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Dopo la vittoria

Non c’è ragione di essere delusi per il risultato dell’Ulivo alle europee. E adesso al lavoro...

Non so se il risultato delle elezioni del 12 e 13 giugno, soprattutto quelle amministrative, segni l’inizio della fine di Silvio Berlusconi. C’è da sospettare che anch’egli cominci a temerlo se, per darsene una ragione, deve inventarsi la frottola meschina dei brogli elettorali. Certo è che se un’àncora di salvataggio può ancora essergli d’aiuto egli la può incredibilmente trovare nelle scombinate e nevrotiche reazioni al voto europeo che si sono manifestate nello schieramento dell’opposizione.

Tutti a dire che il listone "Uniti per l’Ulivo" non ha ottenuto un risultato esaltante, e ciò perché non ha raggiunto il 33 per cento che era stato auspicato. E’ evidente che tale obiettivo è stato mancato perché molti potenziali elettori della lista unitaria, trattandosi appunto di elezioni a sistema proporzionale e prive di efficacia diretta sul governo, hanno preferito votare più a sinistra, a causa delle titubanze che la coalizione Uniti per l’Ulivo aveva mostrato sul problema dell’Irak nelle stesse settimane della campagna elettorale.

Confesso che la tentazione di farlo l’ho avuta anch’io. Ma non tutti vi hanno resistito. Se, in mancanza di questo stimolo, Rifondazione e le altre liste minori avessero raccolto un due per cento in meno ed il listone un due per cento in più, il risultato sarebbe stato pienamente soddisfacente. Bisogna riconoscere che è giusto che sia stato così e trarne le conseguenze politiche: sulla guerra occorre chiarezza e coerenza, Zapatero insegni!

E tuttavia l’esigenza di comporre una vasta alleanza abbastanza omogenea che abbia la forza propulsiva di proporsi come alternativa di governo alla destra di Berlusconi, qualche difficoltà a realizzarsi la incontra realmente. Tenere assieme chi sta a sinistra dei DS, compresi i movimenti, con la Margherita ed oltre, sembra un’impresa paragonabile alla quadratura del cerchio. Eppure il lavoro da fare è proprio questo. Non sottovaluto i dilemmi organizzativi, cioè se unificare prima la sinistra e poi federarla con il centro, o se dar corso subito alla costituente dell’Ulivo con chi ci sta. Ma mi pare che prima occorra elaborare una cultura di sinistra capace di convincere anche il centro. Una cultura aggiornata ai nostri tempi ma permeata dei valori universali della tradizione progressista. Non tocca a me, tanto più in questa paginetta, porvi mano. Ma cominciamo a provarci.

Sulla guerra e i problemi internazionali c’è già tutto nell’articolo 11 della Costituzione, basta rispettarlo con assoluta intransigenza.

La divisione dei poteri ed il loro reciproco bilanciamento, nonché il principio dello Stato di diritto, sono pilastri irrinunciabili di un ordinamento civile e liberal-democratico.

La concertazione fra i gruppi economici e sociali è il metodo più fecondo per governare uno sviluppo economico che elimini la precarietà del lavoro, ridistribuisca la ricchezza prodotta, miri ad uno stile di vita improntato alla sobrietà, sia compatibile con il rispetto dell’ambiente naturale, sia rivolto a sanare i perversi squilibri dell’economia mondiale.

Sia riservata alla mano pubblica, l’unica che può garantire condizioni di imparzialità ed eguaglianza, la gestione di settori fondamentali come la sicurezza, la sanità, la cultura e la scuola, la previdenza ed assistenza sociale, finanziati da un sistema tributario ispirato a criteri di progressività.

Come si vede, in ognuno di questi temi la destra è agli antipodi: accetta la guerra aggressiva, riforma la Costituzione asservendo il Parlamento al premier, rifiuta la concertazione, incrementa il lavoro precario, invita al consumismo sfrenato, riduce le aliquote dei redditi più elevati, preconizza privatizzazioni selvagge mitizzando il mercato.

Il confronto è dunque culturale prima ancora che politico. Il nostro modello si ispira a valori di libertà ma anche di eguaglianza e solidarietà. Per questo è più completo e giusto. Ed anche, tutto sommato, più conveniente.