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Vecchia e nuova Europa di fronte alla crisi irakena

Sullo sfondo della questione irakena, c’è anche il futuro dei rapporti fra Ue e Stati Uniti.

Dopo la risoluzione ONU e il passaggio di poteri al neo-governo irakeno. E’ stata vera svolta?

La sede dell'Onu a New York.

Sul fatto che ci fosse bisogno di una svolta nella questione irakena non v’è certo discussione. Che questa svolta sia servita principalmente agli Stati Uniti per dare un paravento di legalità ex-post a una azione che era partita sul calcolo, rivelatosi errato, che l’ONU potesse essere ignorata e messa da parte, ci pare una conclusione altrettanto plausibile e non contestata ormai da nessuno. Restano due o tre punti critici sotto il profilo della "moralità internazionale" che, si sa, è un concetto di difficile enucleazione e di ancor più difficile applicabilità, che comunque val la pena di evidenziare.

1. La nuova risoluzione dell’ONU ha finito per "sanare" ex- post un’azione, l’invasione unilaterale dell’Iraq e tutto quel che ne è conseguito, che è apparsa ad ogni spirito appena appena sereno e indipendente se non illegale tout court, quantomeno fortemente dubbia sul piano della moralità internazionale. L’ ONU che sanziona il diritto del più forte non è un buon viatico per il futuro del pianeta.

2. La risoluzione approvata dall’ONU è partita dall’iniziativa del presunto "reo", gli Stati Uniti. Per fare un paragone calzante, sarebbe come se qualcuno venuto non invitato in casa altrui a fare i suoi comodi e accortosi che, forse, ha calpestato qualche legge o qualche norma di buona educazione, si rivolgesse al giudice per chiedergli candidamente di dichiarare lecito quello che lecito non è. Con buona pace di duemila anni di civiltà giuridica romano-occidentale…

3. Non pare vi sia stato, da parte di chi per primo si è avvantaggiato della risoluzione ONU, alcun esplicito riconoscimento di errore. Anzi, la risoluzione ONU consente al "reo" di gestire comunque, apertamente o sottobanco, le due risorse-chiave del paese devastato dalla guerra: l’esercito e il petrolio. Come a dire: a chi è venuto in casa altrui facendo i suoi comodi, è stata data la patente di buono e bravo e per premio, gli si consente di rimanervi da sceriffo o vigilante e persino di custodire la cassaforte…

Un precedente preoccupante, se si pensa che fra 10 o 30 anni le potenze nascenti dell’Estremo Oriente potrebbero esseree tentate di ripetere simili imprese nel loro scacchiere o in zone limitrofe.

L’Europa ha fatto la sua parte, appoggiando la proposta USA di nuova risoluzione dell’ONU e agevolando disciplinatamente il passaggio di poteri in Irak. E’ tutto così semplice e lineare come appare?

Francia, Germania e Russia si sono notoriamente opposte (peraltro debolmente) all’azione unilaterale dell’invasione anglo-americana dell’Irak. Essi si trovano ora nella situazione migliore per negoziare molte cose con gli Stati Uniti. Ma sarebbe un errore credere che la gestione dell’Irak dei prossimi anni sia il vero oggetto della negoziazione. Questa è, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la prima vera occasione per una generale ridiscussione dei rapporti di forza tra Europa e Stati Uniti in vista di ben altro. Si tratta della definizione di una politica geo-strategica comune a tutto l’Occidente di qui ai prossimi cinquant’anni.

Ma, attenzione: il fatto nuovo è che l’Europa che sta trattando con gli Stati Uniti non è identificabile con il lento e goffo pachiderma dell’Unione Europea, notoriamente divisa al suo interno sulla questione irakena e su mille altre cose ancora. E’ bensì la "vecchia Europa" delle grandi potenze continentali: Francia Germania e Russia, depositarie per tradizione cultura e risorse strategiche, di quel senso della storia e del destino di un continente (ahimé, materia ignota a politicanti e affaristi di casa nostra) che rischia di veder passare le decisioni che contano sopra la propria testa. L’Europa della vecchia Triplice - che incarna in parte il vecchio slogan di De Gaulle su una "Europa dall’Atlantico agli Urali" - ha dato il suo assenso alla nuova risoluzione ONU auspicata dagli Stati Uniti, ma a condizioni che saranno solo in parte rese note nei documenti ufficiali. L’oggetto reale del patteggiamento, e se questo porterà davvero all’inizio di un mutamento nei rapporti di forza tra le due sponde dell’Atlantico, lo si potrà comprendere solo negli anni a venire.

Ecco, l’Europa della vecchia Triplice oggi non vuole più delegare in toto agli USA la gestione dell’Occidente. Essa, a ragione, vuole avere voce in capitolo sul piano imperiale per il Medio Oriente (che gli Stati Uniti hanno gestito sinora come cosa propria), perché coinvolge i suoi interessi a più livelli:

1. questione della sicurezza e del terrorismo internazionale. Abbiamo 15 milioni di musulmani solo dentro l’Unione Europea, più quelli presenti in Russia (Cecenia e non solo): evidentemente non è interesse dell’Europa alimentare la spirale dell’odio e del razzismo anti-islamico;

2. questione dell’egemonia economica. Il protettorato militare americano stabilito in Irak e Afghanistan - è chiaro - garantirà in primo luogo gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti, mentre agli alleati più stretti andranno gli avanzi e gli ossi più o meno spolpati, e gli altri avranno - se avranno - solo le briciole;

3. questione geo-strategica. Sulla questione del declino economico e geopolitica dell’Occidente, dato per inevitabile nel medio periodo, l’Europa della Triplice, parte integrante ma sempre più inquieta dell’ "impero", potrebbe avere strategie diverse.

Europa e USA: strategie divergenti a lungo termine? Ecco, soffermiamoci su quest’ultimo punto.

Il Medio Oriente si trova giusto in mezzo tra la potenza di oggi e le potenze di domani: è insomma il naturale terreno di confronto nell’eterno grande gioco asiatico, ieri tra la Russia zarista e l’impero britannico, oggi tra gli Stati Uniti e la Cina (domani anche l’India).

Gli Stati Uniti hanno saputo cogliere ogni occasione per realizzare l’obiettivo strategico di presidiare militarmente e economicamente quel territorio. Dopo l’impresa afgana, tutta l’Asia Centrale - a due passi dalla Cina - brulica di basi e sofisticati centri d’ascolto americani che non servono certo a controllare i movimenti di Osama bin Laden e i suo desperados braccati e in fuga per le montagne…

L’ impresa irakena, coperta dalla propaganda sul dovere di abbattere il tiranno di Baghdad, ha certamente consentito agli Stati Uniti di mettere le mani su ingenti risorse petrolifere. Ma c’è di più. Piazzandosi proprio al centro dello scacchiere medio-orientale, gli Stati Uniti hanno anche lanciato un duplice messaggio: 1. d’ora in avanti noi siamo il Medio Oriente: il prezzo del petrolio e le politiche estere dei vari stati - buoni o cattivi - della zona si faranno con il nostro beneplacito; 2. questo nostro Medio Oriente diviene il nuovo confine avanzato dell’Occidente, dell’"impero": avvertimento lanciato alle potenze di domani, Cina e India.

Ecco, il concetto-chiave è quello di "confine avanzato".

Al termine della seconda guerra mondiale, il confine avanzato degli Stati Uniti si collocava nell’Europa occidentale che fronteggiava l’Orso sovietico. Le forze militari USA da allora non hanno più abbandonato l’Europa. Un processo di parziale riduzione è iniziato, non a caso, solo a partire dalla caduta dell’URSS. Oggi, proviamo a chiederci dove sono i "confini avanzati" degli Stati Uniti e dell’Occidente. Precisamente in Medio Oriente. Ecco perché gli Stati Uniti - ottenuta la sospirata legittimazione ex post dell’ONU e portato a termine il "passaggio" di poteri - non se ne andranno, né dopo il 30 giugno né fra dieci anni. Il protettorato su Iraq e Afghanistan ha una lunga vita di fronte a sé. La presenza USA, col tempo, diventerà magari più discreta, al limite quasi impercettibile come è oggi la presenza americana nelle basi europee, ossia in territori ormai definitivamente acquisiti all’ "impero". Staremo a vedere nei prossimi anni le contromosse dell’impero nascente dell’ex-Cina maoista…

L’Europa dovrà scegliere tra due strade: avrà un ruolo - comunque subordinato - in questa situazione solo nella misura in cui la potenza egemone si trovi in difficoltà a gestire il "suo" piano e ne richieda la fedele collaborazione. E’ il caso dei governi alla Blair o alla Berlusconi, che da questo ruolo di "cani fedeli" si ripropongono di trarre qualche vantaggio, magari una ciotola con qualche osso in più da spolpare… Oppure l’Europa, andrà incontro a un dualismo sempre più accentuato in cui la Triplice porterà avanti il "suo" piano di contestazione dell’egemonia USA e chi la segue la segue… Con effetti catastrofici, nel breve periodo, sul piano della costruzione di una "unità" politica del continente, ma almeno beneficamente chiarificatori: i paesi della UE di vecchia e nuova adesione dovranno decidere da che parte stare.

La nuova Europa a 25, con il blocco est-europeo compattamente (per ora) su posizioni filoamericane sostenuto da Blair e Berlusconi da un lato e, dall’altro, l’asse Francia-Germania-Spagna e l’appoggio esterno della Russia di Putin sulle questioni internazionali, è comunque già un dato di fatto. Gli Stati Uniti lavorano (bene e con costanza) ad approfondire questo solco, che è il vero tallone d’Achille della Triplice: l’insistenza degli USA per far entrare la Turchia nella UE, la politica di grande attenzione ai paesi di nuova adesione dell’Europa dell’Est, sono altrettanti tasselli di un disegno ben costruito per rendere difficile l’unità europea e aleatoria qualsiasi velleità di cambio di leadership all’interno dell’Occidente.

Il primo terreno di scontro tra queste due anime dell’Europa sarà proprio sulla politica mediorientale. Il Medio Oriente deve essere solo un terreno di confronto con le potenze di domani (Cina, India) e di occupazione militare in un’ottica neo-coloniale? O non si dovrebbe pensare a costruire un solido asse con l’altra sponda del Mediterraneo e a una più autonoma azione "mediterranea" su scala geopolitica –tutta ancora da pensare e da costruire? Gli Stati Uniti sembrano, ancora una volta, avere anticipato l’Europa con il loro strombazzato progetto di Grande Medio Oriente, improntato alla democrazia "american style", che per ora non sembra riscuotere grandi entusiasmi tra i paesi arabi.

Ma l’Europa quale progetto ha sul Medio Oriente? Più in generale: le conviene "sganciarsi" dalla leadership americana nella politica verso il mondo arabo e islamico? Sono tutte domande che attendono una risposta nel prossimo futuro.