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Questa tassa è da pagare?

Cantine cooperative, caseifici sociali e consorzi della frutta non vogliono più pagare l’ICI. I Comuni, ovviamente, non sono d’accordo, dopo il trattamento di riguardo che usualmente riservano alle coop..

Dall’estate scorsa è in atto una battaglia a colpi di carte bollate tra i comuni trentini e le cantine cooperative, i caseifici sociali e i consorzi della frutta che hanno sede nei loro ambiti amministrativi. Si litiga per i soldi e in particolare per quelli versati ai municipi a titolo di ICI negli ultimi tre anni.

E’ una bega iniziata nelle pianure dell’Emilia e del Veneto e che là è ormai in attesa del giudizio della Cassazione, l’istanza più elevata del processo tributario. In Trentino, contando tutte le cause in corso, la vertenza ammonta a un importo di qualche milione di euro. Cantine, magazzini e caseifici sostengono di non dover pagare ai comuni l’imposta comunale che grava sugli edifici utilizzati per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli conferiti.La tesi invocata è che cantine cooperative, consorzi ortofrutticoli e caseifici sociali sono le strutture dove uva, mele e latte dei soci produttori vengono lavorati e commercializzati per loro conto. E siccome i soci coltivatori godono di un regime fiscale speciale che prevede la sostanziale esenzione dall’imposta comunale, tale "privilegio" va esteso anche alle strutture cooperative. I comuni trentini non sono d’accordo ed hanno opposto resistenza. Contadini singoli e cooperative sono soggetti distinti, affermano i comuni; se la legge ha previsto per i singoli produttori un’agevolazione, questa non può essere estesa anche ai consorzi che non producono reddito agricolo ma commerciale. C’è poi il rischio che se passa il principio invocato dalle cooperative, l’esenzione potrebbe estendersi anche alle Spa o alle imprese di capitale che operano nella trasformazione dei prodotti provenienti dai campi o dagli allevamenti.

Per i comuni trentini (una quarantina quelli coinvolti), in caso di vittoria delle cooperative, si tratta di restituire gli ultimi tre anni d’imposta e di coprire il buco nel bilancio per il futuro mancato gettito. E per recuperare l’ICI mancante, i comuni dovranno calcare la mano fiscale sugli altri proprietari di immobili. In alcuni casi, se la tesi delle cooperative prevalesse, la questione sarebbe particolarmente grave, visto che in alcuni comuni "el magazin dei pomi" contribuisce al 40/50 per cento del gettito ICI. Ed infatti, c’è già chi pensa di ricorrere alle capienti anche se non più illimitate finanze della Provincia.

La quale, nel campo dell’ICI, ha delle responsabilità non marginali, estendendo le agevolazioni a favore dei coltivatori diretti; infatti, con una norma di dubbia legittimità, ha abbassato il livello dei requisiti per entrare nell’area di esenzione dall’imposta, decretando che, ai fini ICI, tutto il territorio trentino vada considerato montano. E se il coltivatore abita in montagna, zona svantaggiata, bastano un appezzamento minimo e un altrettanto minimo ricavo agricolo per rientrare nell’area di esenzione. Viceversa, nelle aree agricole non montane, per avere l’esenzione bisogna condurre un’azienda più consistente sia per estensione che per ricavi. Mentre invece, nel 1993, il Consiglio provinciale stabilì che ai fini del pagamento dell’ICI tutto il Trentino è montagna. Per cui, ad esempio, in piana Rotaliana o nella bassa val di Non, basta qualche migliaio di metri quadri di terreno coltivato anche a tempo parziale da un impiegato, un artigiano o un pensionato per rendere esente dall’odiata imposta la casetta o l’appartamento.

Ma torniamo alla vertenza. Nelle settimane scorse sono state depositate con esiti contraddittori le prime sentenze della commissione tributaria di 1° grado di Trento. Alcuni giudici, respingendo i ricorsi, si sono pronunciati a favore dei comuni; altri hanno invece riconosciuto valide le ragioni dei ricorrenti. Insomma, nonostante che i ricorsi fossero stati stesi dalla stessa mano (l’ufficio legale della Federazione delle cooperative) e che la difesa fosse altrettanto identica per tutte le cause in quanto predisposta dalla rappresentanza unitaria dei comuni, le diverse sezioni della commissione tributaria hanno assunto comportamenti opposti. Vedremo gli sviluppi della vicenda, ma non serve essere profeti per immaginare un’altra raffica di docce scozzesi. Scontato quindi il ricorso in appello nella speranza di poter raggiungere un minimo di certezza del diritto.

Al di là della questione fiscale, comunque rilevante, va sottolineato il comportamento "ingrato" delle cooperative verso i comuni. I quali, solitamente, riservano alle cooperative un trattamento di riguardo(vedi Il commercio nell'era del Millennium) quando si tratta di permettere loro di ampliarsi o di trasferire i loro stabilimenti (gli stessi sui quali non si vorrebbe pagare l’ICI). Sono numerosissimi gli esempi di varianti urbanistiche ritagliate su misura dei consorzi o di acquisizioni da parte dei municipi, a prezzi talvolta sovrastimati, delle vecchie sedi sociali per destinazioni pubbliche talvolta risibili. Un atteggiamento di riguardo che forse, dopo questa braccio di ferro, qualche comune non avrà più ragione di confermare.