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Cacciatori fuorilegge

Una vasta operazione contro il bracconaggio mette in luce le allarmanti dimensioni e connessioni del fenomeno. Anche in Trentino.

Nel dicembre scorso è stata avviata in tutta Italia una brillante operazione delle guardie forestali provinciali e statali, che sono intervenute per controllare eventuali illeciti commessi nei confronti della fauna selvatica da parte di bracconieri e acquirenti compiacenti.

Uccelli rinchiusi in gabbiette come richiami (foto concesse dal Corpo Forestale dello Stato).

Il fenomeno del bracconaggio nei confronti degli uccelli, in particolare della fauna autoctona, è da sempre conosciuto: basti vedere i verbali ed i sequestri di reti, archetti e quant’altro serve per catturare di frodo queste specie protette. Senza entrare nei dettagli, quello che emerge è che anche in Trentino ci sono diverse persone coinvolte in questi loschi traffici: la cattura di uccellini è un’usanza purtroppo ancora dura a morire, e nonostante i controlli ci sono ottime probabilità di non essere scoperti. La speranza risiede in un’evoluzione culturale delle prossime generazioni, forse più attente ai problemi ambientali e faunistici.

Le catture illegali dei volatili sono effettuate soprattutto durante il periodo di passo o migrazione con stratagemmi subdoli e cruenti. Debilitati dal lungo viaggio, gli uccelli sono attirati nelle trappole per mezzo del cibo che il bracconiere mette come esca, e imprigionati con mezzi particolarmente crudeli, come gli archetti e le tagliole (che spezzano le zampe o la testa) per la cattura cosiddetta "a morto", e con le reti o il vischio per le catture "a vivo", per le prede destinate al commercio illegale ad uso venatorio.

Il tutto è dovuto alla domanda di uccelli sia a scopo alimentare (polenta e osèi, anche nei ristoranti), sia per utilizzo come richiamo da usare nella caccia da capanno; pagati molto bene, questi animali sono fonte di reddito illecito e non tassabile.

Sembra strano, ma il commercio e l’uccisione di specie avifaunistiche protette fa impallidire addirittura il bracconaggio sugli ungulati. In tutta Italia, si sta operando per portare a galla tantissime situazioni che finora sono state tenute nascoste e addirittura agevolate da complicità in tutti i settori. Nel nostro Paese il bracconaggio è ancora un’attività che non conosce crisi; addirittura in alcuni casi è gestito direttamente dalla mafia.

In alcune zone del sud la criminalità organizzata gestisce direttamente la caccia di frodo agli uccelli migratori (in particolare anatre, cacciabili e non), e a quel punto, vista la palese illegalità, in pratica si spara a tutto ciò che capita, specie protette comprese.

In aree demaniali, la mafia ha costruito delle enormi vasche (quasi laghi artificiali) con relativi appostamenti di caccia in cemento, che sono affittati a peso d’oro ai picciotti locali. Il tutto poi è gestito da custodi armati che sui confini delle aree demaniali allontanano gli intrusi e avvertono i bracconieri di eventuali controlli delle forze dell’ordine.

Tutto ciò è possibile grazie al non intervento dello Stato, che in questi anni ha lasciato fare di tutto nelle aree protette: la mafia prima ne ha fatto delle discariche per rifiuti tossici, poi sopra le discariche ha costruito le vasche per la caccia di frodo: un business nel business.

Dopo anni di questo mercato e dopo varie denuncie da parte delle associazioni ambientaliste lo Stato ha finalmente deciso di intervenire. L’operazione, chiamata "Volo libero", ha visto i carabinieri assieme alle guardie della LIPU intervenire simultaneamente nella zona, e con l’uso degli elicotteri è stato possibile sorprendere i bracconieri con le mani nel sacco. Colti di sorpresa, alcuni hanno reagito sparando, altri si sono dati alla fuga, ma sono stati quasi tutti catturati.

Qualcuno potrebbe obiettare che non valga la pena di mobilitare uomini e mezzi in modo così massiccio per dei bracconieri. Chi scrive ritiene invece che le leggi vadano fatte rispettare in un Paese che si definisce civile, e infatti la posta in gioco è il ripristino della legalità e della presenza dello Stato; non a caso durante il blitz sono stati arrestati anche dei latitanti.

Sullo stretto di Messina fino a una quindicina di anni fa è continuata la caccia di frodo a specie protette e in periodo di caccia chiusa: migliaia di rapaci, in particolare la specie falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), venivano abbattuti, finché la LIPU prima, ed altre associazioni poi, si sono mobilitate rischiando anche l’incolumità delle persone per fermare lo scempio. Grazie all’intervento del Corpo forestale dello Stato e dei carabinieri il fenomeno, pur non estirpato, è stato notevolmente ridotto. Naturalmente non bisogna abbassare la guardia: speriamo che il governo non faccia mancare l’indispensabile contributo delle guardie forestali durante il periodo delle migrazioni, quando i rapaci si concentrano in numero notevole e sono quindi facilmente vulnerabili.

Ma anche nel nord, dove la legalità è maggiormente garantita, la caccia di frodo a specie protette e con mezzi non consentiti è un fenomeno massiccio, che coinvolge i soggetti più diversi, dal pensionato che arrotonda la pensione al negoziante compiacente che rivende gli animali, al ristoratore che procura ad amici fidati cene a base di uccelli, pagate peraltro profumatamente ed esentasse. Migliaia di archetti sono sequestrati ogni anno ai confini fra Brescia e Trento: trappole micidiali per pettirossi, fringuelli, cince, ecc., che muoiono tra atroci dolori con le zampe spezzate. Anche durante l’attività venatoria specie protette come rapaci diurni e notturni sono ancora presi a fucilate da solerti cacciatori – fortunatamente una minoranza - che considerano ancora questi animali come nocivi. Purtroppo quello che si sa sul bracconaggio è solo la punta di un iceberg, ma finalmente con questa vasta azione di repressione si è messo il dito nella piaga, portando in evidenza il problema del bracconaggio in tutta la sua gravità.

Anche il Trentino – dicevamo - è stato coinvolto in questa operazione: numerosi negozi di animali sono stati controllati, alcuni soggetti sono stati identificati e denunciati per possesso illegale di fauna selvatica, e inoltre le perquisizioni hanno portato al sequestro di reti, archetti, vischio, armi e altri strumenti di cattura illegali. In genere quelli che cacciano di frodo sono recidivi, il che dimostra che le sanzioni sono troppo lievi rispetto al guadagno ottenuto con le catture illegali. Le indagini sono ancora in corso e pertanto prossimamente ci attendiamo ulteriori sviluppi.

Uccelli "drogati" perchè cantino meglio.

Rendiamo quindi merito al corpo forestale della Provincia e dello Stato, ai carabinieri, alla guardia di finanza, e alle guardie volontarie della LIPU per la continua presenza sul territorio e per le brillanti operazioni. Ai privati cittadini la LIPU chiede di denunciare eventuali situazioni ritenute illegali, collaborando con le forze dell’ordine per contrastare chi continua ad uccidere o detenere specie protette per proprio interesse personale, condannando questi volatili a sofferenze e soprusi vari.

La fauna selvatica appartiene a tutti i cittadini, pertanto ognuno di noi ha il diritto e il dovere di pretendere che il proprio patrimonio sia gestito e salvaguardato in modo ottimale. Per fare questo, occorre però che questi corpi di polizia possano lavorare senza essere dirottati su altre attività, come sta accadendo in questi giorni con agenti forestali mandati a sciare per controllare i turisti sulle piste, e dunque facendo mancare alle stazioni forestali del personale importante per la vigilanza. Purtroppo ultimamente la giunta provinciale ha soppresso il Servizio faunistico riducendolo al vecchio Ufficio caccia e pesca all’interno del Servizio foreste, una misura che ci riporta indietro, a prima dell’attuale legge 24/91, che aveva nel Servizio faunistico il cardine principale.

Probabilmente lo scopo è quello di cancellare di fatto la legge approvata nel 1991, una legge che ha garantito 11 anni di non belligeranza tra cacciatori e protezionisti. Se l’intento è quello di escludere gli ambientalisti dalla gestione faunistica, sicuramente noi non staremo a guardare, ma useremo tutti i mezzi legali per contrastare questo ritorno al passato.