nei servizi segreti. Il suo rifiuto viene considerato un gesto di ostilità dal regime: cercano di intimidirlo, gli confiscano la casa, gli rapiscono il padre, del quale non ha mai più avuto notizie. Minacciano di impiccarlo, allora abbandona tutto e fugge con mezzi di fortuna nel nostro Paese. Non ha parenti che lo accolgano, non rientra nel Pna. Inizia il pellegrinaggio tra mense per i poveri e dormitori per clandestini. Passa oltre un anno dal suo arrivo e dalla Commissione centrale non arriva alcuna convocazione. Alla fine, esasperato, decide di rinunciare. "Credevo che l’Italia fosse un Paese dei diritti, invece devo elemosinare il cibo, devo lottare per trovare un letto". A fine giugno ha avviato la pratica per il rientro assistito. Ora che il regime è caduto spera di poter rientrare nel suo Paese senza subire ritorsioni. Spera che laggiù le cose siano cambiate, che lo abbiano dimenticato. In Italia sembra che di lui non si siano neanche accorti.

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