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Il traffico di opere d’arte

Solo in Italia, negli ultimi 30 anni, 40.000 furti e 600.000 oggetti d’arte asportati illegalmente: la domanda, i prezzi salgono, la legislazione ristagna.

Stefano Caneppele, Barbara Vettori

Nel 1980 gli archeologi che lavoravano in uno scavo vicino alla città turca di Antalya annunciarono il rinvenimento della parte inferiore di una statua del II secolo a.C. raffigurante l’Eracle stanco. Spinti da un moto di entusiasmo, si misero in cerca anche della parte mancante. Dopo mesi di ricerche riuscirono a individuarne la posizione, ma non furono in grado di recuperarla. Oggi come allora quel mezzobusto lo si può ammirare visitando il Museum of Fine Arts di Boston, che si rifiuta di restituire la statua alla Turchia affermando che non ci sono prove che l’opera sia stata trafugata illegalmente.

Questo è solo uno dei tanti casi del traffico clandestino di opere d’arte.

Tale traffico ha sempre avuto una dimensione internazionale e interessa moltissimo alla criminalità organizzata. Per spiegarne il perché useremo i concetti di domanda, offerta e regole di mercato.

Negli ultimi anni la domanda di opere d’arte è cresciuta senza precedenti e con essa i prezzi che i compratori sono disposti a pagare. Gli acquirenti - che continuano a non curarsi molto della provenienza (spesso illecita) dell’opera - possono essere musei, collezionisti, case d’asta, mercanti d’arte specialmente europei e americani. Hanno molti soldi da spendere e tanta voglia di acquistare opere d’arte.

L’offerta è ampia e globale: si va dai beni del patrimonio archeologico africano (Mali e Ghana in particolare), all’Asia (templi cambogiani di Angkor, Nepal e Cina), agli oggetti d’arte delle culture precolombiane in America Latina, alle opere d’arte conservate nelle chiese e nelle istituzioni religiose dell’Europa centro-orientale (Polonia, Repubblica Ceca, ex Repubbliche sovietiche).

In Europa occidentale è il patrimonio artistico italiano quello più saccheggiato. In oltre trent’anni di attività il Comando dei carabinieri per la Tutela del patrimonio artistico ha documentato oltre 40.000 furti d’arte e più di 600.000 oggetti asportati illegalmente. Si stima che il danno economico arrecato annualmente all’Italia sia di circa 150-200 milioni di euro. A fronte di questa situazione preoccupante gli standard regolativi che dovrebbero ostacolare il commercio clandestino sono del tutto inadeguati: a livello nazionale le leggi o sono inesistenti o prevedono sanzioni minime o le risorse sono insufficienti per applicarle; a livello internazionale la cooperazione tra le agenzie investigative è troppo fiacca per ostacolare l’attraversamento delle frontiere. In sintesi: grandi opportunità di guadagno e pochi rischi.

Il ruolo che può assumere la criminalità organizzata nel traffico di opere d’arte varia secondo le circostanze. Può offrire le opere d’arte che direttamente ruba. Può acquistare con denaro "sporco" opere e oggetti da antiquari e mercanti d’arte. Può porsi come intermediario tra la domanda e l’offerta dei ladri professionisti, quando non ha la competenza necessaria per furti specializzati. Può utilizzare le opere d’arte come forma di pagamento per attività connesse al traffico di droga. Può, infine, utilizzare l’opera d’arte a fini di ricatto.

Come selezionano gli obiettivi i ladri d’arte? Valutando rischi e opportunità. Vengono prese di mira istituzioni con pochi strumenti di difesa (soprattutto chiese e abitazioni private), siti archeologici privi di controlli o localizzati in paesi dove il patrimonio archeologico è così vasto da essere quasi impossibile da controllare (come l’Italia) ma anche mostre molto pubblicizzate.

Ogni buon collezionista d’arte sa bene che il modo migliore per proteggere le proprie opere è quello di esibirle il meno possibile o, se esibite, di non offrire riferimenti al pubblico sul proprietario e sul luogo dove abitualmente l’opera è conservata. In caso di furto, lo strumento più efficace è il "Documento dell’opera d’arte", un modulo concepito dall’Unesco in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, nel quale i proprietari riportano i dati identificativi essenziali dell’opera (oggetto, autore, epoca, tecnica e materiale, dimensione, titolo e descrizione, fotografia).

Questa carta d’identità ha l’obiettivo di facilitare il recupero dell’oggetto, impedendo che l’opera d’arte venga reintrodotta nei circuiti legali dei musei e delle case d’asta. Uno strumento molto utile per gli operatori che quotidianamente indagano sugli oggetti trafugati.

Nel 2002, il Nucleo per la tutela del patrimonio artistico dell’Arma dei Carabinieri ha recuperato 9.159 opere d’arte e 44.380 reperti archeologici provenienti da scavi clandestini. Tra le opere recentemente recuperate anche un pezzo di storia trentina: una delle due arche castrobarcensi (altorilievi del XIV sec.) trafugate a Loppio di Mori agli inizi degli anni ’80

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