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Dall’ape all’inceneritore

Ambiente: le varie tappe di un discorso coerente iniziato con il numero zero.

Era iniziata con una denuncia che sembrava minimalista la storia dell’ambiente trentino sulle pagine del primo numero di Questotrentino: la preoccupazione per il destino delle api falcidiate dagli effetti degli anticrittogamici usati a dosi massicce in agricoltura (Chi ha ucciso l’Apemaia?). Nei mesi e negli anni successivi, il giornale dovrà affrontare le tragedie che hanno investito il Trentino, le decisioni che hanno messo a repentaglio la sicurezza, il degrado dei suoi panorami, intasato i fondovalle, piegato agli interessi di potenti lobby l’uso dei beni naturali di tutti.

Non sono stato né tra i fondatori di QT, né tra i primi suoi collaboratori. Sono rimasto quindi quasi sorpreso nel ritrovare, sfogliando i numeri di annate ormai lontane, il filo coerente di un discorso che intravede la sostenibilità dell’uso delle risorse come questione che intreccia in modo indissolubile i temi ambientali con quelli sociali, con la legalità, la giustizia, la cultura, l’economia, ponendo, in anni ormai sembrano remoti, il tema del limite, non soltanto in senso fisico, ma anche culturale.

Ovviamente i concetti erano nel 1980 assai meno chiari di oggi, non c’erano stati ancora le conferenze di Rio de Janeiro, di Kyoto, di Johannesburg, il disastro nucleare di Cernobyl arriverà sei anni dopo. Eppure le tavole rotonde promosse dal giornale sui parchi naturali trentini da istituire e difendere, quasi un decennio prima che i parchi fossero messi in condizione di muovere pur con tante contraddizioni i primi passi, dimostrano una sensibilità anticipatrice di voci minoritarie, che tentano di intaccare la sostanziale indifferenza della politica per questi temi. Sono gli anni in cui Franco Tretter sventola la bandiera del "Tovel l’è nòs" per impedire, con rivolte rusticane, la tutela del lago e l’istituzione del Parco del Brenta, con il resto dell’universo politico trentino che piega la testa e accantona i problemi.

Ed è solo su Questotrentino che in modo diffuso si trova un’organica denuncia sullo sfruttamento di suolo e di uomini che è alla base delle fortune dei padroncini dell’"oro rosso". Verranno poi con il "miracolo" del porfido i disastri delle Grigne e del Graon,la frana dello Slavinac, danni enormi per le finanze pubbliche, dissesti incalcolabili per le risorse ambientali, tragedie sfiorate per i paesi della valle di Cembra.

Certo, su QT non si parla ancora di sviluppo sostenibile, una dizione che arriverà dopo la Conferenza di Rio del 1992, non si tratta di biotopi, una parola estranea anche alla generalità della cultura ambientalista, non c’è una percezione compiuta fra politiche territoriali e tenuta comunitaria nella nostra regione alpina.

Ma già nei primi anni Ottanta sul giornale si pone il problema della necessaria revisione del Piano urbanistico provinciale che dal 1967, anno della sua approvazione, aveva favorito l’industrializzazione del Trentino, sottovalutando però l’ambiente agricolo, gli elementi importanti del paesaggio, accentuando le condizioni di rischio del territorio, perché quasi tutto allora era subordinato al "balzo in avanti" che il Trentino doveva fare per riscattarsi dall’antica miseria.

Le contraddizioni di un siffatto modello di sviluppo cominciano solo allora a far breccia anche a livello politico: gli insediamenti turistici in quota (Folgarida, Marilleva, Fassalaurina) cui si propone di affiancare quelli sul lago di Garda (Arcoporto) hanno effetti impattanti, capaci di svegliare anche i dormienti. Le carte stagnole dei miracoli economici a basso prezzo incominciano ad essere percepite da molti, da settori della sinistra oltre che dal mondo ambientalista, come cambiali che si pagheranno a caro prezzo.

Proprio sulle pagine di QT, nel 1984, Aldo Gorfer, ammoniva che questa terra fra i monti, con la disponibilità di solo il 20% della superficie per le attività umane, con il 70% del suo territorio collocato oltre i 1.000 metri di altitudine ha dovuto imparare a mettere in pratica nei secoli l’ossimoro dello "sviluppo sostenibile", pagando con dure repliche della natura ogniqualvolta si sono volute forzare le prudenze ambientali delle consuetudini antiche.

La tragedia arriva nella mattina del 19 luglio 1985. Quasi trecento i morti: il credito del Trentino della misura e della buona amministrazione è travolto dal fango di Stava, come scrivono i giornali nazionali e locali. Oggi si è sbiadito anche il ricordo di quella giornata, di quei mesi di trauma collettivo di una comunità, tutto si è ristretto alla memoria dei familiari e della comunità locale di Tesero, per un giorno di una intera valle.
Ma per qualche tempo lo shock subito dal Trentino sembrò cambiare la politica, gli atteggiamenti culturali, i comportamenti e l’organizzazione della macchina burocratica.

Anche su Questotrentino compariranno le foto dei morti estratti dal fango delle miniere di Prestavel, e con esse la rivendicazione di una svolta politica radicale nelle politiche economiche, della legalità, dell’uso delle risorse, dei controlli sociali, in termini politici, la battaglia perché si apra una stagione nuova.

E una stagione nuova per un momento sembrò palesarsi nell’autunno di quell’anno, dando il meglio di una comunità che vuole riscattare se stessa.
Si fecero le leggi che allora sembravano, e per il tempo erano, buone leggi, si riscattarono i tempi perduti, si introdussero elementi di valutazione innovativi.

Ma una stagione dura appunto una stagione se la politica che la qualifica non diventa cultura diffusa e condivisa. Riemersero nei primi anni Novanta gli uomini del cemento, dell’asfalto, degli impianti, che per un breve periodo si erano defilati, e trovarono udienza in modo prima cauto, poi senza inibizioni nei palazzi.

La sinistra protestò. Minacciò rotture, poi si adeguò al nuovo ordine, fino a diventarne in qualche caso partecipe. Questotrentino si ritrovò a denunciare che la politica ambientale era non solo lo spartiacque di una responsabile gestione delle risorse, ma ancora una volta della legalità, della giustizia, dell’economia, della cultura della responsabilità e della solidarietà.

Le cover story di questi ultimi anni sono incalzanti denunce e proposte, aiutano a tener vivi i problemi, ad evitare che si affermi lo scetticismo e l’affarismo, a Trento e nelle valli. Ai vecchi armamentari di sempre (PiRuBi, collegamento sciistico Pinzolo-Campiglio) si sono aggiunti in questi mesi i nuovi velleitari, antieconomici caroselli di Folgaria, mentre la costruzione del megainceneritore non è tramontata.

Ma forse ancor più che i singoli episodi, c’è da tener desta la sensibilità per un impoverimento complessivo dell’ambiente trentino. A testimoniare che l’antica preoccupazione per l’ape Maia del numero zero del giornale, era la cartina tornasole di un pericolo assai più esteso e grave.

Nel 1999 il naturalista Gino Tomasi ricordava su questo giornale, senza essere smentito da alcuno, che anche nel nostro territorio su 7.400 specie animali esaminate, il 40% corre rischi di estinzione (La mortificazione della fauna trentina).

Ma nonostante le nostre denunce, tutti hanno fatto finta di non capire.