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L’egemone e gli irresponsabili

Con Montezemolo, la svolta della borghesia illuminata. Con Dellai, Malossini, & C, la palude dei privilegi.

Se abbiamo perso quote di mercato, non è giusto che noi imprenditori ce la prendiamo con il governo o il sindacato; dobbiamo innanzitutto guardare in casa nostra." Partendo da questa insolita assunzione di responsabilità, il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo all’Auditorium del Mart ha esposto la nuova linea degli industriali: ed ha entusiasmato la pur variegata platea. E in effetti è stato un discorso che ha delineato una visione egemone dell’imprenditorialità. Egemone in senso gramsciano: sforzarsi di far coincidere i propri interessi con quelli generali.

Il presidente della Confindustria, della Ferrari e della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo.

Di qui un ribaltamento completo della piccineria della gestione precedente di D’Amato: in un’ora di discorso Montezemolo non ha mai citato le solite parole-chiave (flessibilità, pensioni, tagli); sostituendole con le opposte condivisione, concertazione, fare squadra. L’impresa è lavoro comune, "la condivisione degli obiettivi" non "i sacrifici" è l’elemento propulsore; il modello è la Ferrari, dove anche l’ultimo meccanico si identifica con il prodotto. E più in generale, non è vitale una società che sa offrire solo un futuro in cui la gente sta peggio.

E il discorso diventa subito generale: la necessità di innovazione, di ricerca; la creazione di un sistema-paese, per cui bisogna smetterla con gli egoismi di categoria, gli industriali contro i commercianti, gli artigiani contro gli albergatori; l’attitudine positiva, per cui i paesi emergenti vanno visti come opportunità, non come pericolo.

E in questo quadro, ritorna prepotente non solo il ruolo del territorio, ma anche – udite, udite! – quello dello Stato. "Parliamoci chiaro, la ricerca deve venire soprattutto dallo Stato. Meglio qualche tassa in più, ma più ricerca".

Per finire con un’ulteriore, precisa autocritica: "Dagli investimenti nella finanza, nella new economy, nell’immobiliare, dalle Bmw ai figli, dobbiamo tornare al nostro mestiere, investire nella nostra impresa". Concetto sacrosanto, e dolente per il presidente della Fiat, devastata dai dissennati investimenti in altri settori; e ancora concetto che si attagliava a pennello a tanti in platea (a iniziare dal presidente trentino Pedri) sempre alla rincorsa dell’affare immobiliare.

Montezemolo non è né un messia né un alieno. Viene dalla borghesia illuminata torinese, quella che nei primi anni ’70 varò lo Statuto dei lavoratori, e vent’anni dopo sottoscrisse i patti concertativi. Una borghesia che però in Italia troppe, decisamente troppe volte non ha saputo sostenere una visione generale. Forse oggi, dopo aver toccato il fondo con l’appoggio al televenditore di Arcore, s’inaugura una nuova stagione.

Questa domanda di visione d’insieme viene fatalmente a interrogare la politica. Anche quella locale. Che, al di là dei bei discorsi che un Dellai riesce sempre a sfornare anche agli Industriali, si è impantanata.

Impantanata, e forse neanche se ne accorge. Nella palude dei propri privilegi e del conseguente discredito. Siamo arrivati al punto che qualunque politico, quando necessita di una manovra diversiva, può facilmente riaprire uno dei tanti dossier sui troppi punti dolenti: vitalizi, viaggi, consulenze, rendiconti.

I due aspetti più scandalosi sono i vitalizi e i fondi dei gruppi consiliari. Qui parliamo di questi ultimi, un autentico verminaio, finora non sufficientemente evidenziato.

Dunque, i fondi dei gruppi dovrebbero servire alla loro attività politica. Teniamo presente che i gruppi hanno già gratis sede, mobilio, computer, stipendi del personale. Oltre a ciò hanno in dotazione somme molto consistenti. Le cifre? Tra Provincia e Regione i Leali (un solo consigliere) incassano 4.300 euro al mese; la Lega (due consiglieri) 6.780 euro; i DS (cinque consiglieri) 11.997; Forza Italia (anch’essa cinque consiglieri ma per avere più soldi si è divisa in due gruppi in Regione) 13.288; la Margherita (12 consiglieri) 26.370.

A che servono tutti questi soldi? Come vengono spesi? In passato ci sono state roventi denunce: in alcuni gruppi i soldi vengono utilizzano per finanziare i rispettivi partiti (non sarebbe lo spirito della legge, ma pazienza); in altri finiscono direttamente nelle tasche dei consiglieri.

E tutto questo impunemente. La magistratura ha appurato che il ben noto Franco Tretter con questi soldi si era rifatto il guardaroba; ma ha pure concluso che non è reato, il regolamento consiliare lo permette. Con il che tutte le altre denunce – chi si è arredato la casa, chi i soldi se li faceva direttamente accreditare sul proprio conto, chi si è comperato casse di spumante – sono state archiviate. E il Consiglio provinciale si è ben guardato, nonostante le promesse di rito, dal modificare il regolamento.

In questo contesto Mario Malossini, che il vizietto di puntare al pubblico denaro sembra non averlo perso, chiede ulteriori fondi. Per le consulenze, dice. Come se 25 milioni al mese non gli possano bastare.

Anzi, fa dipendere i rapporti maggioranza/opposizione da questi finanziamenti. Dellai, in nome della realpolitik, accetta: se, per addomesticare l’opposizione, bastano un po’ di soldi (pubblici)...

Ma la cosa è troppo sfacciata. E, per il momento non riesce.

In cambio, la politica, nel giudizio collettivo, va sempre più giù.