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La controriforma della giustizia

Anziché provvedere ad accrescere l’efficienza del sistema, si punta ad una magistratura burocratizzata e meno autonoma.

La Costituzione del 1948 ha configurato la Magistratura come un potere indipendente e autonomo, diffuso nel territorio e nelle funzioni per evitare pericolose concentrazioni in capo a soggetti dirigenti che potessero insidiarne la libertà di giudizio. Questo principio è patrimonio della cultura giuridica più alta e i Costituenti italiani nel farlo proprio si sono ispirati all’ordinamento inglese del 1701 (Act of Settlement).

La controriforma in atto tende a sopprimerlo. La maggioranza in Senato ha approvato in queste settimane i primi quattro articoli del nuovo ordinamento giudiziario, respingendo le osservazioni che non solo i magistrati, ma docenti universitari, avvocati, esponenti di partiti politici anche della maggioranza avevano espresso nel tentativo di contribuire all’efficienza dell’apparato giudiziario, ora paralizzato, conservando però il principio della indipendenza della magistratura da ogni altro potere. I quattro articoli approvati definiscono un modello di magistrato superato dai tempi, burocratizzato, confliggente con un progetto riformista ispirato ai principi della nostra Costituzione. In sostanza non provvede alla cronica insufficienza delle risorse da un lato, e dall’altro tende a soffocare l’autonomia della magistratura. Farò poche osservazioni perché l’iter normativo è ancora in corso, e dovrà approdare alla Camera.

1. La progressione in carriera deve avvenire solo per concorso, e le prove di esame devono consistere "nella redazione di uno o più provvedimenti relativi alle funzioni richieste e nella discussione orale sui temi attinenti alle stesse". Se così sarà, la professionalità del magistrato dovrà essere valutata non in base al lavoro qualitativo e quantitativo svolto, bensì sulla base di esami teorici e a titoli scientifici (pubblicazioni) che porteranno via tempo allo svolgimento dei processi. I proponenti hanno la faccia di bronzo di presentare il "concorsificio permanente" come un mezzo per ridare efficienza alla giustizia e accorciare i tempi dei processi, quando è ovvio che accadrà il contrario, con magistrati in servizio che saranno annualmente chiamati a fare l’esame, o a giudicare chi affronta i concorsi.

2. I concorsi saranno due: uno per i Pubblici Ministeri e uno per i Giudici, fin dall’inizio. E’ noto a tutti che né gli studi universitari né il periodo svolto come uditore consentono ai giovani di capire le differenze profonde tra funzione requirente e funzione giudicante. Ciò comporta il rischio concreto di avviare alla concreta funzione soggetti non preparati, e che la scelta avvenga al buio o sulla base di elementi emozionali.

3. La formazione dei magistrati viene affidata alla Scuola Superiore, autonoma rispetto al Consiglio Superiore della Magistratura, a cui spetta soltanto la nomina di due dei sette componenti. Alla Scuola spettano anche il tirocinio e la formazione degli uditori giudiziari, nonché la valutazione del corso di aggiornamento professionale con immediate ricadute sul piano del giudizio di idoneità per la progressione in carriera.

Se così avverrà, la campana suonerà a morte per il Consiglio Superiore della Magistratura. Scrive il dott. Fabio Roia, segretario generale di Unità per la Costituzione: "Una magistratura fuori della società e controllabile rappresenta una caduta di garanzia del principio di uguaglianza" (Diritto e giustizia , gennaio 2004, pag.113).

Speriamo che alla Camera, non lo Spirito Santo, ma un elementare senso dello spirito costituzionale, ispiri i deputati a profondi cambiamenti del progetto.