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Due “piccole” mostre

”Gli animali e i loro uomini” - disegni di Ericailcane. Rovereto, Biblioteca Civica, fino al 26 febbraio. Claudio Verna. Trento, Enoteca “Grado 12”, fino al 30 marzo.

Col bizzarro pseudonimo di Ericailcane, che forse è già indizio di una poetica, un giovane artista presenta a Rovereto un ciclo di disegni, più alcune incisioni e pupazzetti, elementi di un bestiario fantastico in cui convivono senso del mostruoso ed ironia, gusto per lo straordinario ed umorismo macabro.

Il fatto di essere esposti entro vetrine orizzontali non fa che esaltare il gioco della simulazione pseudo-scientifica, in cui gli usi propri delle catalogazioni anatomiche o dei repertori di scienze zoologiche otto-novecenteschi sono espressamente richiamati (al punto di inserirne anche campioni nelle bacheche) a dialogare con le "ricerche" del nostro artista. Le quali ricerche si esercitano (con finta umiltà e reale finezza di contaminazioni e rimandi) su poveri fogli recuperati, pagine di vecchi quaderni, abbecedari e libri di conti, talvolta sovrapponendo i propri segni a tracce di precedenti scritture. E’ il suo modo di marcare, anche sul piano stilistico, quel gioco degli accostamenti, quei "binomi fantastici" che generano autentiche idee narrative. Racconti inquietanti, ovviamente. Come accade con la scimmietta in giacchino che cavalca uno scheletro forse umano e forse no; i tre coniglietti intenti a montare e sorreggere un altro grande apparato scheletrico, quasi fossero allestitori in un gabinetto di paleontologia; il non identificato animale in giacca invernale che modella un pupazzo di neve, l’uno e l’altro coi tratti mostruosi di personaggi alla Bosch; fino ad assemblaggi di oggetti e animali che rivelano appieno l’ascendenza surrealista alla quale l’autore non solo non intende sottrarsi ma che, al contrario, esplicita fin dal titolo ("Gli animali e i loro uomini") tratto da un testo del poeta Eluard, tra i fondatori del movimento.

Resta, anche, il sapore di un sottile divertimento di Ericailcane nel dissacrare un certo filone di uso e abuso edulcorato dell’animale antropomorfo, rivolto soprattutto ai bambini, di cui conosciamo esempi fin troppo illustri.

Può apparire curioso che un pittore come Claudio Verna (importante e come tale riconosciuto, ad esempio, da ripetuti inviti alla Biennale di Venezia), che non ha mai frequentato la figurazione in quasi cinquant’anni di attività, dica di sé: "Il giorno in cui non mi indicheranno più come pittore astratto, ma solo in quanto pittore, sarà un grande giorno per me". Ma, osservando le opere esposte in questi giorni a Trento si capisce perché l’etichetta di astratto gli vada stretta, e perché, più in generale sia diventato allergico alle etichette.

Il suo linguaggio dà il primato al colore, nel senso che ogni intervento di organizzazione e trattamento della superficie nasce in funzione dell’emozione cromatica. Non parliamo di monocromi estremi e "vuoti" alla Rothko (che rimane senz’altro tra i grandi riferimenti culturali di chi dà il primato al colore) ma di campi in cui viene stabilita una dialettica esplicita tra ragione e sentimento, tra pensiero ordinante e abbandono lirico, in forme non ripetitive. Può trattarsi di una pulsazione forte che si dilata in tocchi larghi e alterni di rosso e di giallo; dell’interferenza breve, quasi di un taglio geometrico in un campo di pennellate istintive che indagano il verde in misteriosi risvolti; della tessitura di una trama preziosa, ad ottenere toni che trattengono una memoria del mondo vivente, come accade in alcuni pastelli di puro piacere percettivo, dove però è presente, quasi come controcanto, il senso di un pensiero ordinante. Dunque, se di astrazione si tratta, è qualcosa di molto lontano dal rigorismo raziocinante."Se pensassi che all’interno delle mie opere non c’è traccia né memoria delle cose e degli uomini, non mi interesserebbero", dice l’autore. D’altra parte, come è stato fatto notare, Claudio Verna non è nemmeno apparentabile all’ambito della pittura di gesto o in qualche misura di ascendenza informale, pur avendo egli mosso i suoi primi passi in quel contesto culturale. Lo fa notare anche Fabrizio D’Amico, osservando "quelle strusciate del pennello: qualcosa di meno, sempre, di un gesto, di cui Verna non condivide l’urgenza e la foga", e che sono invece come "uno sciabordare, il battere della risacca, un colpo di vento sulle foglie secche".

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