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La verità su Nassiryia

La grande maggioranza degli Italiani è preoccupata della sorte dei nostri soldati a Nassiryia. E’ vero che il ministro Martino ha dichiarato al Parlamento che "la nostra è una missione di pace. Chi parla di coinvolgimento dei nostri militari in una guerra stravolge la realtà". Però i fatti sono diversi: i nostri soldati hanno avuto numerosi scontri a fuoco, sia per difendersi, sia per attuare la cosiddetta operazione dei due ponti, e hanno avuto numerose perdite tra morti e feriti. Tutto ciò non è pace ma guerra, e volerlo negare è inutile e comunque ipocrita.

Al suo arrivo in Iraq il nostro contingente era stato accolto con fiducia dalla popolazione irachena, che si accorse subito che i soldati italiani non erano dei Rambo e si preoccupavano dei bisogni della gente. Tutto è cambiato con la disgraziata operazione per l’occupazione dei due ponti, avvenuta se non erro il 6 aprile. In quella occasione vi fu uno scontro a fuoco con la guerriglia e i nostri soldati uccisero 15 civili iracheni, tra cui una donna e due bambini.

ome siano andate veramente le cose gli Italiani non lo sanno ancora, perché né il Governo né il ministro della Difesa hanno informato il Parlamento e l’opinione pubblica. Sta di fatto che da allora Nassiryia è sotto tiro: la popolazione è passata dalla fiducia al suo opposto e perfino all’odio; non passa giorno che i nostri non siano oggetto di attacchi, di agguati con mine, con tiro di mortai e il contingente ha dovuto subire la perdita contemporanea di 19 caduti, più un altro militare poche settimane fa. Il fuoco si addensa sul nostro contingente allo scopo di annientarlo o di costringerlo a lasciare l’Iraq. Si tratta di una strategia precisa: prima la Spagna, e ora tocca all’Italia.

E’ incredibile che il nostro Governo non abbia aperto un’inchiesta per accertare cosa è veramente successo a Nassiryia il 6 aprile 2004, ed è strano che la Procura militare di Roma non abbia mosso un dito. Il nostro contingente militare, come gli inglesi e gli americani, è tenuto a rispettare le norme della 4° Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, ratificata dall’Italia con legge 27 ottobre 1951 n° 1739. Tale Convenzione considera gli abitanti dei territori occupati "persone protette", che non possono essere uccise, né ferite (art. 32), né sottoposte ad atti di coercizione o tortura (art. 31) . Del resto ciò è ribadito dall’art. 185 bis del Codice militare di guerra. Non è indifferente sapere come sono stati uccisi i civili iracheni il 6 aprile, e perché: se per esempio si è trattato di una ritorsione, oppure se i civili erano mescolati alla guerriglia, o infine se è stato un errore involontario. Non è indifferente accertare se si è trattato di un atto disumano giustificabile, oppure illegale, ai sensi dell’art. 41 del Codice penale militare e dell’art. 53 del Codice penale. Il fatto gravissimo è che "persone protette" sono state uccise dal nostro fuoco "amico", probabilmente in modo illegale (non si spiegherebbe altrimenti il silenzio del Governo e il voltafaccia della popolazione irachena).

Prima che sia troppo tardi, prima che il nostro contingente rimanga vittima di un attacco devastante, il Governo e la Giustizia militare devono fare il loro dovere, per rispetto dei nostri caduti e delle vittime civili innocenti irachene.