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Dalla diffamazione al silenzio

A volte i giornalisti passano il segno nei loro giudizi critici; altre volte, invece (caso Andreotti) occultano la verità.

Questi ultimi anni ci hanno abituati a un progressivo deterioramento del linguaggio, quasi che per screditare l’avversario sia lecito qualunque mezzo. Ma la maturità di una democrazia e la civiltà di un popolo si misurano anche dal linguaggio usato nella competizione politica. Chi ricorre all’ingiuria o addirittura al turpiloquio, significa che manca di argomenti e di ciò bisogna massimamente diffidare.

Ma è davvero chiaramente riconoscibile il confine tra critica politica e diffamazione? Negli ultimi tempi la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha tenuto un comportamento oscillante, e ciò che sembrava indiscutibile un giorno, il giorno dopo veniva messo in forse o addirittura negato, con conseguenze disastrose per la certezza del diritto.

Per esempio, con sentenza 5 maggio 2003 la Cassazione aveva assolto un consigliere comunale che rivolto al Sindaco aveva detto: "Questa è un’infamità, compiuta da chi non ha onore né senso di responsabilità". Mi sembra ovvio che concedere l’assoluzione in questo caso voglia dire dare la licenza di uccidere moralmente l’avversario.

In altra occasione la Cassazione aveva ritenuto non punibile la frase "Ormai sei morto e puzzi pure" (sentenza 15 marzo 2001).

Scriminanti del diritto di critica politica sono state ritenute le accuse rivolte nel corso di una campagna elettorale da un candidato sindaco all’altro di essere un uomo "di razza nuova, spietato con la politica, un khomeinista nella lotta per il potere, che avrebbe collaudato un modo di amministrare a metà strada tra il decisionismo e l’illegalità, come non si era mai visto finora nelle città peggio amministrate d’Italia". Altre sentenze invece sono state più severe e secondo me più giuste. E’ stato condannato per diffamazione, per esempio, chi aveva rivolto all’avversario politico espressioni quali "pidocchio, mascalzone, burattino" (sentenza 11905/1997), o chi aveva accusato il rivale di essersi "venduto per trenta denari". Come si può constatare, il comportamento della Cassazione è oscillante e non aiuta. Secondo me la critica politica può essere anche durissima ma a tre condizioni: 1. che il fatto sia vero; 2. che sia correttamente riferito; 3. che sia pertinente all’interesse a conoscerlo da parte dell’opinione pubblica. Ciò per quanto riguarda il diritto di cronaca.

Per l’esercizio di critica, che non ha ad oggetto fatti ma opinioni , il giudizio deve essere più elastico a norma dell’articolo 21 della Costituzione, ma le espressioni usate devono essere sempre pertinenti e non costituire una gratuita aggressione alla personalità morale della controparte. In altre parole, la critica più accesa non deve mai diventare volgare e inutilmente ingiuriosa. Per esempio, affermare che le ricchezze di Berlusconi sono state accumulate grazie all’aiuto della mafia può anche essere vero, ma senza prove diventa grave diffamazione. Questo indirizzo è stato ribadito recentemente dalla quinta sezione penale della Cassazione con sentenza pubblicata il 26 febbraio 2004 (vedi "Diritto e Giustizia", 10 aprile 2004, n° 14, pag. 19, con commento del magistrato dott. Vincenzo Pezzella a pag. 14 e seguenti).

Speriamo bene, ma una rondine non fa primavera.

Per la maggioranza degli Italiani la lunga vicenda giudiziaria del sen. Andreotti per concorso in associazione mafiosa si è conclusa, dopo 12 anni e tre gradi di dibattimento, il 15 ottobre 2004 con l’assoluzione. "Andreotti assolto" - hanno titolato tutti i giornali; la TV pubblica e le reti di Berlusconi hanno fatto coro.

Giulio Andreotti.

Il messaggio è passato nella testa della gente: era tutta una montatura, anzi un complotto delle "toghe rosse" per colpire un galantuomo, un eminente uomo di Stato che ha rappresentato degnamente l’Italia anche all’estero per tanti anni. Andreotti è innocente!

La verità "vera" non è però questa e l’opinione pubblica la ignora. Andreotti, da vero uomo politico nel significato machiavellico del termine (politica sganciata dalla morale), ha usato tutti i mezzi, leciti e non, nella sua lunga carriera per governare la cosa pubblica e le fortune della sua corrente, a seconda delle circostanze, memore del principio che gli avversari, se non si possono battere, vanno utilizzati. E così, senza batter ciglio, con uno stile che ricorda quello di Talleyrand, si è servito di chiunque gli sembrasse utile ai suoi fini di statista: liberali, repubblicani, comunisti, fascisti, e perché no? mafiosi.

E’ vero infatti che Andreotti è stato assolto per i fatti di mafia successivi al 1980, quando le circostanze gli hanno suggerito di cambiare politica. Ma prima no, ha cinicamente fornicato con la mafia non perché fosse un mafioso, ma semplicemente perché era utile alla sua politica.

Gaetano Badalamenti.

Credo che Andreotti non abbia ricevuto neppure una lira dalla mafia. Non si è arricchito sugli appalti né sul traffico di droga. Penso anzi che i personaggi con cui aveva a che fare gli facessero un po’ schifo. Andreotti ha semplicemente fatto una politica cinica, che gli pareva convenisse alla sua corrente e agli equilibri di potere del Paese. Per i fatti anteriori al 1980, la sentenza della Corte di Appello, confermata dalla Cassazione così scrive: "La Corte ha ritenuto la sussistenza di amichevoli ed anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco di Cosa Nostra, come Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti propiziate dal legame con l’on Salvo Lima, ma anche con i cugini Antonino e Ignazio Salvo organicamente inseriti in Cosa Nostra".

Detti rapporti "hanno determinato l’appoggio elettorale alla corrente andreottiana, il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare esigenze dell’imputato o di amici del medesimo; la palese disponibilità e il manifestato apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte di Andreotti, frutto non solo di un autentico interesse personale a mantenere buone relazioni con essi, ma anche di una effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso. I fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono che il sen. Andreotti ha coltivato amichevoli rapporti con gli stessi boss mafiosi, ha chiesto loro favori, li ha incontrati, ha interagito con essi, ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui; ha omesso di denunciare la loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio Mattarella".

Dovendo esprimere una valutazione conclusiva, la Corte di Appello, confermata in Cassazione, ha scritto in motivazione che i fatti provati "indicano una vera e propria partecipazione (da parte di Andreotti) alla associazione mafiosa".

Le frasi riportate in corsivo sono tratte dalla sentenza che ha assolto Andreotti.

Chi vuole controllare, vada a leggerle sull’originale.

Che dire ancora? Parte della verità (e quale parte!) è stata occultata. La stampa e la TV non hanno adempito alla loro funzione di informare con compiutezza e lealtà. La mia accusa non è indiscriminata. Penso anzi che questa rivista, che è un libero organo di stampa, avrà il coraggio di pubblicare questo mio articolo.