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La foresta dei pugnali volanti

Il cinese Zhang Yimou realizza, in risposta alle imitazioni hollywoodiane, un film di arti marziali limitato nella trama, ma di grandissima suggestione visiva.

L’uscita nelle sale di "Hero", l’ottobre scorso, ci ha già mostrato come Zhang Yimou sia un regista che davvero può permettersi di fare quel che vuole: il mélo, il neorealismo, il cinema acido. E il wuxiapian, cioè il cappa e spada, il film di arti marziali. Con "La foresta dei pugnali volanti", Zhang Yimou firma ora il suo secondo film consecutivo all’interno del genere principe del cinema d’Oriente.

Nella presentazione di "Hero", il nome del regista di "Lanterne rosse" e "Keep Cool" era stato oscurato. L’intenzione era quella di nascondere il volto autoriale e le vittorie festivaliere di Zhang Yimou per far passare il film come una pellicola di azione e di avventura protetta dalla formula magica "Quentin Tarantino presenta". In un articolo su "Film Tv", il redattore de l’Unità Alberto Crespi ci ha spiegato che nel cartellone di "Hero" il nome del regista era scritto in "corpo Cossutta", cioè nel carattere piccolissimo con cui venivano pubblicati dal quotidiano del PCI gli articoli-lenzuolo di Armando Cossutta. Questa operazione promozionale non solo non rendeva giustizia a un grande autore, ma non teneva nemmeno in considerazione il fatto che Zhang Yimou, per realizzare i suoi ultimi wuxiapian, ha visibilmente fatto tesoro del patrimonio figurativo accumulato in vent’anni vissuti da protagonista numero uno del cinema cinese. Il suo passato, che per gli uffici marketing andava occultato, è invece presente in questi due film, in apparenza di "genere" e non "d’autore". Eppure tutti (compresi gli uffici marketing) sanno che questa distinzione è saltata da un bel pezzo. Il buon successo commerciale di "Hero" ha fatto se non altro ingrandire il nome di Zhang Yimou nel manifesto de "La foresta dei pugnali volanti".

Del wuxiapian negli ultimi sette-otto anni è arrivata in Occidente (meglio: nel cinema USA) un’ultima ondata di adattamenti e di interpretazioni. L’import, iniziato con la cooptazione dei registi Ang Lee e John Woo, è proseguito con i voli marziali di "The Matrix" e poi sommariamente - con esiti alterni - con i quattro Oscar dell’Academy a "La tigre e il dragone", via via fino a "L’ultimo samurai" e a quella che è forse l’unica traduzione filologica e creativa: “Kill Bill I” di Quentin Tarantino. L’importazione di uno stile nel girare le scene d’azione è stato il sasso che ha generato una massa franosa tuttora inarrestata: il tentativo di appropriazione, da parte di Hollywood, di un intero immaginario.

Davanti a tutto ciò, Zhang Yimou sembra voler reagire come nel 1965 l’americano Bob Dylan di fronte al dilagare della British Invasion: bringing it all back home, cioè riportando tutto a casa, nel posto in cui una tradizione è nata - il rock nel caso di Dylan, il film di arti marziali nel caso di Zhang Yimou.

Con "Hero" e adesso con "La foresta dei pugnali volanti", il regista cinese è riuscito infatti a realizzare l’attuale non plus ultra cinematografico per quanto riguarda le scene di combattimento e di kung-fu. Quello che viene messo in atto è semplicemente un superamento estetico. L’innovazione non si colloca certo al livello del racconto o dei contenuti: la storia della casa dei pugnali volanti è lineare, persino fragile nella conclusione, comunque sempre piacevole nella sua convenzionalità fatta di sorprese e di tradimenti. Il vero passo in avanti - anche rispetto a "Hero", che rimane tuttavia più corposo a livello di trama, strutturata intorno a una riflessione tutt’altro che banale sul tema dei rapporti tra individuo e potere - è appunto quello giocato a livello di costruzione estetica dell’immagine.

La prima sequenza capace di meravigliare è all’inizio, quando la guerriera cieca protagonista del film mette in scena una danza in una casa di appuntamenti. La donna, con dei veli colorati, ritma i movimenti in base al suono di fagioli lanciati contro un semicerchio di tamburelli dal protagonista maschile, la guardia imperiale. E qui bisogna solo guardare cosa è capace di creare Zhang Yimou con queste premesse: un gioco coreografico di danza che è come una carezza visiva. In confronto a scene come questa, tante delle occidentalizzazioni citate sopra risultano esteticamente nulle. Quando, poco dopo, si vede la macchina da presa che carrella velocissima in avanti, in un bosco, parallela o appena dietro ai cavalli in corsa, schivando gli alberi come paletti dello slalom, si finisce per arrendersi definitivamente alla culla estetica predisposta per noi dal regista. Certo, gli effetti speciali digitali sono usati senza parsimonia, ma con una maestria visiva che non costringe gli attori, come spesso accade a Hollywood, a recitare spaesati dal blue-screen, figurine incollate a fondali computerizzati. Qui, l’integrazione tra personaggi (e i loro costumi), paesaggio (foreste di canneti, boschi di betulle, prati innevati) e digitalizzazione raggiunge una consonanza quasi astratta, di una suggestione totale.