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“Departures”: 5 artisti trentini emergenti

Dagli spazi dell'Opera Universitaria alla Galleria Civica di Trento, cinque giovani artisti propongono i loro lavori.

Check in è stata una rassegna di mostre organizzate dalla Galleria Civica di Trento volta ad evidenziare le nuove e giovani proposte dell’arte contemporanea in regione. Ventuno gli artisti che hanno esposto in poco meno di un anno al Centro Polifunzionale dell’Opera Universitaria, un numero assai significativo tenendo presente la costante carenza di spazi per l’arte giovane, per quella, insomma, ancora aliena da una presenza assidua nei circuiti ufficiali: gallerie, musei, fiere e via dicendo. Una proposta ancor più innovativa considerando le lamentele di numerosi artisti trentini di altre generazioni e già affermati, tutti concordi nel ribadire il poco interesse delle istituzioni pubbliche locali - su tutte il Mart - nei confronti del loro lavoro.

Dei 21 artisti che hanno partecipato alle edizioni di Check in, i tre curatori - Fabio Cavallucci, Cristina Natalicchio e Marco Tomasini - in parte consigliati da un sondaggio ospitato sul sito della galleria, ne hanno selezionati cinque, giudicati i più meritevoli. A questi sono stati concessi gli spazi della Galleria Civica, per una mostra, Departures (fino al 27 febbraio), che ha l’ambizione di farli approdare nei circuiti ufficiali dell’arte contemporanea. Ecco i nomi: Marco Adami, Rosario Fontanella, Massimo Vicentini alias Koan 01, Laura Scottini alias Laurina Paperina, Carlo Vedova.

Marco Adami (Trento 1972) propone un decorativismo organico e monocromatico in vasta scala, forme serpentine che sembrano spugne marine, sottili trame di microrganismi leggere anche quando realizzate con un tratto corposo, pieno. Queste linee sinuose ed avvolgenti vivono in perfetta simbiosi con il loro alter-ego, il vuoto, che riempie d’immaterialità gli spazi non tracciati dal segno degli arabeschi dalle molteplici ascendenze, dal tauriq arabo all’arte cinese dell’intaglio della carta, dai più classici origami fino alla decorazione ellenistica dell’Asia Minore.

Carlo Vedova (Pordenone, 1971) realizza vivaci pitture a smalto che in una sintesi formale lasciano intravedere qua e là riduzioni segniche di corpi femminili. La struttura sembra rifarsi talvolta a quella delle vetrate, ove in un’anima opaca di piombo viene imprigionata la lucentezza del vetro policromo. Il chiaroscuro è qui però completamente abolito, abbandonato per la nettezza del colore traslucido e smaltato, aggregato in forme talvolta scomponibili come puzzle. Ciò che ne risulta sono acide (e algide) forme neo-pop, non dissimili dal pop-costruttivismo del duo di grafici Blanka e Negro, del quale già ci occupammo sulle pagine di QT (L’arte incollata sui muri).

Laurina Paperina, “Infetto” 2004.

Laurina Paperina (Rovereto, 1980) è la più giovane artista del gruppo, ma anche una delle personalità più promettenti in mostra. Il suo immaginario è popolato da mostriciattoli desunti dai più elementari cartoons, come dall’immediatezza visiva di Internet. Queste figure minime, abbozzate con semplicità e simpatia, si presentano centuplicate in situazioni sempre diverse; uno specchio caleidoscopico della possibilità che non nasconde una leggera critica, o per lo meno demistificazione, delle nuove tecnologie. E’ il caso della copiosa serie di disegni in mostra, realizzati indifferentemente con tecniche tradizionali o col computer, in cui Bubo, un mostriciattolo che può essere considerato un autoritratto stilizzato dell’artista, diventa lo spauracchio numero uno di Internet, il virus. Rete a parte, l’universo di Laurina Paperina sembra guardare anche ad alcune delle forme più curiose della street-art, come i mostriciattoli di Space Invaders (Street art: gallerie a cielo aperto), realizzati a mosaico nei quattro angoli del mondo, o quelli ad adesivo di Influenza e Buff Monster: un linguaggio comune assolutamente contemporaneo ed immediato, piacevole e al contempo riconoscibile.

 Koan 01  (Rovereto, 1979) è senz’altro l’anima multimediale, interattiva e mediaticamente critica della mostra. Umodel è un’interessante ricetta tecnologica i cui ingredienti sono la sociologia, i luoghi comuni e le apparenze, lo stravolgimento mediatico della realtà. Lo spettatore è invitato a scoprire da sé questo progetto multimediale, sedendosi a una postazione pc e rispondendo a una serie di semplici quesiti attitudinali, alcuni dei tanti che compaiono su Internet o sui periodici ad alta tiratura e che la gente compila per sapere quanto è intelligente, quanto è sensuale, quanto è tollerante. Alla normalità della forma segue però lo spiazzamento della conclusione, assolutamente non consequenziale alle risposte date. E così, un pacifista doc può ritrovarsi, a fine test, inserito nel profilo del perfetto xenofobo. Una riflessione sull’inattendibilità dei media presente anche in Desert, un video che pone sotto un unico, distorto segnale formule biochimiche e entraineuses televisive, interferenze e mezzi busti dei telegiornali.

Rosario Fontanella, “Homo” 2001.

Rosario Fontanella (Napoli 1978) è del gruppo quello che forse offre una maggiore varietà di soluzioni tecniche, dal video all’olio su tela, dall’acrilico su carta ad improbabili pittogrammi segnaletici. Sono questi ultimi, senza nulla togliere alle sue altre opere, ad apparire i più mediaticamente interessanti: agendo sul più classico dei pittogrammi antropomorfi istituzionali - quello che rappresenta l’uomo - Fontanella attua delle disordinazioni segniche che si ripercuotono, inevitabilmente, anche a livello semantico.