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La lezione dello Tsunami

Nel mondo globale anche commozione e solidarietà si fanno planetarie. Occorrerebbe qualcosa in più: la consapevolezza sugli effetti perversi della diseguale distribuzione di ricchezza e tecnologia.

Quando perdi una figlia o un figlio, quello è dolore. Quando è un tuo prossimo congiunto che se ne va, una persona con cui hai sognato assieme, che ha tribolato con te, che ti ha aiutato o che hai aiutato, allora è il cuore che si stringe, è un senso di pena che ti invade, che persino ti ottenebra la mente. Un groppo alla gola fisico che spesso si scioglie in lacrime. Quando a morire sono dieci, cento, mille, centomila creature sconosciute è tutta un’altra cosa. E’ ipocrisia ostentare dolore o commozione. E’ sgomento, paura, orrore. E’ la mente che viene assediata. Non ci è data una così smisurata capacità di soffrire per ognuno di essi. Ma la mente, il nostro pensiero ne restano dominati.

Alle prime notizia di quel tragico 26 dicembre abbiamo avuto la percezione di un cataclisma mai visto prima, di uno sconvolgimento della natura apocalittico per le sue modalità e dimensioni. Ed invece poi abbiamo scoperto che aveva già un nome, Tsunami, e dunque era fin da prima conosciuto da quei popoli che dimorano sulle terre bagnate dall’Oceano Indiano. E che anche l’Oceano Pacifico cova nel suo immenso grembo la stessa potenzialità distruttiva, che però è stata neutralizzata da un sistema di comunicazioni che consente di prevenirne gli effetti più devastanti. Se un simile apparato informativo fosse stato presente anche nel sud-est asiatico l’immane ecatombe di vite umane sarebbe stata evitata o contenuta.

Infatti l’uomo, pur non essendo onnipotente come dovrebbe essere Dio, ha tuttavia accumulato nei millenni una progrediente attitudine a misurarsi con la natura. Ne estrae i frutti, ne converte le energie, ne calcola i ritmi per adeguarvi la sua esistenza e persino ne influenza l’evoluzione, anche con rischi che cominciano a profilarsi minacciosi. Certamente ha imparato a difendersi dalla sua incolpevole ostilità, inventando l’ombrello, i sistemi di riscaldamento o refrigerazione, le costruzioni antisismiche, le reti telematiche di preallarme per sfuggire alle onde anomale dei maremoti. Ma questi accorgimenti difensivi, come pure la ricchezza in tutte le sue forme più varie, non sono equamente distribuiti fra i vari continenti. Ed è questo che lo Tsunami ha gridato, questa è stata la sua denuncia urlata, lacerante.

I mass media ci hanno reso partecipi in tempo reale del dramma. Parole ed immagini hanno catturato la nostra attenzione in un crescendo emotivo coinvolgente. Ci è stato mostrato uno spaccato della realtà di questo nostro mondo nel quale risalta con violenza abbacinante la spaccatura fra i ricchi e i poveri, l’abissale distanza fra i turisti occidentali ed il degrado sociale che circonda i loro paradisi vacanzieri. La lugubre contabilità dei morti e dei dispersi si è snodata su due linee separate, i nostri ed i loro, marcando anche nel necrologio la differenza di classe. E tuttavia mai come in questo caso è stato così evidente che la arretratezza dei poveri reca danno anche ai privilegiati. Che gli squilibri tanto divaricati fra le condizioni economiche dei diversi ceti o popoli si ritorcono come un boomerang anche contro i ceti ed i popoli agiati.

Forse è stata questa fulminante rivelazione che ha provocato un’onda di straordinaria generosità. I governi e le istituzioni sono stati larghi negli stanziamenti. Accidentata sarà la fase delle effettive erogazioni dei fondi stanziati. Persino incerta è la questione dei debiti dei paesi colpiti, sospesa fra una semplice moratoria o una totale remissione. Molto più spontanea ed impetuosa è stata l’affluenza dei contributi della società civile di tutto il mondo. Tanto che i Medici senza frontiere hanno invitato a sospendere le offerte.

Infatti il problema sarà quello di trasformare l’ingente quantità di euro e di dollari raccolti in case, in lavoro, in opere concrete per risanare i danni causati dall’onda malefica. I morti non potranno resuscitare ma almeno ai sopravvissuti dovrebbe essere possibile assicurare un futuro migliore.

Ma ecco delinearsi l’ombra di un’altra onda, l’onda del libero mercato. Quali canali orienteranno questa immensa ricchezza finanziaria? E’facile prevedere che su questa imponente massa di denaro si allungheranno gli artigli delle multinazionali, aziende certamente attrezzate ad organizzare la ricostruzione, ma mosse soprattutto dalla legge regina che governa il libero mercato, la legge del profitto. Quell’istinto ad accumulare che è insito nella natura dell’uomo. Quella parte di natura che è dentro di noi e che non abbiamo ancora imparato a padroneggiare. Quella indomita natura che ci muove e che è, più dello Tsunami, foriera di squilibri esplosivi.