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Amministratori pubblici nei guai

Ad Andalo e a S. Michele (ancora la telenovela del Mercatone Uno), sindaci e assessori condannati.

Brutta estate, quella che si sta concludendo, per alcuni ex amministratori comunali. La corte d’appello della Corte dei Conti, l’organo che decide dei danni arrecati alle finanze pubbliche dal cattivo comportamento degli amministratori e dei dipendenti pubblici, ha condannato la vecchia giunta di Andalo e l’ex segretario a risarcire il comune con 49.000 euro, quasi cento milioni delle vecchie lire.

La Corte d’Appello di Trento, invece, ribaltando l’assoluzione di primo grado, ha condannato ad alcuni mesi di reclusione (con la sospensione condizionale della pena) l’ex sindaco ed un assessore dell’ex giunta comunale (centro-sinistra) di San Michele per la controversa vicenda del Mercatone Uno. I due ex amministratori, Chilovi e Fadanelli sono stati condannati per abuso d’ufficio anche se la decisione definitiva è rinviata alla Corte di Cassazione, ultima istanza nell’ambito del nostro complicato processo penale. Ripercorriamo in breve la vicenda.

In vista del Natale ’98 (momento d’oro per il commercio, il periodo del Natale) il Comune rilasciò quattro autorizzazioni a favore del Mercatone Uno per l’apertura di altrettanti negozi di superficie inferiore agli ottocento metri (tale era il limite di superficie di competenza riconosciuta ai sindaci).

I negozi erano stati realizzati in un capannone artigianale strategicamente collocato lungo la statale del Brennero, in una zona che il piano regolatore di San Michele destinava però al commercio all’ingrosso o ai centri commerciali (almeno cinque negozi - specifica la normativa provinciale). Che i negozi non fossero né cinque né quattro ma in realtà solamente uno con una superficie complessiva che esulava dalla competenza del sindaco per ricadere in quella della Provincia che, a sua volta, non avrebbe potuto autorizzare la vendita a causa del blocco delle licenze agli ipermercati, era abbastanza evidente. L’accesso ai cosiddetti negozi era unico, così come unica era la cassa e, a delimitare virtualmente i presunti quattro negozi, erano state installate delle catenelle di separazione.

Ma nonostante che le autorità comunali avessero partecipato alla cerimonia di inaugurazione, non trovarono evidentemente scandalosa la finta divisione delle superfici di vendita. L’Unione Commercio di Trento, la più rappresentativa associazione dei commercianti trentini, iniziò a quel punto la battaglia. Sollecitata, la Provincia segnalò la palese irregolarità al sindaco che a quel punto dovette disporre la chiusura dell’attività commerciale.

Mercatone Uno, in un batter d’occhio, sostituì le catenelle con delle mezze pareti tirate su in una notte e ciò bastò al sindaco per sancire la divisione in quattro del punto di vendita, tanto che, con velocità inusuale, venne concessa la riapertura.

Vista la mossa del Comune, alcuni commercianti di Trento e della piana Rotaliana ricorsero quindi alle vie legali e il Tribunale Amministrativo di Trento dette loro ragione, dichiarando illegittime le licenze.

Dopo un anno dai primi accadimenti, la Provincia concluse formalmente la propria istruttoria e dichiarò incompatibile l’esercizio commerciale (palesando quindi anche un possibile abuso edilizio) con la destinazione urbanistica della zona in cui Mercatone si era insediato per esercitare la vendita. Di lì a pochi giorni, il Consiglio di Stato, alla cui decisione si erano appellati il Comune di San Michele e Mercatone, respinse il ricorso confermando la sentenza di annullamento delle licenze pronunciata dal Tar di Trento. Per usare una metafora calcistica, l’esito dei ricorsi amministrativi rappresentò un tondo due a zero sfavore dell’amministrazione, con almeno 15 milioni di relative spese legali a carico del Comune di San Michele all’Adige.

A quel punto scoppiò definitivamente l’emergenza dei quaranta posti di lavoro e venne chiesto a gran voce da molti, sindaco compreso, l’intervento della Provincia. Mamma Provincia, sotto il ricatto occupazionale dei quaranta dipendenti del supermercato, sanò la situazione all’interno della più ampia legge sul commercio. In tal modo, dopo qualche mese di purgatorio, Mercatone Uno riaprì i battenti, ma la Procura della Repubblica chiese il rinvio a giudizio dei due ex amministratori comunali: in primo grado l’assoluzione, in appello la condanna.

Condanna solo pecuniaria invece per gli ex amministratori (e l’ex segretario comunale) di Andalo, il centro turistico dell’altopiano della Paganella. I quali erano già stati condannati in primo grado a risarcire circa duecento milioni delle vecchie lire: ora, in appello, la Corte dei Conti, ha confermato la condanna, ma ne ha più che dimezzato la pena: il risarcimento è stato ora quantificato in poco più di 49.000 euro.

Andalo.

La vicenda trae origine da una segnalazione del Servizio enti locali della Provincia, che non condivise l’operato contabile degli amministratori di Andalo. Il Comune costituì diversi anni fa una società di capitali conferendo il 60 per cento delle quote. L’intento era quello di liberarsi dei cosiddetti lacci e laccioli tipici della gestione pubblica affidando al "privato" dalle mani miracolose gli impianti del centro sportivo, sorto negli anni alla periferia del centro abitato.

Nei fatti è stato un continuo ripiano di disavanzi e di abbuoni, fino a raggiungere in pochi anni l’ammontare di duecento milioni delle vecchie lire. L’accusa è riuscita a dimostrare che nella vicenda sono stati violati i limiti del corretto esercizio della discrezionalità amministrativa, "essendosi disposte liberalità non dovute e che hanno comportato benefici solo per gli altri soci privati". Ecco quindi che, alla fine, agli ex amministratori comunali ed all’ex segretario comunale è stato accollato il risarcimento in quota proporzionale al 40 per cento del danno inizialmente quantificato, cioè della parte di debiti che si sarebbero dovuti accollare i privati che quella quota detenevano a completamento del pacchetto azionario. Insomma, salvo sorprese, questa volta non è passata la diffusa modalità che prevede di privatizzare gli utili e di socializzare i debiti.