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Anche i loden emigrano a est?

La Dolomiten di Tesero trasloca in Bulgaria.

Sono poche le realtà industriali in valle di Fiemme: arrivano ad occupare appena 500 lavoratori. E se si esclude il lavoro precario e sottopagato del settore turistico, le prospettive occupazionali per il mondo femminile sono ancora più scarse, quasi nulle. In una simile realtà quando una azienda come la Dolomiten di Tesero, settore tessile, annuncia la riduzione dell’occupazione, l’allarme non può che risultare amplificato.

La Dolomiten è un’azienda nata negli anni ’60 dalla felice intuizione di un imprenditore locale, Livio Deflorian, e in pochi anni trovò una sua precisa collocazione nel mercato tessile nazionale con la produzione dei loden e di maglieria di qualità, tanto da arrivare negli anni ’90 ad occupare stabilmente più di 100 lavoratori, gran parte dei quali donne, e ad aprire centri vendita nelle più importanti città del Nord-Est.

Più volte le organizzazioni sindacali cercarono di intervenire, anche solo per far applicare norme elementari del contratto nazionale, ma la barriera imposta dal proprietario risultò insormontabile: le persone che si sono iscritte o che hanno avviato un minimo di azione sindacale, in tempi brevissimi sono state costrette alle dimissioni. In questi ultimi anni la direzione dell’azienda è passata al figlio ed in poco tempo sono cambiate le strategie e gli obiettivi imprenditoriali. E’ un percorso che abbiamo trovato descritto in quasi tutte le crisi aziendali della nostra provincia e che si ritiene moderno, funzionale: delocalizzazione della produzione (in questo caso si parla di Bulgaria), mantenimento in sede dell’ufficio qualità, o meglio del marchio da apporre sui capi provenienti dall’est o da altre regioni e laboratori, difesa strenua del settore vendite, quindi del commercio.

Durante questi mesi alcuni lavoratori sono stati invitati a cercarsi un nuovo lavoro, altri sono stati aiutati, ma ciò nonostante, qualche settimana fa sono stati denunciati decine di esuberi. Tutto avveniva nel silenzio e nel disinteresse degli amministratori di valle. C’è voluta un’allarmata interrogazione della lista di sinistra a Cavalese per smuovere le acque: in poco tempo azienda e sindacato si sono trovati per minimizzare i danni sui lavoratori, mentre i comuni di Tesero e Cavalese si sono accorti della gravità della crisi cadendo dalle nuvole: qui si è abituati a ridurre la società ad una sommatoria di impiantisti, albergatori e geometri.

Anche in valle di Fiemme, anche fra i dipendenti delle aziende, si è convinti che delocalizzare le produzioni porti ricchezza e che tali scelte nel medio periodo favoriscano la difesa di altri posti di lavoro, quelli del commercio, che altrimenti comunque andrebbero persi - si dice. Non ci si accorge della miopia di una simile lettura: quando si esporta una intera linea di produzione si esportano conoscenze, tecnologia, il marchio, costruito con tanta tenacia dai pionieri dell’industria; giorno dopo giorno si affievolisce la sua identità e la sua attrattività, specie quando non può far leva su nomi altisonanti. In una valle come Fiemme, dove sembra che tutto debba ruotare attorno alla precarietà del lavoro offerta dal settore turistico, la perdita di un’azienda simile ha ripercussioni gravi.

In questo caso nel settore femminile: in valle le donne possono trovare lavoro stabile solo nella pubblica amministrazione o nel terziario. Quando, specie se donne, ci si trova espulsi dal settore produttivo a 40/50 anni, si cade nella precarietà: lavori stagionali negli alberghi, orari impossibili da sostenere nei negozi, lunghi periodi di disoccupazione.

Ci si attendeva quindi dalle amministrazioni pubbliche di valle un’azione forte nella difesa degli attuali livelli occupazionali in azienda ed invece, al di là della sconcertante sorpresa con la quale è stata accolta la notizia della crisi, si è accettato il male minore: 30 licenziamenti guidati dalla mobilità regionale, il via libera all’azienda alla delocalizzazione, la fine della produzione in valle dei loden e della maglieria con un’azienda che si accontenterà di accogliere altri marchi e di veicolarli nella sua rete commerciale.

Non è difficile prevedere in un vicino futuro forti difficoltà anche in questo ambito: il solo settore commerciale, come dicevamo, non può reggere per lungo tempo la concorrenza di chi nel frattempo investirà in tecnologia, fantasia, ricerca. Tutti gli attuali cento posti di lavoro sono a rischio. E’ solo auspicabile che altre medie aziende di valle non seguano l’esempio Dolomiten: se ciò dovesse accadere, ci si avvierebbe in una spirale di vero e proprio declino produttivo, di assenza di capacità imprenditoriale, quindi in un futuro di rapido impoverimento dell’intera vallata.