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Il mercato della prostituzione invisibile

I cambiamenti nel racket della prostituzione: ragazze africane e albanesi sulle strade; rumene, russe, ucraine e moldave in alberghi e night club.

Nicoletta Conci

Non tutte le prostitute trafficate finiscono su una strada. Molte di loro, specialmente se dell’Est europeo, entrano a far parte di quel mondo che molti chiamano della "prostituzione invisibile". Una prostituzione che c’è ma non si vede. Invisibile e quindi in apparenza meno pericolosa. Transcrime ha ripercorso, attraverso il progetto W.E.S.T. (Women East Smuggling Trafficking) realizzato per la Regione Veneto, il viaggio che queste giovani donne, talvolta ancora bambine, affrontano, partendo dai loro Paesi d’origine, per arrivare a vivere il sogno italiano nel nord-est Italia (e nel Veneto in particolare). La ricerca è stata presentata a Bologna nel novembre scorso, nella sua versione finale e aggregata con altre realtà regionali.

Il progetto si compone di due linee di ricerca; la prima analizza i flussi e le rotte utilizzate dai trafficanti per introdurre le donne dell’Est destinate al mercato della prostituzione in Veneto, la seconda si concentra sul fenomeno del trasferimento in atto di parte della prostituzione dalla strada al chiuso. Le donne dell’Est presenti nella parte nord-orientale dell’Italia sono per lo più rumene, albanesi, moldave, russe e ucraine.

Secondo i dati rilevati da Transcrime, mentre dal 1996 al 1999 le ragazze albanesi erano quelle più presenti sul nostro territorio, dal ‘99 il numero di donne albanesi è diminuito mentre è cresciuta sensibilmente la presenza di rumene. A cambiare nazionalità, però, sembrano essere solo le prostitute e non i loro trafficanti. Gli albanesi risultano infatti l’etnia maggiormente coinvolta nel traffico di donne dell’Est a fini di sfruttamento sessuale e, a differenza di tutte le altre etnie, sembrano essere gli unici che "gestiscono" anche donne di nazionalità differente dalla propria. Una parziale spiegazione di ciò deriva dal fatto che la criminalità albanese è ben strutturata, collaudata e specializzata in questa attività illecita.

Le reti di trafficanti reclutano donne da introdurre in Italia sfruttando una domanda di emigrazione costruita sul disagio, la povertà e la prospettiva di una vita migliore.

Negli ultimi cinque anni, le modalità di reclutamento sembrano essere per lo più di tipo contrattuale, anche se non è da sottovalutare che il 23,9% delle donne è ancora costretto alla partenza attraverso il rapimento, il ricatto, la minaccia, la compravendita o il matrimonio forzato.

Le ragazze che consensualmente, dopo aver contratto un ingente debito (tra i 500 e i 4.000 euro), lasciano i loro Paesi si accingono alla partenza con la falsa promessa di un lavoro regolare come cameriere, ballerine, baby sitter e domestiche. Solo pochissime partono con la consapevolezza della destinazione al mercato della prostituzione. Tutte, comunque, ignorano le condizioni di vita a cui saranno costrette una volta giunte a destinazione.

Le principali rotte che i trafficanti percorrono per introdurre clandestinamente le ragazze nel nord-est d’Italia sono tre. La rotta centro-europea (prevalentemente caratterizzata da trasporto su strada) che, partendo dall’Ucraina, dalla Moldavia e dalla Romania, transita in Ungheria e Austria per entrare in Italia valicando il Monte Tarvisio. La rotta che dalla Romania prevede l’arrivo a Belgrado, dopo aver attraversato in auto l’Ungheria, e da qui, in molti casi per via aerea, si conclude nei grossi centri urbani del Nord Italia. La rotta attraverso il canale d’Otranto dall’Albania fino alle città italiane.

Giunte nelle nostre regioni, le ragazze sono sottoposte a brutali condizioni di vita che prevedono l’uso sistematico di violenze fisiche, sessuali e psicologiche volte a piegare la volontà delle vittime, costrette ad esercitare la prostituzione e al mantenimento in uno stato di soggezione utile per evitare eventuali fughe e denunce.

Ma qual è il luogo di lavoro di queste ragazze? Sulle nostre strade sembra prevalere un’offerta di prostituzione nera e, in parte, albanese, che satura il mercato del sesso a pagamento. La nascita di un settore di prostituzione invisibile, alternativo, nei luoghi e nella composizione etnica, a quello di strada è quindi il punto di arrivo delle giovani rumene, russe e ucraine, destinate a soddisfare una domanda che sembra spostarsi al chiuso di appartamenti, alberghi e soprattutto dei numerosi night clubs che affollano la realtà veneta.

Gli operatori delle varie associazioni di strada intervistati ritengono che ciò sia una conseguenza della maggiore allocazione di forze di polizia sulle strade. Inoltre, la riorganizzazione delle reti criminali nel mercato indoor della prostituzionesembra un effetto collaterale della presentazione - e possibile approvazione - del disegno di legge Bossi-Fini-Prestigiacomo che propone la riapertura delle cosiddette case chiuse.

Sul piano sociale, se un giorno non dovessimo più vedere prostitute lungo le strade, dovremmo maturare la consapevolezza che la realtà di quelle ragazze non è scomparsa ma semplicemente più nascosta, lontana dai nostri occhi.