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Il volto enigmatico di John Lennon

"Lennon & John", il lato pubblico di un divo e l'interiorità privata, in un bilancio con la morte incombente: felice invenzione drammaturgica, vanificata però da un linguaggio troppo razionale e una recitazione artificiosa.

Un dramma intimista è alla base dello spettacolo "Lennon & John", visto l’11 gennaio scorso all’Auditorium Fausto Melotti di Rovereto.

Giampiero Ingrassia e Antonio Cederna.

Un pianoforte, quattro pareti bianche e grandi pedine da scacchi – ad indicare l’incontrollabilità del destino – occupano la scena dipinta di un essenziale e rigoroso color bianco. Questa è la scenografia che fa da sfondo all’incontro surreale fra John Lennon e il suo doppio; l’uno interpretato da Giampiero Ingrassia, in abiti scuri (quelli che Lennon indossava la sera dell’assassinio) e l’altro, interpretato da Antonio Cederna, in abiti bianchi. Quest’ultimo rappresenta la sua interiorità e la voce della sua coscienza. I due ruoli, in realtà, si confondono e si integrano spinti dal bisogno di scavare nel passato per trarre un bilancio conclusivo dell’esistenza, dato che l’incontro avviene proprio la sera dell’assassinio di Lennon, l’8 dicembre 1980.

Di fronte al suo alter ego, John Lennon non deporrà mai completamente le vesti del divo; infatti nei momenti più drammatici se ne ammanterà per bisogno di difesa e ricerca dell’identità personale smarrita. La sua vita è rievocata in un cammino a ritroso che ne recupera il tempo perduto: dalla difficile infanzia a Liverpool, alla separazione dei genitori, alla morte della madre, e giù giù fino all’incontro con Paul McCartney che, insieme a Lennon, fu l’anima dei Beatles. Sulle ali della stessa rimembranza scorrono sulle labbra dei protagonisti le tappe dei successi dei Beatles, l’incontro decisivo con Yoko Ono, fino al famosissimo concerto di chiusura sul tetto della "Apple" che segnò la scissione definitiva del gruppo nel 1970.

La ricostruzione del passato intreccia i dati personali con quelli della vita pubblica, in un incalzante e drammatico dialogo scandito dal passaggio delle ore visualizzate sulle pareti del proscenio. Il tempo passa, e la morte incalza, per questo i due si parlano con tutta l’acredine della verità e il bisogno di memoria che caratterizzano i consuntivi finali. L’interiorità di Lennon rimprovera alla parte pubblica i tanti errori commessi: l’indulgere su certe sregolatezze e alcune manie, le bugie, mentre via via emergono il genio rock e i tanti riconoscimenti pubblici. Attraverso alcuni passaggi della vicenda, si disegna la storia stessa del rock n’roll che dai Beatles in poi non fu più quella di prima; non soltanto perché la loro musica sconvolse i canoni di quella degli anni Cinquanta, ma soprattutto perché diventò un linguaggio di massa capace di aggregare folle oceaniche e di suscitare autentici deliri collettivi, in una moltiplicazione di consensi che culminò con l’assegnazione ai quattro ragazzi di Liverpool dell’ambito titolo di MBE – Members of the British Empire – che li trasformò così in baronetti, un’ onorificenza che John, per protesta contro la politica inglese in Biafra e la guerra americana in Vietnam, rifiuterà nel 1969. Nella ricostruzione non mancano le difficoltà nate dal rapporto con i fans e con lo star system allora nascente, di cui Lennon fu abile gestore ed illustre vittima.

Dal dialogo si tratteggia l’epoca della contestazione, del peace and love, dei figli dei fiori, della nudità esibita provocatoriamente perché inscritta in un messaggio di fratellanza universale, che ispirerà anche la celeberrima "Imagine". In queste rievocazioni i due legano e fraternizzano.

Lo spettacolo fa perno su una felice invenzione drammaturgica, che è quella di aver spogliato degli orpelli della mitologia un divo dei nostri tempi, mostrandolo nella solitudine di fronte alla morte incombente. Operazione già compiuta da cinema e teatro nei confronti della figura di Maria Callas. I motivi di ammirazione, però, qui si arrestano, perché è mancato il coraggio di andare oltre. Il linguaggio si regge sempre sul filo di una razionalità ingombrante e troppo lucida per essere veramente in grado di vedere dal di dentro le pulsioni più profonde dell’uomo Lennon, rappresentate per voce di un ordinario discorso diretto, piuttosto che mostrate, per quelle che sono, attraverso un più pertinente flusso di coscienza. Inoltre la recitazione degli attori non fa che accentuare questi aspetti con un artificioso, e a tratti stucchevole espressionismo attoriale. Insomma, agli attori manca del vero sentimento per essere credibili nei panni dei due personaggi.

Infine ci si sarebbe aspettato di ascoltare la musica originale dei Beatles, ma nulla!

Così anche l’immaginario personale, legato all’epoca dei Beatles, ha non poco sofferto.

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