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Non vedere per credere

“Dialogo nel buio”: un percorso da ascoltare e da toccare, guidati da un non vedente. Un'esperienza unica, in cui vedenti e non vedenti s’incontrano, si scambiano di ruolo, abbattono nel vissuto i pregiudizi.

Fino al 14 marzo al Mart di Rovereto (per prenotazioni 0464-432384) è in corso un percorso nel quale non c’è nulla da vedere. Vedere – beninteso - con gli occhi, perché sono gli altri quattro sensi a fare da guida, come risvegliati da un torpore.

"Dialogo nel buio" è un percorso in ambienti ricreati quali il bosco e la città, il mercato e il bar, privati totalmente della luce, in cui il visitatore diventa non-vedente, e un non vedente reale il cicerone sicuro ed affidabile.

Ideatore è Andreas Heinecke, una ventennale esperienza nel campo delle problematiche legate ai ciechi, il quale da un paio d’anni sta facendo circolare la insolita "mostra" in diverse capitali europee (ma anche oltreoceano), aggiungendo successo a successo e dando un lavoro, seppur temporaneo, a disoccupati e disabili. Il maggior merito va forse però all’idea di far entrare in contatto, attraverso un’esperienza umana quanto ludica, i vedenti con i non vedenti, abbattendo, o almeno dandogli qualche spallata, quel muro di apparente incomunicabilità dovuto al possesso o meno della vista.

Il percorso, della durata di circa un’ora, è assolutamente privo di rischi, e - qualora lo si desideri - si potrà abbandonarlo in breve tempo. A gruppi di otto persone si entra in una sorta di limbo con poca luce, introdotti da un ragazzo che fornisce semplici istruzioni, e che dà a tutti un bastone per non vedenti, che di lì a poco si rivelerà assai utile per orientarsi. Seguendo un passamano, ci si muove in uno spazio nel quale la luce velocemente si eclissa, avvolta in un’oscurità fittizia (il nero delle pareti) quanto reale, dovuta all’assenza di luce.

I primi minuti sono i più spaesanti, incollati al passamano ed affrancati dallo sfiorarsi con chi ci precede e ci segue. Quando l’oscurità ha inghiottito tutto, una voce s’introduce sicura: è Sandro, la nostra guida non vedente, che, rassicurati nuovamente i più timorosi ed appresi tutti i nostri nomi, ci conduce con la voce nel primo ambiente.

Il cinguettare di uccelli e un leggero effluvio di fiori e muschio ci fa capire di essere nella natura. All’udito e all’olfatto presto si aggiunge il tatto: Sandro suggerisce di allungare la mano al lato sinistro, che subito sfiora il fogliame di un arbusto che, annusatene le foglie, scopriamo essere alloro. Nel frattempo il lento scorrere del passo e il ticchettio del bastone incontrano l’irregolarità di un terreno ghiaioso, che rallenta un po’ il flusso di noi ciechi per un’ora. Il timore è però ormai sparito, e a domande del tipo "non è che uno si perde?", "non c’è il rischio d’inciampare?" se ne sostituiscono altre, più sincere e volte al dialogo, sulla vita quotidiana di Sandro e di chi, come lui, è privo della vista.

Le sue risposte spiegano come la cecità sia una sorta di handicap a metà, senz’altro non augurabile a nessuno, ma nemmeno quell’inettitudine alla vita che molti pensano. Anche grazie a tecnologie sempre migliori, le possibilità di studio e comunicazione sono stupefacenti. Altra cosa la mobilità, favorita comunque da cani guida e da un sapiente uso del bastone che s’impara col tempo. E in effetti Sandro si muove sicuro, riconosce le nostre voci e in un attimo ci raggiunge, uno ad uno.

Dal mondo della natura al suo inverso, il caos urbano fatto di odori non certo gradevoli e soprattutto di rumore. L’invito è sempre quello di esplorare con i sensi, e ancora una volta è il tatto - il meno immediato - a riservarci sorprese: la rotondità metallica di un semaforo, la sottigliezza plastica di un sacchetto d’immondizia, le forme esili di una bicicletta, il corpo bombato del cofano di una macchina. E Sandro ci chiede, sarcastico: "Di che colore è la macchina?". D’un nero d’inchiostro, come tutto il resto, alberi, ponti, pali ed altri oggetti che ad ogni passo nel buio incontriamo, un buio che invita al dialogo con la nostra guida, e tra di noi, sconosciuti nel buio.

Le considerazioni sono a volte poco caute, amare, perfino scorrette, come quelle di un signore che sottolinea quanto dev’essere brutto non vedere nulla e dipendere in tutto dagli altri. Sandro apprezza la sincerità, ma ribadisce la discreta autonomia di un cieco, anche laddove, rispondendo alla domanda di una ragazza, la cosa appare impensabile, come nel fare la spesa. Il tatto è spesso tutto quello che occorre, un po’ come accade in quei giochi da bambini dove, bendati, occorre indovinare gli oggetti che di volta in volta vengono proposti alle mani. L’abitudine fa poi il resto, raffinando l’uso di un senso che per i vedenti non ha finalità di riconoscimento, ma per i ciechi è un mezzo privilegiato di ri-conoscenza.

E così, finiti in un luogo dagli scaffali ricchi di oggetti - un supermercato - Sandro, a chi si mostra incerto, pronto afferma: questo è un libro, questo un cetriolo, questa una padella…

Altre stanze come in un gioco stimolano i nostri sensi estraniati: pareti con carte geografiche dei continenti in rilievo, un soffice manto erboso che inceppa il bastone (e che Sandro simpaticamente ci ha detto essere fango, suggerendoci di alzarci i calzoni…), perfino una gita in barca con tanto d’ondeggiamento, rumore di motore, leggeri spruzzi d’acqua. Infine giungiamo in un bar, con un listino a prezzo unico (un euro). Ordiniamo al buio e veniamo serviti da una ragazza, anch’essa cieca, che poi scopriamo avere poco più di vent’anni. Rapidamente ci serve caffè, the, succhi di frutta, acqua minerale; poi, al tavolo con noi, ci parla, con voce allegra, di sé, del fatto che, come Sandro, non è cieca dalla nascita, ma lo è diventata col tempo, a causa di una malattia di origine genetica che colpisce specie chi abita nelle valli chiuse, ove non è raro che chi si sposa abbia un qualche grado di parentela col coniuge. Il solito signore inopportuno afferma che certo dev’essere brutto essere ciechi a vent’anni. No, replica lei, non è brutto, è diverso; con alti e bassi come capita a tutti, anticipati, ovviamente, dal dramma dei primi tempi. Anch’io ho la mia domanda inopportuna, e chiedo a Sandro se iniziative come queste, in cui si è ciechi per un’ora, non corrono il rischio di esser interpretate come attrazioni da parco dei divertimenti.

Mi risponde che non vede il problema: di ludico c’è forse la forma, ma la sostanza è che vedenti e non vedenti s’incontrano, si scambiano di ruolo, abbattono nel vissuto i pregiudizi.

Ripensando a quell’ora trascorsa, non posso che dargli ragione, compiacendomi che l’iniziativa abbia riscosso un sì grande successo.

Pochi passi dietro un angolo, e la luce lentamente ricompare, poi più forte, improvvisa, al limite del fastidio. Saluto con gli altri Sandro, che finalmente vedo, dopo averlo conosciuto nel buio.