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Un futurismo secondo a nessuno

Il movimento marinettiano non si esaurì nel 1916. Una mostra a Torino ce lo documenta.

A Torino (Palazzo Cavour, fino al 30 gennaio) è in corso una mostra, "L’estetica della macchina", che ripercorre le vicende del futurismo degli anni ’20 e ‘30, con una specificità geografica per lo più torinese. Un percorso che, se ce ne fosse ancora bisogno, torna a smentire certa critica "passatista" che vuole far morire il movimento marinettiamo nel 1916, seppellendolo assieme a Boccioni e Sant’Elia, morti in quell’anno. Si sfonda in verità una porta già aperta, perché oramai (la proliferazione di mostre ne è la miglior prova) il cosiddetto "secondo futurismo" ha conquistato la notorietà che gli spetta nel panorama della storia dell’arte.

Ivo Pannaggi, “Sciatore” (1926).

Importante preambolo al cuore torinese della mostra sono le sale dedicate a Giacomo Balla e al nostro Fortunato Depero. I due, nel 1915, firmarono il manifesto "Ricostruzione futurista dell’universo", vero e proprio inno allo sconfinamento delle arti, che i due praticarono per tutto il corso della loro carriera non risparmiandosi nel campo delle arti applicate.

L’allestitore, al contrario, poteva forse risparmiarsi l’ingresso al percorso, che riproduce le variopinte pareti di casa Balla, così come l’allestimento dell’ultima sala dedicata all’aeropittura - ambientata all’interno di un ipotetico aereo da combattimento -, nonché la presentazione dell’opera di Gerardo Dottori "Incendio in città" (1925), illuminata da sulfuree luci lampeggianti: note di colore pacchiane che non rendono certo onore a un buon percorso espositivo.

Questo si apre col segno modernamente geometrico di Balla e Depero, che in qualche modo supera il tratto ancora divisionista di pittori quali Boccioni e Carrà. Assai ricca la selezione di opere dei due artisti: la celebre "Linee forza del pugno di Boccioni" (1915) di Balla, ad esempio, opera-logo del movimento marinettiano riprodotta anche su carta da lettera, oltre ad altri intensi capolavori come "Pessimismo ottimismo" (1923) sempre di Balla, o una china di Depero del periodo newyorkese, in cui la rete della simultaneità cattura automobili in corsa, folle in marcia, scene di vita privata e insegne pubblicitarie, il tutto avvolto in una vertiginosa corona di grattacieli.

Dei molti Depero in mostra - alcuni dei quali prestati anche dal Mart - a colpire di più sono forse gli artigianali prodotti delle sue "case d’arte": bozzetti per pubblicità, un libro imbullonato, un celebre panciotto futurista, un arazzo e perfino una marionetta di legno raffigurante un ginnasta. Non meno interessante la produzione, sempre nel campo delle arti applicate, di Giacomo Balla: "Fiori futuristi" come geometriche schegge colorate di legno, un piccolo, onirico, teatrino (in verità una ricostruzione), e soprattutto un "Paravento futurista" a due ante.

Sempre risalenti al primo decennio del ‘900 sono i disegni di architetti futuristi (Antonio Sant’Elia, Mario Chiattone e Virgilio Marchi), le cui ardite progettazioni, raramente realizzate, ribadiscono l’idea di come il futurismo fosse un virus espanso in ogni campo.

Negli anni successivi l’ammirazione per le macchine si rafforzò non solo nelle idee, ma anche nelle forme artistiche. Del 1922-3 è infatti il manifesto "L’arte meccanica", firmato da Enrico Prampolini, Vinicio Paladini ed Ivo Pannaggi; ne risultano esplicite iconografie meccaniche - è il caso del robot-sciatore di Pannaggi o de "Il centauro" dello stesso (1931) -, come più sottili rimandi alla geometrie delle forme, del resto già anticipate da Balla e Depero.

La seconda parte della mostra offre un’attenta selezione di lavori di esponenti del futurismo torinese, gruppo nato nel 1923 su iniziativa di Bacci, Farfa, Pozzo e soprattutto Fillia; fu del resto quest’ultimo, nel 1922, ad entrare in contatto con Marinetti. Di lì a breve il gruppo si amplierà, accogliendo, tra i tanti, Diulgheroff, Rosso e Oriani. Se grande spazio è stato giustamente dato alle opere di Fillia, vicine a una forma biomorfa di surrealismo al pari del collega Prampolini (pure in mostra con una buona scelta di opere), forse meno scontate, nel senso di meno viste, sono le opere di Farfa a carattere grafico-pubblicitario, nonché la bella serie di sculture di Mino Rosso.

Gustosamente "tecnica" la sezione dedicate alle opere polimateriche, teorizzate, per quanto riguarda il futurismo, da Boccioni, Marinetti ("Manifesto del tattilismo", 1921), ma anche Prampolini. Fra tutte, segnaliamo un lavoro del 1921 dello stesso Marinetti, "Tavola tattile Paris-Soudan", composto tra l’altro da una grattugia in metallo, una spazzola per abiti, un tappo di sughero.

La sezione finale è quella dedicata all’aeropittura, e cioè alle suggestioni aeree tanto care a un movimento che fece della velocità un mito. Opere vorticose e spesso molto suggestive, come la scultura di di Bosso "Pilota stratosferico" o "Prima che si apra il paracadute" di Crali, ma anche alcune opere di Dottori e di Benedetta, moglie di Marinetti.

Merito di questa mostra è anche l’aver proposto, accanto alle opere, una ricca selezione di documenti relativi al movimento: cartoline e fotogr, lettere e pubblicazioni, nonché molti dei celebri manifesti.