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Mutilazioni femminili: che fare?

Cristina Bonelli

Il fatto che anche il Trentino si stia colorando etnicamente e pertanto culturalmente al contatto con tante comunità straniere, è palese. Un fatto tra i tanti: le innumerevoli discussioni, i tira e molla politico-istituzionali sulla questione del realizzare uno spazio di preghiera, di incontro per i tanti stranieri oramai integrati nella nostra provincia.

Tanti e contrastanti sono anche i pensieri, le considerazioni, addirittura i timori della gente comune, che ormai si è resa consapevole dell’incessante evoluzione non solo di un ampio movimento migratorio, ma soprattutto della necessità di condividere, o comunque trovare un adattamento alla realtà multietnica.

La presenza di persone di etnie diverse è, anzitutto, un problema morale e di responsabilità, qualora nei loro confronti ci si ponga considerando la diversità culturale della quale sono portatori.

Un fenomeno prettamente culturale e che in questo contesto non riguarda più solamente gli stranieri, ma anche le diverse realtà nazionali, è quello delle mutilazioni genitali femminili. In passato il problema poteva essere giudicato con maggior distacco, data la separazione geografica: il problema e le responsabilità derivanti erano solamente "loro". Oggi invece, visto il nostro impegno nel tentare di accoglierli ed integrarli degnamente, il problema diventa anche nostro.

Numerose sono infatti le donne che attuano le varie pratiche di mutilazione nel nostro Paese, e questo urta la nostra idea di integrità corporea, di autodeterminazione dell’individuo.

Alcune di queste donne straniere fanno proprie le nostre idee; interagendo con esse, sono esposte a considerazioni nuove in merito alla loro sessualità, alla loro libertà femminile, perciò esse rifiutano di far subire alle loro figlie tali forme di mutilazione. Ma solitamente, purtroppo, non è così ed esse ricorrono a soggetti che clandestinamente praticano le mutilazioni, giungendo perfino a tornare nel proprio paese natale per compiere questa sorta di iniziazione alla vita sociale e matrimoniale. In alcuni casi il confronto-scontro con il nostro modo di pensare porta la donna a praticare la mutilazione nei primi anni di vita della figlia, in modo che il dolore ed il dramma psicologico vengano col tempo rimossi.

Ma torniamo al problema di fondo, vale a dire la necessità da parte nostra di individuare delle possibili mediazioni, dei concreti strumenti per costruire un "ponte" fra un "qui" ed un "altrove", fra un "noi" ed un "loro".

La questione della responsabilità rende difficile un primo approccio che consisterebbe nell’accettare la medicalizzazione delle pratiche di mutilazione, la cui gravità potrebbe venire limitata da un ambiente ospedaliero. Riduzione del danno? Forse, ma quale operatore sanitario se la sentirebbe di praticare una mutilazione permanente non a scopo terapeutico?

E ancora: un individuo immerso in quella cultura è in grado di valutare adeguatamente le conseguenze di quella pratica, visto lo spessore culturale che viene attribuito a questa forma di iniziazione alla vita sociale? E anche se lo fosse, uno Stato potrebbe farsi carico di normare, lasciando decidere esclusivamente all’individuo singolo? Queste forme di modificazione fisica permanente possono forse venire permesse in nome esclusivo di un astratto rispetto culturale, dal momento che anche se praticate nelle migliori condizioni igienico-sanitarie su soggetti adulti consapevoli, di fatto determinano in maniera irrevocabile gravissimi danni fisici e psicologici sulla vita sessuale e riproduttiva di una donna?

Per quanto riguarda il continente africano, molti sono i paesi che da anni hanno preso posizione contro le pratiche escissorie e di infibulazione; ma nella realtà, nonostante si tratti di leggi piuttosto repressive, la loro applicazione risulta difficile.

Per quanto riguarda noi, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione specifica sulle mutilazioni genitali femminili, giudicandole gravissime lesioni della salute fisica, mentale e riproduttiva delle donne e delle bambine che nessuna motivazione di natura culturale o religiosa può giustificare; una violazione dei diritti umani, un reato contro l’integrità personale. Quanto alle legislazioni dei singoli Paesi, Gran Bretagna e Svezia prevedono il reato specifico di mutilazione dei genitali femminili, mentre gli altri Stati dell’Unione sanzionano questa pratica in quanto lesione, sia sotto il profilo penale che civile.

Il nostro Paese, fino a pochissimo tempo fa (ricordiamo la recente proposta di legge dell’on. leghista Alessandro Cè), non prevedeva alcuna norma specifica. Le forme di mutilazione, intese come violazione al diritto alla salute, vengono comprese fra le lesioni personali gravi e gravissime e, viste sotto il profilo civilistico, le mutilazioni costituiscono altresì un illecito sanzionato all’art. 2043 del codice civile che prevede l’obbligo di risarcimento per qualunque fatto doloso o colposo che cagioni un danno ingiusto.

Due aspetti importanti sono a questo punto da sottolineare: il reato sussiste ed è perseguibile anche se la vittima, maggiorenne, è consenziente. E lo è anche qualora, come in alcuni casi succede, le mutilazioni vengano attuate in territorio estero, sia se praticate da cittadini italiani che da stranieri. Una possibilità di punizione derivante da un moderno concetto di politica criminale internazionale che fa proprio il principio di solidarietà degli Stati nella persecuzione dei reati ovunque essi siano commessi.

Ma tutto questo si può veramente presentare come una efficace azione di tutela?

Probabilmente la sensibilizzazione del legislatore poco può fare per debellare il problema; forse avrebbe maggior efficacia un’azione di dialogo, di informazione e di convincimento che questo retaggio di tradizioni tribali ingiuste e sterili non ha nessuna motivazione, nessun giustificativo per protrarsi ancora insensatamente nel tempo e negli spazi di un mondo multietnico.

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