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Sokolov al Mart

Grigory Sokolov all'Auditorium del Mart di Rovereto regala una serata eccezionale di arte del pianoforte.

Un grande interprete. Un musicista completo. Un pianista dalle eccezionali capacità. Potrei continuare così, scrivendo ancora altre frasi ad effetto, di quelle che tanto piacciono ai giornalisti per descrivere qualsiasi evento ormai sempre "meravigliosamente eccezionale". Non riuscirei comunque a rievocare la potenza e la comunicatività della personalità musicale di Grigory Sokolov. Solo chi c’era lo sa. E di gente, sabato 10 gennaio, al Mart, ce n’era veramente tanta. L’Auditorium Melotti si è riempito totalmente solo alle 21.10, mentre ancora un gruppo di persone all’ingresso sperava di poter entrare, e finalmente lui, Sokolov, è salito sul palco e sotto una tenue luce ha cominciato ad incantarci, per tre lunghe ore di musica.

Il programma del recital era di quelli seri ed impegnativi: Partita n. 6 di Bach e Ciaccona per la mano sinistra di Bach-Brahms; nel secondo tempo, Sonate op. 22 e op. 111 di Beethoven.

Quello che colpisce immediatamente, dopo le prime pagine della Partita è il suo tocco clavicembalistico, la capacità, da qui sino all’op. 111 di Beethoven, di creare dove occorre, dove crede, dove il suo pensiero musicale immagina, un suono piccolo e puntuto, ancora più piccolo e preciso, sempre più piccolo e comunque concreto, udibile ed emozionante fino ad impossibili Pianissimi. Bravura non da poco se si pensa all’acustica dell’Auditorium Melotti, così asciutta da rendere qualsiasi artista praticamente scoperto nelle incertezze o nelle imprecisioni.

Senza spazio per desiderosi applausi, il pianista russo chiude il lungo percorso a tappe della Partita ed attacca subito con la Ciaccona, appassionante composizione bachiana trascritta da Brahms per la sola mano sinistra.

Forse non tutti sanno che lo stesso Bach, sul frontespizio di alcune sue opere scrisse "da sonarsi con ogni sorta di stromento", prassi non sconosciuta nel diciassettesimo secolo. Nulla di blasfemo quindi se Brahms decide di regalare al pianoforte questa bellissima pagina violinistica, trasportando sulla tastiera le note di Bach e assegnando alla sola mano sinistra il compito di rendere nuovamente vivo il pathos di questa lunga melodia in la minore. Sokolov riesce a creare una varietà di colori e di timbri tali da rendere meraviglioso questo brano conosciutissimo, così bello da stupirci, come fosse la prima volta che lo ascoltiamo.

Termina la prima parte del concerto e già gli applausi sono quelli da ovazione, che richiamano il pianista più volte sul palco. Ma la serata non è ancora finita e al secondo tempo ascoltiamo un interessante Beethoven, due sonate che ancora ci raccontano qualcosa di mai saputo sulla grande personalità del compositore di Bonn, sulla complessa costruzione del pensiero dello stesso Sokolov.

Qui la cosa che ci ha colpito è stata la dilatazione. L’andamento del tempo per Sokolov è quasi sempre libero, pur rimanendo all’interno di una più vasta idea rigorosa. Il secondo movimento dell’op. 22, come l’Adagio dell’op. 111 raggiungono lentezze mai osate, rischiosissime da sostenere per l’ascolto del pubblico. E invece il pianista vince e riesce a liberare così il suono del canto in un Auditorium immobile ed incantato.

Anche la seconda parte del concerto termina. Cinque bis ed è quasi mezzanotte.

Il pubblico esce lentamente. Gente di Rovereto, di Trento, di fuori regione. Appassionati e musicisti, pianisti e grandi maestri, abbonati e semplici studenti. Tutti affascinati da Grigory Sokolov: un grande interprete, un musicista completo, un pianista dalle eccezionali capacità.

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