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L’ala dell’angelo

Emilio Rosini, L’ala dell’angelo. Itinerario di un comunista perplesso. Storia e Letteratura Edizioni, 2003, pp.236, € 18.

E’ difficile scrivere di un libro eccezionale nello spazio limitato dedicato dai giornali alle recensioni. Mi proverò, attenendomi all’essenziale.

La rivolta di Budapest, del '56.

"Voltarsi indietro è stato fatale alla moglie di Lot"(pag. 5). "Guardare indietro alla propria vita, fare i conti con sé stessi in tarda età, è pericoloso". Anche Rosini si volta indietro e non si trasforma in una statua di sale come nel racconto biblico, ma rimane stupito e perplesso perché si accorge "che la nostra presunzione intellettuale (di noi comunisti) è stata maggiore della nostra capacità critica"(pag. 6). Per elaborare il lutto svolge "il racconto intelligente della sconfitta; che è, in un aforisma di Gomez Davila, la sottile vittoria del vinto" (pag. 8).

Gli intellettuali comunisti, quelli di base (come si diceva allora) ma anche molti dirigenti che militarono nel PCI negli anni che vanno dalla Resistenza fino agli anni 70, peccarono certamente di superbia e di cecità. Profondamente giusta era la loro aspirazione a costruire una società nuova, in cui gli uomini fossero veramente liberi e fosse abolita la necessità di vendere "al buio" la propria forza lavoro a coloro che poi mantenevano le disuguaglianze sociali, detenevano il potere reale, scatenavano le guerre macellando milioni di persone nella 1a e nella 2a guerra mondiale che insanguinarono il secolo scorso. Rinunciando però alla loro ragione critica quegli intellettuali non videro, o non vollero vedere, le degenerazioni che stavano avvenendo nell’URSS, e continuarono a difendere il mito di Stalin. Come fu possibile che uomini colti e sensibili, che con dedizione lottavano per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, oscurassero la loro ragione critica fino al punto di credere contro l’evidenza che l’URSS fosse il paradiso in terra, e continuassero ad essere affascinati dal mito di Stalin? Emilio Rosini cerca di spiegarlo in un libro sofferto, impietoso e umanissimo, di una chiarezza espositiva raramente raggiungibile che racconta la sua autobiografia politica e la storia del PCI fino a quando ne fu radiato. "A quel partito, oligarchico e un po’ bigotto, ho dedicato per ventidue anni una grandissima parte del mio tempo e delle mie energie, insieme con tanti altri. Nonostante tutto non credo di averli sprecati. Nonostante tutto negli anni 40 e 50 il partito comunista ha operato tenacemente per la difesa della democrazia e dell’ordinamento costituzionale. Credo che l’Italia debba soprattutto alla compattezza e alla anacronistica monoliticità e alla tenacia e ai sacrifici dei suoi dirigenti e militanti l’effettività dagli anni 50 in poi delle libertà democratiche (di stampa, di riunione, di associazione), tanto a lungo negate e represse. Ma soprattutto sono sicuro che si debba soprattutto a loro (ai comunisti) la socializzazione e l’educazione alla politica di milioni di cittadini e cittadine; che sono il presupposto di quelle libertà".

Infatti, nonostante le contraddizioni teoriche e politiche che impacciavano il PCI e che Rosini affronta con ricchezza di argomenti, la passione disinteressata, tenace, inesausta di milioni di comunisti continuò a innervare le lotte di quei decenni. Vibra nel libro questa passione, perché anche Rosini la visse insieme a tutti noi.

Il fatto è che il PCI era strabico, aveva due occhi divergenti le cui direzioni si incontravano solo in una illusione. Con un occhio guardava alla realtà italiana, ai problemi concreti da risolvere, la Resistenza, la ricostruzione, la democrazia da rifondare, la Costituzione, la dignità e la libertà di milioni di uomini e di donne che da sudditi diventarono cittadini, soggetti attivi della vita politica, consapevoli della importanza essenziale della democrazia. Con l’altro occhio guardava all’URSS come paese guida della liberazione socialista di tutti i popoli. Errore tragico che Rosini impietosamente riconosce, e che imputa anche alla sua personale responsabilità. Tuttavia non è pentito: "Se a una diversa utopia, il socialismo, ho dedicato una lunga fase della mia vita non avrebbe interesse un mio personale bilancio dei costi e dei benefici. Non avevo un’alternativa: non l’avrei avuta neanche se avessi saputo tutto sul ‘socialismo reale’, non l’avrei avuta neanche se avessi saputo come sarebbe andato a finire il Partito. Anche se non mi perdono di avere sacrificato a quella utopica impresa il mio senso critico, sta di fatto che quella impresa era l’unica, o così mi parve allora, che potesse dare un senso alla mia vita... I nostri progetti erano tanto elevati da non poter essere perseguiti senza una grande stima di sé e una grande stima reciproca. Non si trattava solo di modificare la struttura sociale ma addirittura di cambiare il modo di pensare degli uomini e delle donne... Hybris, tracotanza, smisuratezza era la nostra sfida agli dei ma anche a Marx, che ha tentato di insegnarci che tutto dipende dallo sviluppo delle forze produttive e non da un volontarismo quasi eroico.... Eppure l’humus su cui è cresciuta la pianta di questo partito, di questa chiesa militante non era la tracotanza del fondamentalismo, come non lo era lo spirito gregario. Era la dignità" (pp. 90-91).

"A me è capitato di trovarmi, in un’epoca di passioni e di speranze, ad un bivio: parteggiare o non parteggiare? La seconda strada mi avrebbe portato fra gli ignavi del terzo canto dell’Inferno, perciò non potevo che scegliere la prima. Per trovarmi davanti a un altro bivio: per chi parteggiare? Anche questa non era un’alternativa. Parteggiare naturalmente per la parte giusta; che per l’educazione che avevo avuto, era la parte dei lavoratori, delle vittime del potere dell’utopia" (pag. 226). "La mia è stata insomma una scelta di campo esistenziale, vale a dire l’assunzione di un modello col quale identificarmi... In questo senso anch’io lo rifarei... Sceglierei la stessa parte ma cercherei di interpretarla meglio, con più intelligenza, con più sobrietà, con più senso critico, con un atteggiamento più riflessivo, più equilibrato, meno disposto agli entusiasmi e alle illusioni; ed evitandomi di prendermi troppo sul serio. Vale a dire: con minore, molto minore superbia intellettuale".

Il libro di Rosini riflette in parte anche la mia storia, e mi ha scosso nel profondo. L’ala dell’angelo ci ha sfiorato in tarda età e ha scolorito il peccato della superbia da cui tutti gli altri conseguono. Resta intatta la speranza che "l’albero storto" dell’uomo possa in futuro raddrizzarsi.

Nel fluire del racconto c’è una scheggia lirica che dimostra la sensibilità di Rosini e le radici umanistiche della sua cultura. Durante la guerra Emilio Rosini era guardamarina come osservatore aereo e si trovava ad Atene. "Cosa si può fare ad Atene se non visitare l’Acropoli? Quando potei arrivarci era assolata e deserta, non era epoca di turismo. Rimasi a lungo in adorazione del Partenone e delle Korai, le divine fanciulle cariatidi. Ma il colpo di grazia me lo diede il teatro di Dioniso, che sta lì sotto. All’idea che io, proprio io, in quel giorno e in quell’ora del volgere degli astri, io in carne essa, calcavo le pietre su cui erano state rappresentate per la prima volta le tragedie di Eschilo, fui travolto dalla commozione: mi sedetti su un gradone a piangere".