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Sul confine niente di buono

Una testimonianza sui profughi birmani.

Benno Röggla

Qualche settimana fa abbiamo trattato dell’attività di una associazione sudtirolese che opera in Myanmar (Birmania), e specialmente del suo fondatore, Benno Röggla, che in seguito a una crisi esistenziale, ha deciso di dedicare tutto il suo tempo libero a un’attività volontaria di aiuto ai rifugiati birmani in Tailandia. La prima volta ci era andato per caso: ora ne è diventato un buon conoscitore, grazie alle relazioni personali che ha stabilito negli ultimi tre anni, e grazie alla visita che ogni anno fa in occasione delle feste natalizie per otto settimane nei luoghi dove sono sorte e cresciute, anche grazie all’aiuto dell’associazione da lui fondata, "Helfenohnegrenzen/Aiutaresenzaconfini" (www.aiutaresenzaconfini.org), strutture di sostegno per i gruppi più deboli di popolazione rifugiata. Benno Röggla ne controlla i progressi, osserva e ascolta quali sono i nuovi bisogni, gioca coi bambini che frequentano le scuole finanziate dalla sua associazione, parla con contadini e generali, e torna poi a fare il suo lavoro, il consulente di marketing, usando le sue relazioni anche per raccogliere denaro, che finisce nei progetti vecchi e nuovi. E’ una situazione drammatica, come tante nel mondo, in cui la povertà diventa miseria e disperazione tramite la politica. In Myanmar infatti spadroneggia da decenni un feroce regime militare e interi popoli, dei 136 che convivono nello stato, sono costretti a vivere come rifugiati in paesi lontani o nei paesi vicini, spesso lungo i confini. La piccola associazione si occupa di coloro che non riescono ad essere compresi nell’aiuto delle grandi ONG internazionali, pur presenti sul posto. Chi cade fuori da questa rete, rimane preda della crudeltà della natura e degli esseri umani ed è a questi "ultimi" che HelfenOhneGrenzen porta aiuto. Benno Röggla ha scritto questa lettera dal suo viaggio annuale. (A. Zendron)

Ne ho combinata una di nuova nel fare questi palloncini. Non sapevo che qui ci fossero così tanti bambini. Ho cominciato con uno o due di loro a modellare un animale e improvvisamente sono stato accerchiato da piccoli allegri, impazienti, che ridevano e saltavano. Il sistema di comunicazione informale funziona. E’ semplicemente fantastico per me vedere quanto si divertono i bambini in questo modo. Di tanto in tanto appare un visetto sconvolto e deluso, ma finché basta la provvista, faccio rifornimento. Dato che si fa in fretta, ora per i ragazzini faccio sempre ornamenti indiani per il capo. Schiere di bambini felici corrono in giro, con le loro penne-pallone sulla testa.

L’ospedale pediatrico di Mae Tao.

Ma va bene così, hanno bisogno di distrazione. Se speravo che dopo la registrazione dei rifugiati illegali la situazione sarebbe migliorata, questa speranza è andata nuovamente delusa. Anche i rifugiati che si sono registrati vengono ancora palleggiati fra interessi diversi. Controlli di polizia dichiarano i loro documento non validi. Chi non ha denaro viene arrestato ed espulso, i documenti strappati.

Chi perde il lavoro diviene preda dell’arbitrio, perché il permesso di soggiorno dipende da un lavoro. E’ per questo che i rifugiati spesso accettano dei lavori che sono pagati ancor meno e in cui le condizioni di lavoro sono peggiori. Quando il raccolto è finito, sono disoccupati. E mentre fino a poco fa potevano continuare a vivere nei miseri agglomerati di capanne nei campi, ora se ne devono andare, altrimenti il proprietario viene punito perché ospita clandestini.

Hanno pagato quasi tre salari mensili per il permesso e devono lasciare il paese dopo poco tempo. Molti rimangono dunque nell’illegalità, perché in un modo o nell’altro non cambia nulla nella loro situazione senza via d’uscita. E’ una disperazione. Per paura dell’arbitrio dei funzionari e di essere arrestati, inoltre, molte persone non hanno il coraggio di venire nella clinica, quando sono malati. Oppure vengono quando è tardi, talvolta troppo tardi. Per questa ragione il tasso di mortalità dei pazienti di malaria alla clinica Mae Tao è così alta.

Elisabettta, una dottoressa italiana, ha messo in piedi un progetto sanitario mobile, con l’aiuto dei "Medici sudtirolesi per il Terzo Mondo" e il nostro contributo. Un operatore sanitario formato e supervisionato da lei va in giro con una moto per gli insediamento nei dintorni di Mae Sot e cerca di dare una mano come può. Ha con sé medicine, distribuisce vitamine e sverminanti e si preoccupa che i pazienti che hanno bisogno di trattamento sanitario vengano nella clinica di Mae Tao. Un piccolo spiraglio di luce. Nei prossimi giorni viaggerò insieme a Elisabetta e a un operatore sanitario per vedere direttamente la situazione.