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La notte dei Senza Dimora

Una tavola rotonda e una festa di piazza per ricordare gli oltre 200 “invisibili” di Trento.

Dormono per strada, lasciano le loro cose sparse in casa di amici e sedi di associazioni, vivono nella precarietà anche fisica, senza tutela, senza luoghi dove riposare o difendersi dai rumori, dalle luci, dal clima, si lavano quando trovano una doccia che li ospita: sono i Senza Dimora, persone che hano perso una casa o non riescono a tornare in quella che li aspetterebbe.

A Trento - difficile da immaginare - i Volontari di Strada (l’associazione che lavora per loro) ne contano circa 232.

Quanto ai dati nazionali, questi sono molto diversi a seconda di chi li produce; ad esempio, secondo la Commissione Nazionale per le Povertà, nel 1991 erano stimati sul territorio nazionale 44.800 Senza Dimora, mentre un altro organismo, nel 1993, ne indicava tra i 150.000 e i 200.000; e nel 2000 la stessa Commissione di prima ne stimava 17.000. Negli Stati Uniti due diverse valutazioni degli anni ‘80 di una associazione di volontariato e di una Commissione che coinvolgeva la Polizia davano dati di 2,5 milioni la prima e 250.000 la seconda.

La città "normale" non vede queste persone, spesso le evita, spesso cerca di allontanarle.

Qualche anno fa i residenti di un quartiere cittadino chiesero e ottennero dal Comune il foglio di via per un gruppetto di tossicodipendenti che "disturbavano la quiete"; alla morte del primo di loro, il Comune collocò i bidoni della spazzatura là dove il gruppetto si ritrovava. Ora quelle persone non sono più un problema: due su quattro sono morte per strada, di overdose, gli altri non torneranno, sono diventati semplicemente invisibili.

Il 16 ottobre, Giornata Mondiale di Lotta alle Povertà, il giornale di strada Terre di mezzo ha organizzato la manifestazione "La notte dei Senza Dimora", e a Trento si è svolta una Tavola Rotonda intitolata "Nel cuore della notte dei Senza Dimora".

Il sociologo Charlie Barnao ha descritto il fenomeno di questa popolazione, che è estremamente eterogenea, passando dalle (autentiche o presunte) scelte di controcultura dei cosidetti punkabbestia ("i ragazzi con il cane"), fino ad arrivare alle situazioni oggettive dei richiedenti asilo o degli immigrati con o senza permesso; in mezzo, le situazioni di disagio soggettivo (tossicodipendenti, spacciatori, alcolisti, barboni, occasionali, vagabondi).

Tra loro ci sono persone che stavano dalla nostra parte della barricata ma che hanno perso il lavoro, si sono ammalate gravemente o hanno commesso qualche errore e sono entrate in quella sfera della vulnerabilità che, come hanno sottolineato i relatori, ci tocca tutti da vicino.

Secondo gli operatori e i volontari la sfera di questa vulnerabilità si sta allargando: la precarietà del mercato del lavoro e della società in generale aumenta, i cittadini sono sempre più fragili di fronte alla complessità della vita, e i servizi che lo Stato e le istituzioni riescono a mettere a disposizione sono ancora spesso inaccessibili a molte persone.

Interessante la descrizione di Barnao del mondo della strada, come mondo dove si ricompongono equilibri dentro la frattura rispetto alla propria precedente normalità, dove si costruiscono strategie intelligenti per sopravvivere alle difficoltà, agli imprevisti. In questa società della strada esistono anche delle "professioni", un "mercato", una "economia": ci sono i custodi delle cose altrui, quelli che vendono sigarette e informazioni, quelli che avvertono dell’arrivo di polizia o di pericoli. Insomma: la strada come emblema di adattamento e variabilità, con percorsi di elaborazione inaspettati per chi immagina i Senza Dimora come privi della capacità di interagire in modo costruttivo.

Barnao ha parlato anche delle "barriere culturali, soggettive o oggettive" che impediscono nel momento del bisogno di cercare e trovare un aiuto da parte delle istituzioni.

Un esempio eclatante delle barriere è la discrezionalità con cui i comuni decidono di iscrivere una persona senza fissa dimora nelle liste anagrafiche: e senza iscrizione non esistono diritti di alcun genere, nemmeno quello alla tutela della salute, così i diritti scivolano a loro volta oltre il limite della loro inalienabilità.

Il lavoro che le associazioni cercano di fare è allora un lavoro di advocacy, di promozione dei diritti e dei bisogni per rendere possibile un cambiamento, come spiegava Paolo Pezzana, della Federazione Organizzazioni Persone Senza Dimora.

La "normalità" di chi è garantito, tutelato, al sicuro, respinge la diversità come una debolezza di cui vergognarsi e da ignorare, e le comunità, di fronte ad un fenomeno di devianza, possono reagire a seconda dei casi come entità chiuse o aperte, ma - avvertono gli operatori - la chiusura significa "rimanere vulnerabili alle inevitabili tensioni. Bisogna invece abitare il disagio e anche il conflitto, laddove esiste; e la città deve diventare accogliente per tutti. Una città aperta sa dire alcuni e stabilire dove mettere i paletti, sa essere flessibile e convivere con il disagio. L’accoglienza ha anche un valore economico: una collettività aperta è più capace, più competitiva di una chiusa".

Esiste un problema di adeguamento delle risposte, dei servizi ai bisogni reali, che cambiano velocemente, che sono estremamente diversificati. Il fenomeno è ancora di scarsa leggibilità, e questo comporta anche che il linguaggio con cui si comunica è a volte inadeguato, incapace di portare dentro chi sta fuori.

Per far cambiare qualcosa per i Senza Dimora bisogna favorire, accompagnare il cambiamento nella società intorno a loro, rendere visibile il percorso che conduce dalla inclusione alla esclusione e al disagio della strada.

Le storie delle persone che vivono senza casa sono storie di debolezze e fragilità non straordinarie, come tutti potremmo sperimentare da un giorno all’altro, senza preavviso. Chi alla fine resta fuori è chi ha meno "capitale sociale" - diceva Barnao.

Qualcuno si è ammalato di cancro, non ha la forza per lavorare, le cure costano ed è "scivolato" fuori di casa; qualcuno fugge dal passato e finisce a bere o a drogarsi; qualcuno ha perso tutto e non ha saputo rialzarsi, trovare fiducia nella vita.

Dopo la tavola rotonda c’è stata la festa in piazza, dove si sono esibiti musicisti sinti, rumeni e africani; la gente ballava per battere il freddo, e tra una fetta di torta e un battere le mani si sentivano brani delle vite raccontate e i ragazzi trentini presenti, figli di garanzie e sicurezze, si interrogavano con questi nuovi amici di strada, sulle volte in cui anche a loro è sembrato di scivolare, fuori dalla sfera della garanzia, magari perché è difficile sopportare questa società competitiva, predatoria e "sentire" a volte fa quasi perdere il controllo.

Ballavano insieme adulti, ragazzi e bambini con lingue e colore della pelle diversi, con la sensazione che per una sera incontrarsi ai tanti bivi fosse piacevole oltre che possibile. E la notte alcuni volontari e cittadini hanno voluto dormire per strada, insieme ai Senza Dimora.

Dormire per terra, sentire il freddo e l’umidità, i troppi rumori e le luci (i rumori di chi rincasa tardi dopo essersi divertito nei locali, le troppe luci delle vetrine dei negozi...), svegliarsi senza un caffè caldo e senza avere un bagno pulito per lavarsi: sono le banali sensazioni che raccontano i volontari che ci hanno provato:

Al mattino di domenica una pattuglia della polizia, due dei vigili urbani e una di carabinieri, chiamate dai residenti (così almeno affermano al Comando dei Vigili Urbani), hanno svegliato i dormienti, per identificarli; anche se la festa era autorizzata e si era svolta pacificamente.

Non risulta invece che siano stati identificati i ragazzi che nella notte hanno insultato e minacciato volontari e senza dimora...