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“Dimensione follia”

Peformance, installazioni, video, fotografie: sulla follia come dolore, deformazione, autolesionismo, prevaricazione, morte. E anche come ricerca dell'estremo da parte dell'artista che vuole stupire a tutti i costi.

La nuova, brillante mostra organizzata dalla Civica di Trento è l’ennesima prova di come questa istituzione riesca ad organizzare eventi di buona qualità con budget pubblici non certo generosi. "Dimensione follia" (fino al 9 gennaio) porta a Trento una trentina d’artisti, tra cui molti nomi internazionalmente noti, attorno ad un tema ambiguo quanto difficile: la follia. Nel percorso non troviamo però nessun artista dall’orecchio mozzato, nessun teatro della crudeltà, nessuna opera proveniente da istituti clinici, anche se un pubblico non avvezzo alle stravaganze dell’arte contemporanea non ci penserebbe due volte a rinchiudere qualcuna di queste star in qualche ospedale psichiatrico, e non serve certo pescare tra le ultimissime generazioni.

Roberto Cuoghi.

Che dire ad esempio della performance di Vito Acconci "Seedbed", eseguita nel 1972 alla Sonnabend Galley, in cui l’artista si masturbava sdraiato per terra? E come giudicare i labili e sfuocati istanti del video che documenta l’artista Chris Burden mentre si fa sparare ad un braccio da un amico, in una performance del dolore autolesionista?

Eh già, perché la mostra, se presenta soprattutto artisti contemporanei, testimonia con video alcune performance entrate oramai nella storia; oltre alle due citate, nel percorso sono stati inseriti lavori di Marina Abramovic (Art must be Beautiful, 1975), Bruce Nauman (Revolving Upside Down, 1969) e Michael Smith (Baby Ikki, 1978), artista quest’ultimo senz’altro non indifferente al teatro politico di strada assai diffuso in quegli anni.

La follia è da sempre legata a un’idea di corpo, talvolta deforme, talvolta allucinatamente conforme, talvolta attraversato da guizzi e lampi, fino a vere e proprie lacerazioni, come nelle fotografie di Roberto Cuoghi, che presenta ritratti con mani forate da pallottole, bocche letteralmente cucite, scarnificazioni dal gusto neobarocco. Questi attraversamenti talvolta il corpo li subisce, come nell’autoritratto-video di Patty Chang, ove l’artista ospita, all’interno della propria camicetta, un’anguilla che rende onore alla sua specie. Altre volte il corpo è sdoppiato come la personalità (In/Out, Out/In, di Tony Oursler), a volte composto, frammento dopo frammento, da tracce segniche quali i timbri datari (Dal 24 agosto al 4 settembre 2004, di Federico Pietrella), a volte simulato, travestito, forse in una forma più sentita da un animo in cerca di un proprio equilibrio (Old Man Going Up and Down a Staircase No. 79-82, di Vibeke Tandberg).

Una dimensione di follia è poi quella che si attraversa - ma per alcuni non c’è ritorno - a contatto con la morte, vera o presunta che sia. Uno stato di spleen che l’artista Adrian Paci prova a dissimulare e ritualizzare con la messa in scena: nel video Vajtojca l’artista appare morto, disteso s’un letto, compianto da una prefica; una performance che ha non pochi parallelismi col teatro delle crudeltà di Bali, anche se quest’ultimo ha più a che fare con la trance che con l’arte.

Dall’iperbole del corpo a quella degli spazi il passo è breve. Ambienti spesso associati ad un’idea di angustia, alle sbarre indifferenti della prigione. Un’opprimente clausura talvolta reale, come quella miniaturizzata di Aladino è stato catturato di Cesare Viel, talvolta idealizzata nell’allucinazione degli spazi quotidiani (come nel lavoro di Yayoi Kusama) che provocano talvolta reazioni devastanti (è questo il caso del video di Aernout Mik) o perfino suicide, come nelle fotografie di Li Wei.

A proposito di ambienti, due delle installazioni più intense della mostra hanno a che fare con un’idea anoressica degli spazi abitativi. La prima è opera del celebre Gregor Schneider, claustrofobica stanza che induce senza mezze misure all’assoluta spersonalizzazione (si veda a tal proposito il bel libro di Stefano Re Mindfucking-come fottere la mente, edito dalla Castelvecchi); l’altra più che ad un’idea di allucinata prigionia rimanda invece all’allucinazione tout court: il labirinto di Sue de Beer termina infatti in un corridoio impossibile che evoca quello dell’albergo di Shining. Una prigione degli opposti è invece quella del video Don’t let the T-Rex get the children di Maria Marshall: una stanza d’isolamento imbottita ospita - e la scoperta è lenta e graduale - un bambino costretto dalla camicia di forza, niente affatto disperato, anzi felice, inquietantemente sorridente.

Altro classico luogo della follia è infine quello dell’ambiente famigliare, apparentemente tranquillo, apparentemente unito, apparentemente… E l’apparenza improvvisamente sfocia nel dramma, che (è la cronaca e non l’arte a dircelo) può giungere alla tragedia. Nel video di Gillian Wearing, e nei frame che l’accompagnano, tutto questo è sussurrato nel rapporto amore-odio, sberla-carezza, di una madre e di una figlia.

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