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La Borsa, cioè il gioco d’azzardo

La prevalenza della finanza sull'economia, e i giochi politici dietro il crack Parmalat in un colloquio con Bruno Amoroso, docente di Economia politica. Da L’altrapagina, mensile di Città di Castello.

Achille Rossi

Non è tenero con la finanza Bruno Amoroso, docente di economia politica all´università di Roskilde in Danimarca. La definisce addirittura "il buco nero dell’economia reale". Gli chiediamo il motivo di un giudizio così drastico. "Quando scompaiono o si vanificano grandi ricchezze senza un motivo plausibile, significa che sono entrati in ballo fattori che non hanno niente a che vedere con l’economia reale. Si tratta di fenomeni sui quali nessuno sa dare una spiegazione; i capitali svaniscono nel nulla come gli aerei o le navi nel triangolo delle Bermuda. Per questo l’immagine del ‘buco nero’ non ha niente di eccessivo".

Quale dovrebbe essere allora il ruolo della finanza in economia?

"La finanza è un utilizzo del sistema monetario inventato e pensato per facilitare gli scambi e anche la possibilità di risparmio e di investimento, tanto che nei testi la si definisce come ‘il lubrificante dell’economia’. Ha quindi un ruolo sussidiario rispetto all’economia reale".

Le cose però sono andate diversamente.

"Se la finanza travalica il suo ruolo e diventa essa stessa un mezzo di accumulazione si producono le anomalie sottolineate da Keynes negli anni Trenta. Egli aveva riflettuto sul modo di mantenere la finanza in un rapporto equilibrato e di dipendenza dall’economia reale. Con la globalizzazione degli anni Settanta è avvenuto però un fenomeno qualitativamente nuovo. Le merci diventano una realtà secondaria asservita all’accumulazione della moneta e la finanza si trasforma in strumento di produzione di ricchezza. Questa lievitazione dei processi finanziari facilita ogniforma di manipolazione e ingenera un grande squilibrio nel rapporto tra economia reale e finanza".

Oggi sappiamo che gli scambi finanziari di quattro giorni equivalgono al valore di beni e servizi prodotti in un anno nel mondo intero. Keynes scriveva negli anni Trenta che quando il capitalismo diventa finanziario deve fare l’eutanasia di se stesso. Perché è così micidiale questo predominio della finanza sull’economia reale?

"Per spiegarlo vorrei introdurre alcune considerazioni sull’intreccio tra finanza e tecnologia, che sono i due strumenti a disposizione nella cabina di comando del capitalismo moderno. Costituiscono i due acceleratori sui quali si può premere per ottenere i risultati desiderati, senza entrare in rapporto con l’economia reale. La finanza infatti può accrescere o diminuire la capacità di consumo di milioni di persone senza intervenire sul prodotto reale. Allo stesso modo, introducendo o modificando la tecnologia, si possono orientare le forme di consumo e le esistenze di sterminate masse umane. Se oggi la finanza riesce a manipolare l’economia, anzi ad espropriare intere aree di reddito, lo si deve proprio alle nuove tecnologie".

A questo punto occorre parlare della Borsa dove
questi processi si realizzano.

"La Borsa è sempre stata un elemento pericoloso perché introduce in economia il concetto di gioco d’azzardo. Andrebbe giudicata come un fatto immorale, particolarmente oggi che la tecnologia rende possibile una Borsa mondiale e permette a tutti coloro che possiedono capitali e risparmi di spostarli in qualsiasi parte del mondo. E per di più con una velocità tale che moltiplica l’effetto gioco d’azzardo e rende i trasferimenti sempre meno trasparenti. E’ finita l’epoca in cui la finanza arrestava a Chiasso gli avvocati che portavano i soldi in Svizzera con la valigetta. Oggi la tecnologia permette di sfuggire a qualsiasi forma di controllo".

Lei è discepolo dell’economista Federico Caffè, che non si è mai stancato di mettere in rilievo i danni della Borsa nei confronti dei risparmiatori e il silenzio degli organismi di controllo. Pensa che sia possibile controllare il capitale finanziario ed eventualmente come?

"Caffè è stato uno dei primi in Italia ad aprire una polemica contro l’istituzione della Borsa che egli riteneva assolutamente immorale. Anche sul controllo della finanza era pessimista, perché aveva studiato l’esperienza degli Stati Uniti dove le norme antitrust venivano continuamente vanificate da resistenze impreviste. Caffè, comunque, sosteneva che non si deve tanto controllare ma prevenire e accusava gli organismi governativi italiani e la Banca d’Italia di non avvisare i risparmiatori. Di fronte ai grandi rialzi della Borsa negli anni Settanta, Caffè ha sempre sottolineato la responsabilità sia dei sindacati che della Banca d’Italia, i quali non avvertivano i risparmiatori della trappola nella quale stavano cadendo".

Perché parla di trappola?

"Perché di fronte a una crescita sconsiderata, senza rapporto con l’economia reale, dei tassi di interesse che si realizzano in Borsa, è evidente che ci troviamo in presenza di speculazioni che poi esploderanno. Ed è puntualmente avvenuto. E’ necessario avvertire il pubblico che si tratta di giochi d’azzardo invece di incoraggiarlo, col pretesto che ci si imbarca in una forma moderna di investimento. Impegnare i soldi in operazioni di cui non si conoscono le finalità, le destinazioni e nemmeno chi le gestisce, significa deviare dal tracciato di un’economia che dovrebbe restare con i piedi per terra".

Quindi prevenire invece che controllare.

"Prevenire avvisando, perché spesso vanno a finire nei circuiti finanziari proprio i fondi pensione, col rischio che rimangono bruciati i risparmi della gente più modesta. Bisogna ridurre il rischio Borsa nell’interesse dei risparmiatori. Questo non avviene, come ha mostrato il caso Parmalat".

Quali sono gli intrecci tra capitale finanziario e mondo politico, anche in riferimento alle vicende Parmalat?

"Collusioni a parte, spesso il mondo politico e anche alcune istituzioni di controllo partecipano a questi giochi finanziari perché li ritengono interessanti per accrescere i consensi. La Borsa, infatti, può dare l’illusione di crescita economica e generare un senso di ottimismo utilizzabile sul piano politico. Questo fatto spinge i politici ad appoggiare operazioni sconsiderate, di cui solo in seguito si scopriranno i danni".

La critica di Amoroso non risparmia nemmeno i sindacati: "Come diceva Caffè, è strano vedere i sindacati minacciare scioperi e sfracelli per aumentare qualche punto percentuale di retribuzione e rimanere inerti e ammutoliti quando avvengono crolli di Borsa o fenomeni come il caso Parmalat, in cui i lavoratori e i risparmiatori perdono il 20 o il 30% del reddito. Invece che andare a ricercare le responsabilità individuali, sarebbe bene ricordare ai sindacati che il lorocompito non è solo quello di proteggere i salari dei lavoratori ma anche i loro risparmi".

Insomma, la Borsa è come l’Aids: se la conosci la eviti?

"Finché rimane una specie di nicchia dove si va qualche volta, come al pub col rischio di ubriacarsi o al casinò con la possibilità di ritornare a tasche vuote, allora va bene. E’ il gioco della vita. Ma quando la gente perde tutti i suoi risparmi la situazione è diversa e può essere considerata criminale".

Sul caso Parmalat Amoroso solleva alcuni interrogativi inquietanti: "Probabilmente Tanzi si è trovato coinvolto in un gioco finanziario che è andato al di là delle sue intenzioni. L’idea che le operazioni messe in piedi dal patron di Collecchio siano dovute all’ansia di arricchimento individuale non ha senso. Il proprietario di una grossa azienda non aveva bisogno di creare fondi neri per i suoi consumi di lusso. Inoltre, tutta una serie di operazioni finanziarie di cui non si capiscono le motivazioni sono state garantite da banche americane. Questi istituti non avrebbero maisostenuto investimenti strani, tra l’altro di un’impresa straniera, se non ci fossero state ragioni politiche".

E qui Amoroso insinua un sospetto: "Evidentemente hanno avuto l’autorizzazione da parte degli istituti di controllo statunitensi, che sono più rigidi dei nostri, a partecipare a operazioni strane per motivazioni politiche, più che per speculazioni finanziarie di cui non avevano bisogno".

L’economista di Roskilde ha notato un particolare: "Le società, gli investimenti, i soldi trafugati, insomma, si trovavano in Venezuela, in Argentina e anche in Brasile, tutti paesi da cui gli Stati Uniti sono usciti per diverse ragioni. Lì per anni sono andati i fondi di Tanzi, che probabilmente erano fondi segreti trasferiti in quei paesi per operazioni non chiare di tipo politico, come tangenti pagate a determinati personaggi politici. Quando gli americani se ne sono andati, Tanzi si è trovato scoperto, la Banca d’America dice di non conoscerlo oppure non sa dare spiegazioni".

Ma perché Tanzi avrebbe accettato questo ruolo?

"Forse per vecchi debiti, dipendenza, finanziamenti ricevuti, che lo hanno indotto a partecipare a operazioni a livello politico internazionale".

Amoroso ricorda che in alcune grandi crisi finanziarie, come quelle asiatiche del ´92, ´97, ´99 sono sempre stati determinanti i motivi politici. "Le banche occidentali ogni anno rinnovavano grossi prestiti a breve termine a paesi come la Thailandia o la Corea del Sud, con i quali automaticamente essi andavano avanti. Improvvisamente le banche, col pretesto che tali economie non erano affidabili, hanno smesso di rinnovare i prestiti e le hanno fatte crollare istantaneamente per mancanza di liquidità. A crollo avvenuto, guarda caso, le banche hanno ricominciato a erogare prestiti. E’ un sistema collaudato per controllare l’economia di tali paesi e per comprare con quattro soldi pezzi pregiati della loro industria nazionale. Che dietro le crisi asiatiche ci fossero giochi politici ha cominciato a dirlo Stigliz una decina d’anni dopo".

E Amoroso conclude ironico: "Non possiamo aspettare che fra dieci anni il direttore della Banca d’America si dimetta e ci venga a dire che anche dietro il crak Parmalat c’erano giochi politici. E che magari gli diano anche il premio Nobel".

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