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La nostra piccola Genova

Il giusto monopolio della violenza da parte dello Stato non può - assolutamente - diventare abitrio. Ed invece è ciò che è accaduto.

Commentando la nostra "piccola Genova" l’assessore Tiziano Salvaterra, innanzi ad una affollata assemblea di studenti del liceo "Da Vinci", ha pronunciato una bella e nobile frase: "Io mi schiero con la non violenza. La violenza genera violenza. Penso che ognuno possa esprimere civilmente le proprie opinioni".

Bella e nobile frase che però non ci aiuta a risolvere i problemi che la cruda realtà sovente ci propone. Un po’ come l’esortazione evangelica rivolta a chi riceve uno schiaffo di porgere l’altra guancia: a più di duemila anni da quando Cristo la predicò ancora oggi colui che subisce una percossa se è una persona mite nella migliore delle ipotesi corre dall’avvocato. Coltiviamo pure l’utopia della non violenza, non è un impegno inutile. Ma non possiamo appagarci di un sogno che magari per gradi potrà anche avverarsi in futuro, e non vedere quanta violenza nel presente sia ancora fra di noi.

Non mi riferisco solo alle guerre, che sono la immonda manifestazione della violenza allo stato puro. Penso alle numerose violenze che si consumano ogni giorno nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di studio, sulle strade e negli incontri di svago. Anche alla violenza degli scioperi selvaggi dei dipendenti dei pubblici servizi, o a quelle di chi manifesta un’opinione in cortei o assembramenti che degenerano rompendo vetrine o vetture o lanciando uova ai poliziotti. Si tratta, in questi ultimi casi, di reazioni generate da stupidità o dalla violenza implicita nel rifiuto di rinnovare un contratto collettivo scaduto o dalla violenza del sistema mediatico che non dà visibilità alle opinioni espresse civilmente. Non dimentichiamo infatti che accanto alle violenze manifeste esistono anche innumerevoli violenze occulte, cioè violenze non fisiche, però dotate di un coefficiente repressivo così forte da poter provocare speculari reazioni fisiche.

Così è sempre stato. La storia dell’umanità potrebbe essere scritta in chiave di storia della violenza. Homo homini lupus, è stato scritto qualche secolo fa. E non è cambiato molto. Ma qualcosa sì. Possiamo ritenere, mettendo insieme le teorie sul contratto sociale di Rousseau e quelle sull’inconscio collettivo di Freud, che è accaduto che nei moderni ordinamenti civili è stato assegnato il "monopolio della violenza" allo Stato.

Lo Stato fa le leggi che, limitando la libertà individuale, ne costituiscono una costrizione. Lo Stato dispone delle forze armate per fare le guerre e delle forze dell’ordine per imporre il rispetto delle leggi. Lo Stato allestisce l’Ordine Giudiziario che infligge le pene. Tutti questi atti sono atti violenti. In senso psichico morale, come le leggi che possono confliggere con i nostri impulsi, ma anche in senso fisico come appunto la guerra, ma anche il contrasto armato di un rapinatore o l’arresto di un colpevole per l’espiazione della pena. Ma sono violenze che hanno il crisma della legalità, perché appunto l’unica violenza astrattamente accettata è quella che proviene dallo Stato che ne ha il monopolio. Ma il monopolista della violenza non può usarla secondo il suo libero arbitrio. Con l’assunzione da parte dello Stato del monopolio della violenza è nato anche il principio di legalità. Ed il primo a dover rispettare il principio di legalità è lo Stato con tutti i suoi organi principalmente nell’uso della violenza. Ed a tale riguardo esistono ben precisi principi di legalità.

Un tempo in certi ordinamenti (anche nella Chiesa dell’Inquisizione e nei regimi autoritari del XX secolo) era legittima la tortura. Oggi non più. La violenza può essere usata soltanto per legittima difesa. E la difesa violenta, per essere legittima, deve essere mirata a neutralizzare l’offesa e ad essa deve essere proporzionata. La carica delle forze dell’ordine compiuta contro sparuti dimostranti, la sera, quando tutto era finito e la signora ministro era già partita, è stata una violenza illegittima. Non c’era alcuna azione violenta in atto da neutralizzare. Né si giustifica con le pur deprecabili violenze dei manifestanti delle ore precedenti. Le due violenze non sono paragonabili e non si pareggiano. La violenza di Stato quando è illegittima è enormemente più grave di quella dei semplici cittadini, perché costituisce un oltraggio al principio di legalità inferto da coloro che hanno l’obbligo di tutelarlo.

Un tale comportamento delle forze dell’ordine va imputato a chi le ha dirette. E’la cultura professionale di costoro che deve essere messa a fuoco. Ed è sconcertante a tal proposito il consenso espresso dal signor Questore a quel dirigente di banca che ha affrontato un rapinatore con la pistola in pugno. Ciò infatti significa incoraggiare l’uso illegittimo della violenza privata. Infatti fronteggiare un rapinatore con una pistola comporta due rischi: o quello di essere uccisi o quello di ucciderlo. E’ di solare evidenza che conviene evitare il primo. Il secondo è gravemente illegittimo, perché non c’è proporzione fra il valore del patrimonio minacciato ed il valore di una vita soppressa. E perché la pena di morte è stata abolita.

La violenza è dunque sempre deprecabile. Ma c’è violenza e violenza.