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“Le età del museo”

Le età del Museo. A cura di Fabrizio Rasera. Rovereto, Edizioni Osiride, 2004, pp. 413, 40.

Un’ascia di bronzo, a cannone, con spalla sporgente, lunga cm.14.3 e larga cm.5.6, è stata ammirata, recentemente, al Castello del Buonconsiglio di Trento, all’interno della mostra "Guerrieri, Principi ed Eroi", da centomila persone. Come è stato possibile? Che cosa ci ha insegnato?

L’arma proviene dal ripostiglio di Calliano, interrato nell’VIII secolo a. C. L’ascia, in metallo, è un indicatore di potere e di status, ma si configura ancora come oggetto ambivalente, data la sua efficacia sia nel lavoro che nel combattimento. Sarà la spada, successiva, destinata specificamente al combattimento, a testimoniare il formarsi di un nuovo ceto emergente, un’élite guerriera, che esibisce un lusso e un prestigio mai visti. L’ascia è stata verosimilmente importata dall’area villanoviana bolognese, e conferma le relazioni privilegiate tra il bacino atesino, nel cuore delle Alpi, e l’area appenninica peninsulare.

Noi, che non siamo archeologi, giunti nella sezione "Nel segno dei principi guerrieri, del banchetto e delle aristocrazie", di fronte all’ascia esposta chiudiamo gli occhi, torniamo indietro nel tempo, millenni, spaziamo fra il Danubio e il Po. Ci immedesimiamo un momento in quell’uomo robusto che la maneggiava, nostro antenato, poi torniamo ai tempi moderni, e ci interroghiamo. Intuiamo in quel manufatto di bronzo permanenze e varianti. Che cosa, nella storia, del lavoro e della guerra, rimane invariato, e che cosa cambia?

Poi leggiamo nel catalogo le pagine scritte da Franco Marzatico e Erio Valzolgher, e la nostra consapevolezza di uomini, nelle dimensioni antropologica e storica, cresce. Perdoniamo a questo punto l’errore che attribuisce, a pag. 377, l’ascia alla collezione di Trento.

Essa appartiene invece - lo scopriamo a pag. 612 - al Museo Civico di Rovereto. Quell’ascia protetta nella vetrina, collocata al fianco, in sincronia, ma dentro la storia, diacronicamente, con mille altri oggetti, ci aiuta a comprendere un poco meglio noi stessi. Essa è il risultato finale, però provvisorio, di un lavoro accurato che viene da lontano. E che conosciamo pochissimo: ci accontentiamo, se siamo persone colte, di coglierne i frutti.

Di questa attività quotidiana, faticosa, contrastata, ci parla il volume curato da Fabrizio Rasera, "Le età del museo", dedicato alla storia, agli uomini, alle collezioni del Museo Civico di Rovereto. Gli scritti naturalistici, storici, artistici, sono di Italo Prosser, Francesco Festi, Filippo Prosser, Christoph Gasser, Umberto Tecchiati, Barbara Maurina, Paola Pizzinato.

Noi oggi possiamo ammirare l’ascia perché il direttore del Museo, Giovanni Cobelli, nel 1893 sollecitò e ottenne la donazione dei reperti bronzei di Calliano da parte del cav. Francesco Benvenuti. Spesso i reperti di quelle età lontane andavano infatti perduti per l’incuria o l’imperizia dei privati che casualmente li ritrovavano. O, denuncia Cobelli, venivano "carpiti da abili forestieri con grande danno del paese", in aperta polemica con i beni che prendevano la via del Museo Ferdinandeo di Innsbruck. Ciò non impedì, per l’attività di vigilanza, che in pratica tutto il Trentino contribuisse con segnalazioni e donazioni alla crescita delle collezioni. "La scienza" e "il decoro della patria nostra" stavano a cuore agli intellettuali che fondarono e svilupparono il Museo attraverso vicende storiche contrastate.

Il Museo fu fondato nel 1851 da "un’unione di individui che ha per iscopo la raccolta di quegli oggetti, che possono essere interessanti allo studio delle scienze naturali, e delle arti liberali e meccaniche". E’ un uomo onnilaterale che quei fondatori hanno in mente, anche se di fatto il museo si sviluppò in due direzioni, quella delle scienze naturali e quella dell’archeologia. Una società di "soci", di cui fu anima Fortunato Zeni, composta di professori, medici, farmacisti, industriali e commercianti, avvocati. I soci del Museo sono spesso attivi anche in altre istituzioni civiche, come la Biblioteca, l’Accademia degli Agiati, poi il Museo della Guerra, la stessa Amministrazione comunale. La storia del Museo si intreccia così con la storia della città di Rovereto, tra collaborazioni e conflitti. Storia che attraversa gli anni dell’Impero Asburgico, dell’irredentismo, del passaggio all’Italia, del fascismo, delle guerre mondiali, della Repubblica, dell’autonomia provinciale. Fino ai rapporti con il Mart e l’Università, alla ricerca di una identità nuova per Rovereto, come scrive nella presentazione Sandra Dorigotti, assessora alla Cultura e presidente del Museo stesso. E ai rapporti con la scuola, con i cittadini che essa, con le sue riforme, quelle fatte e quelle mancate, riesce a formare.

Già la riforma del 1848 costrinse i professori del Ginnasio roveretano a ripensare il loro insegnamento, e li sollecitò a cercare all’esterno, nella città, nuove risorse per trasformarlo. Perché - era scritto nelle Avvertenze preliminari - "finora si tennero le lingue classiche pel centro" mentre "non è oggi permesso d’ignorare la matematica e le scienze naturali". Don Paolo Orsi, docente del Ginnasio Liceo, e che del Museo sarà il primo direttore, replicava che "in tutta la città di Rovereto e suoi contorni, non avvi una raccolta zoologica".

E’ il problema, quello della "riforma", insieme del museo, della scuola, e della società, di cui scrive, a cento e cinquant’anni di distanza, in un contesto mutato, l’attuale direttore Franco Finotti, nel saggio conclusivo, "Il progetto di un museo vivo". Ai compiti tradizionali di "conservazione e valorizzazione del patrimonio", di "raccolta continua di dati", Finotti aggiunge "la ricerca a tutto campo con mezzi d’avanguardia", "la promozione culturale e l’educazione permanente, con momenti di aggregazione e di riflessione". La sezione didattica, l’Osservatorio Astronomico di Monte Zugna, la Rassegna internazionale del Cinema Archeologico, nascono nell’ambito di questo progetto.

La sfida, la cultura degli italiani, è un nuovo rapporto fra la mente e la mano. Io ricordo, quando accompagnavo i miei studenti, di un Istituto Tecnico Industriale, in viaggio d’istruzione a Firenze, la delusione nel vedere quei ragazzi (e anche qualche collega ingegnere) camminare stanchi e disinteressati attraverso le sale della Galleria degli Uffizi, quasi che Giotto e Michelangelo non avessero maneggiato il pennello anche per loro. Le cose cambiarono quando, cresciuto, invecchiato, l’insegnante decise di portarli in visita anche al Museo della Scienza: non solo ascoltavano attenti (i più) la spiegazione del docente di scienze, ma anche le mie parole sulle differenze fra Masolino e Masaccio, fino a saperle individuare da soli. E anch’io imparai un poco ad osservare, e ascoltare, ciò che veniva detto a proposito degli strumenti scientifici e tecnici.

La maturazione fu merito anche di Adriano Rigotti. Collega dell’ITI, ingegnere, mi tratteneva, a sorpresa, a parlare di storia romana. Solo tardi venni a sapere, lui era una persona riservata, del suo impegno come archeologo, e segretario, troppo presto scomparso, presso il Museo Civico di Rovereto. Gli scavi alla Villa Romana di Isera sono soprattutto opera sua, e l’arma del legionario romano, il pilum, l’abbiamo ammirata alla mostra "Guerrieri, Principi, Eroi".

Furono appena otto i direttori scelti nel tempo dalla "società" del Museo civico. Elenchiamoli, seppure soltanto per nome, ma Fabrizio Rasera racconta di ognuno la storia, l’impegno, anche i limiti: don Paolo Orsi (fino al 1860), Cesare Malfatti (1879), Giovanni de Cobelli (1937), Mario Cadrobbi (1938), Alessandro Canestrini (1944), Gino Martini (1973), Livio Tamanini (1983). Franco Finotti è il primo direttore del Museo dopo il passaggio in gestione al Comune di Rovereto. Soci prestigiosi furono, fra gli altri, Fortunato Zeni, Paolo Orsi, Ruggero de Cobelli, Federico Halbherr, Antonio Piscel, Umberto Tomazzoni, Antonio Rossaro, Clara Samuelli.

Interessante è anche la storia dei trasferimenti del Museo, da palazzo Piomarta (fino al 1921) a palazzo dell’Annona (1941), a palazzo Scopoli (1995), alla sede attuale di palazzo Parolari. Sarebbero numerose le storie da raccontare, dalle distruzioni provocate nel corso della prima guerra mondiale, al tentativo di spoliazione operato dai tedeschi durante la seconda.

Ma è l’intenzione di sopprimere il museo, discussa in Consiglio comunale nel 1953, per trasformare, in quegli anni difficili della ricostruzione, il palazzo in abitazioni, con cui voglio chiudere. Fu Umberto Tomazzoni, uomo di scuola, a scrivere al sindaco Giuseppe Veronesi: "Ti scrivo più come amico che come cittadino... La irrazionale e molto ingenua proposta del consigliere Lovisi, a cui tu hai creduto di associarti, ha lasciato un senso di amarezza nelle persone che per il Museo hanno lavorato, senza cavare nessun interesse... I problemi sociali gravissimi non si sanano abolendo le istituzioni che sono un patrimonio spirituale: distruggerle è intaccare la spiritualità, è atto di materialismo del più oscuro... Certo avrete case (perché non chiudere le scuole? i conventi? le chiese?), ma avrete case pari ai lustri delle fiere, perché saranno abitate da uomini selvaggi, imbestialiti".