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Gli USA e la corte criminale internazionale

Nessun cittadino americano dev’essere processato per crimini di guerra. E per evitarlo gli Stati Uniti ricorrono al ricatto economico sui Paesi più poveri.

Gli Stati Uniti hanno appoggiato formalmente la nascita della Corte criminale internazionale permanente, che ha come obiettivo di perseguire e giudicare chiunque abbia commesso crimini di guerra e delitti contro l’umanità. Il trattato istitutivo è stato firmato da 132 Stati e ratificato da 92: manca la ratifica degli Stati Uniti, i quali temono che loro cittadini e militari siano sottoposti al giudizio della Corte.

Posizione singolare e inaccettabile: la Corte dovrebbe valere per tutti ma non per gli USA. Essi hanno tentato prima, talvolta con successo, di negoziare con diversi Paesi accordi bilaterali che assicurano l’immunità ai cittadini statunitensi dinanzi alla Corte criminale. Dove non sono riusciti i negoziati diplomatici, o le minacce di ritorsioni politiche, gli Stati Uniti hanno utilizzato un nuovo formidabile strumento di pressione: la minaccia di tagliare gli aiuti economici per assistenza e mezzi militari, e purtroppo molti sono gli Stati in via di sviluppo che non sono in grado, da soli, di fronteggiare le crisi che li colpiscono.

Gabriele della Morte in una nota apparsa sull’ultimo numero della rivista "Diritto penale e Giustizia" (Dicembre 2003, pag.1572) scrive che i tagli effettuati fino ad oggi dal Governo degli Stati Uniti d’America a 32 Paesi, "colpevoli" di non firmare gli accordi bilaterali, che assicurano l’immunità ai cittadini statunitensi (civili e militari) dinanzi alla Corte criminale internazionale, ammontano a 47 milioni di dollari. Tale somma è equivalente a quella stabilita dall’ultima assemblea degli Stati-parte (12 settembre 2003) per il funzionamento della Corte internazionale nel 2004. Ciò potrebbe significare in pratica, in mancanza di fatti nuovi, la paralisi della Corte e un nuovo colpo al diritto internazionale.

Molti fra gli Stati che subiscono ritorsioni finanziarie non hanno adeguate risorse. Le conseguenze di una tale politica hanno ricadute su molti fronti: rallentamento dell’allargamento della NATO ai Paesi dell’Europa orientale, per i ritardi nella modernizzazione delle forze armate in alcuni Paesi; indebolimento degli apparati di intelligence nella lotta al terrorismo, in particolare in Africa e in Medio Oriente; allentamento nella lotta al traffico di droga e alle varie mafie. E’ evidente che i fondi necessari non possono essere moltiplicati come nel miracolo dei pani e dei pesci. In seguito alla politica dell’attuale amministrazione americana molti Paesi in via di sviluppo si trovano in una situazione di asfissia, e sono facilmente ricattabili.

La lista degli Stati soggetti ai tagli dei finanziamenti decisi dagli USA è costituita in gran parte da Paesi di modesta potenza che hanno rappresentato il grande sostegno della Corte, quanto meno numerico. Nell’ottica dell’attuale Amministrazione statunitense l’erosione di questa base di consenso - osserva l’autore della nota citata - dovrebbe rappresentare un decisivo passo verso la limitazione sostanziale dell’effettiva portata internazionale della Corte. Tutto ciò non rappresenta una novità in senso stretto. La minaccia di penalizzare economicamente gli Stati che non intendono cedere alla imposizione di accordi bilaterali istitutivi di un regime di immunità per i civili e i militari statunitensi, era già stata chiaramente espressa in un provvedimento interno del 2 agosto 2002 ("American Service Member’s Protection Act") e reiterato nel "National Strategy Act" del 17 settembre 2002, dove esplicitamente si afferma che il primo imperativo degli USA è quello di difendere la libertà e la giustizia "perché questi principi sono giusti e veri per tutti i popoli, ovunque nel mondo", e contraddittoriamente si conclude che "si prenderanno tutte le misure necessarie per impedire che cittadini americani siano soggetti alla giurisdizione della Corte criminale internazionale".