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Trento vista dal Nettuno

Una mostra dall'apprezzabile taglio civico: la storia della città vista dalla sua piazza centrale e dal suo monumento-simbolo.

Giulia Clerici

Racconta la leggenda che il dio Nettuno, signore dei mari, risalì in tempi remoti il corso dei fiumi per espandere il proprio dominio sui territori alpini. Fu forse questa leggenda a spingere l’allora Magistrato Consolare della città di Trento a scegliere proprio il dio delle acque come soggetto della fontana che negli anni 1767-1768 fece erigere "per salute e decoro della città" nella piazza principale, la piazza del Duomo, centro nevralgico, allora come oggi, della vita cittadina.

Lo stesso nome latino della città, Tridentum, richiama alla mente lo "scettro" impugnato dal dio, un tridente appunto, e questa coincidenza etimologica ha fatto pensare alla possibile presenza nell’antica città romana di un tempio dedicato al dio dei mari. Queste rimangono però supposizioni e leggende. Quel che è certo è che, nonostante le aspre polemiche iniziali di coloro che la tacciavano d’essere un’opera inutilmente "dispendiosissima" e la diffidenza diffusa tra gli esponenti del clero che non vedevano di buon occhio lo spirito laico e di derivazione illuminista che aveva ispirato il progetto, a partire da quel momento la fontana divenne uno dei simboli della città tridentina e della vita civica che al suo interno si svolge.

Queste, e tante altre, le notizie e suggestioni che fornisce la mostra promossa dal Comune di Trento visitabile fino al 21 novembre a Palazzo Geremia. Così il visitatore, introdotto pure da un video realizzato ad hoc, vede scorrere davanti ai suoi occhi le principali tappe dell’evoluzione storica della città, grazie alle numerose opere pittoriche, grafiche e fotografiche che diversi artisti hanno dedicato alla "magnifica fontana" e soprattutto alla sua splendida cornice, piazza del Duomo. Così, come il dio delle acque dall’alto del suo monumentale piedistallo, così anche noi comuni mortali possiamo percepire dei flash brevi eppure illuminanti sui mutamenti politici e culturali che la società trentina ha conosciuto negli ultimi due secoli e mezzo, dal declino del Principato vescovile all’annessione del Trentino al regno d’Italia, dai tragici lasciti del secondo conflitto mondiale alla rapida e disordinata crescita del dopoguerra, fino ai più recenti anni di rifioritura architettonica e culturale della città.

Unica assenza del dio, quella registrata dal 1940 al 1945, anni in cui, per timore di eventuali danni che i bombardamenti avrebbero potuto arrecarle, l’originale statua in marmo, opera dello scultore comasco Stefano Severino, venne messa al sicuro nel cortile di palazzo Thun, dove si trova ancora oggi, mentre il suo posto sulla cima della fontana è stato preso, a partire dal ’45, da una copia in bronzo. La fontana mutilata immortalata nelle fotografie dell’epoca è il triste simbolo e testimone della sospensione della normale vita cittadina, soffocata dagli orrori che nel corso di quegli anni bui si consumavano.

Insomma, la storia di questo monumento-simbolo si intreccia alla storia della città di Trento, e la cosa viene bene rappresentata nelle sale di Palazzo Geremia. E’ questo il principale merito dell’esposizione, che più che per il suo valore prettamente artistico si distingue per l’interesse storico e per l’aver saputo presentare il monumento come un simbolo della vita civica della città piuttosto che come mera attrattiva turistica.

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