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Liberalizzare il Teroldego?

E’ un vitigno tipico della Piana Rotaliana, ma vorrebbero coltivarlo anche altrove...

"La vera tutela del Teroldego deve passare per un cambio di marcia da parte dei produttori, ed in particolare delle due cantine sociali. Purtroppo, la storia del Teroldego non è stata delle più specchiate e non è certo con una produzione di quasi 200 quintali per ettaro che si può pensare di legare indissolubilmente alla piana Rotaliana questo nobile vitigno. Mezzolombardo e Mezzocorona devono finalmente accantonare le storiche rivalità ed impegnarsi assieme verso strategie di produzione, comunicazione e marketing più opportune se vogliono aiutare un vitigno antico, come il Teroldego, a vincere la sfida della globalizzazione". Così la pensa Attilio Scienza, docente all’Università di Milano e già direttore dell’Istituto Agrario di San Michele.

Affrontiamo il tema a qualche settimana dal convegno "Teroldego: un autoctono esemplare" organizzato dalla cantina Rotaliana di Mezzolombardo con l’obiettivo di porre l’accento sul binomio Teroldego-Piana Rotaliana. Infatti, recentemente, cooperative di altre zone del Trentino hanno messo gli occhi sul "vino principe" visto che, specie negli ultimi anni, il prodotto si vende bene e i soci coltivatori ricavano remunerazioni più che interessanti (a Mezzolombardo 150 euro a quintale di uva).

"Sancire l’esclusiva del Teroldego alla sola piana Rotaliana mi pare difficile. A parte il fatto che, storicamente, tracce della coltivazione del vitigno sono presenti in altre aree, per esempio in Vallagarina, l’avvenuta istituzione dell’identità geografica tipica (I.G.T.) "Teroldego delle Dolomiti" ha liberalizzato il marchio.Quindi, la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) Teroldego Trentino, che comprende circa 400 ettari nei comuni catastali di Mezzolombardo, Mezzocorona e Grumo-San Michele, non garantisce più ai produttori locali il monopolio del vitigno. Forse, si potrebbe percorrere la strada della D.O.C.G. (come Melinda e Parmigiano Reggiano, n.d.r.), sempre che le due cantine si mettano d’accordo, ma quello che oggi più conta è la crescita qualitativa del vino prodotto".

Insomma, per Scienza basta schierarsi in difesa, dietro uno schermo di scartoffie." Sarebbe anche possibile intraprendere la strada del vino Sagrentino: il Decreto Sagrentino, infatti, consente l’uso del nome del vitigno alla sola zona di Montefalco, pur permettendone la coltivazione su tutto il territorio nazionale. Ci vuole un cambio di rotta - continua il prof. Scienza - Già nel passato, i produttori del Teroldego, per sopravvivere, hanno dovuto innovare le loro strategie. Ai tempi dell’Impero Austroungarico, con il Teroldego venivano prodotti fino a quattro vini con la medesima uva, tanta era la ricchezza del materiale colorante. L’esito della guerra col passaggio all’Italia interruppe tale sbocco commerciale, ma fino al 1965. anno di istituzione della denominazione di origine controllata, il Teroldego serviva come vino da taglio per rinforzare i vini più esangui; è da allora che s’incominciò ad imbottigliare. E’ rimasta però una forte tendenza alla sovrabbondanza produttiva: non si può infatti millantare l’eccellenza con una produzione (ufficiale, n.d.r.) di 170 quintali pro ettaro. Solo la qualità può salvaguardare il rapporto con il territorio e con esso il reddito ai produttori".

Anche Italo Roncador, ricercatore "storico" del’Istituto Agrario di S. Michele, è scettico sul garantire il monopolio del Teroldego a quelli di Mezzolobardo e Mezzocorona: "Non c’è dubbio che tra Piana Rotaliana e Teroldego ci sia un rapporto storicamente convalidato: le prove risalgono al Medio Evo, ma è l’espansione edilizia che rischia di minarne il binomio". Infatti, negli ultimi vent’anni, case e capannoni avanzano, mangiandosi anche le zone pedologicamente più vocate, laddove il Teroldego è coltivato da secoli.

Infine un accenno anche agli effetti collaterali della monocoltura. Negli ultimi anni, i tecnici hanno rilevato un aumento della moria delle viti provocata dai cosiddetti marciumi radicali. L’unico rimedio, per ora, è lo sradicamento della pianta allo scopo di bloccare l’avanzata dell’infezione alla restante parte della vigna.