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Wojtyla: oltre il limite umano?

La figura straordinaria di Karol Wojtyla viene elevata da cardinali, Tv, politici ossequienti, masse di fedeli plaudenti, al di sopra dei comuni mortali: con conseguenze pesanti sul dialogo ecumenico e sulla stessa religione, ridotta ad emozione. C'è poi il problema del governo della Chiesa...

Come ogni credente, papa Giovanni Paolo II interpreta la storia alla luce della fede: tutti gli eventi umani non sono semplici fenomeni storici ma fanno parte, più o meno misteriosamente, del disegno di Dio sull’umanità. Così come nazismo e comunismo sono visti come ideologie del male, e la loro sconfitta rappresenta una vittoria dell’uomo e di Dio, in piccolo la propria malattia e sofferenza è colta dal Papa come un momento doloroso ma essenziale per la sua missione di successore di Pietro. Nello stesso modo in cui dal male si può trarre un bene, dalla sofferenza si deve passare per ottenere la gloria.

E’ questo il mistero cristiano che Karol Wojtyla vive in maniera particolare. Perciò, almeno finché le facoltà mentali rimarranno intatte, il Papa sicuramente non si dimetterà: per lui lasciare il soglio pontificio sarebbe opporsi alla volontà di Dio.

Può darsi che Giovanni Paolo II riesca ancora una volta a riprendersi da questa situazione, possa recuperare quel filo di voce necessario per parlare con i fedeli e quindi sia in grado di tornare al lavoro (benché questo sia un eufemismo, in quanto si dice che il pontefice "lavorasse" prima del ricovero due o tre ore al giorno). Perseverando fino alla fine, il Papa vuol dimostrare che si può guidare la Chiesa in altro modo rispetto alle consuetudini, attraverso quello che è stato chiamato "il magistero della sofferenza". Mediante la profonda convinzione cristiana che la sofferenza sia via per la salvezza, ma anche mediante un’indiscussa abilità di comunicatore, il Papa riesce a trasformare il suo declino fisico, il suo obbligato silenzio in una nuova tappa del suo pontificato.

In questo senso la figura eroica e straordinaria di Karol Wojtyla viene elevata da cardinali, prelati, televisioni, predicatori, politici ossequienti, masse di fedeli plaudenti, al di sopra dei comuni mortali, fino a diventare "l’arcata che congiunge la terra a Dio", come ha scritto Avvenire.

L’idea di un Papa oltre ogni categoria porta pesanti conseguenze sul piano del dialogo ecumenico con le altre chiese cristiane che, a detta di tutti gli osservatori, in questo ultimo periodo si è quasi congelato.

E’ noto infatti che uno dei più grandi dissidi tra cristiani risiede nel ruolo e nella figura del sommo pontefice che dovrebbe essere un vescovo come gli altri, ma con la funzione di guida e di massima autorità. Le vicende odierne ci riportano a un Papa la cui superiorità sugli altri vescovi è definitiva, ontologica, suggellata da un lento martirio: dalla figura del pontefice dipendono in toto le sorti della Chiesa, e non solo dal punto di vista dogmatico.

Ma le conseguenze non sono positive: scrive Alberto Melloni in "Chiesa madre, Chiesa matrigna": "All’ammirazione per la figura spirituale del Papa così insistita nei media fa da contrappeso una certa eclissi dei vescovi... La sovraesposizione della figura papale e l’esaltazione del suo successo mediatico e di pubblico ha paradossalmente depresso l’autoconsapevolezza del clero".

Da un punto di vista spirituale e soprattutto mediatico, Giovanni Paolo II èla Chiesa cattolica in una maniera davvero inusuale rispetto al passato: la mobilitazione di masse oceaniche di giovani è solo un esempio della forza simbolica del pontefice. Sicuramente questa impostazione "carismatica" nasce dalle convinzioni più profonde del Papa e connota in maniera inequivoca la visione ecclesiale wojtyliana. Non è un caso che in questo pontificato i movimenti carismatici (Comunione e Liberazione, Rinnovamento dello Spirito, Opus Dei e Focolarini) siano stati esaltati e posti a modello per l’intera Chiesa: fatto abbastanza straordinario ricordando come, nei decenni scorsi, i gruppi eccessivamente leaderistici fossero visti con sospetto dalla gerarchia.

Per Giovanni Paolo II essi sono il futuro e la speranza per il mondo cattolico. Ma potrebbero rappresentare anche un pericolo. Il sociologo cattolico Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, mette in guardia: "Si arriva a una Chiesa emozionale, per gruppi, dove la soggettività viene catturata attraverso l’emozione. E l’emozione si traduce in religiosità, non in religione".

Questo Papa è un catalizzatore di emozioni. E deve (e vuole) rimanere così anche nella malattia: il futuro successore avrà un’eredità molto pesante.

In questo quadro si inserisce però il problema del governo ordinario della Chiesa, che da tempo non è più nelle mani del Papa malato. Sui giornali si rincorrono i nomi dei cardinali e monsignori che ora concretamente gestiscono questo momento di delicata transizione. Raggiungere e parlare col pontefice è appannaggio solo delle alte gerarchie vaticane e ovviamente degli onnipresenti segretari polacchi che, sicuramente in buona fede, si sentono sempre più autorizzati a interpretare le "vere" intenzioni di Giovanni Paolo II.

Questo ruolo dei segretari è l’aspetto più enigmatico e inquietante della vicenda: mentre infatti i vari cardinal Ruini, Sodano o Ratzinger sono in qualche modo legittimati a gestire il loro potere e le loro competenze, i polacchi, che secondo le male lingue "occupano la curia", vivono in un limbo giuridico e pratico da cui è difficile uscire. Qualcuno potrebbe obiettare che così è sempre stato e che le cose non vanno poi così male, che la massa dei fedeli non avverte nessun cambiamento, basta fargli "vedere il Papa". Ma a lungo andare (perché il fisico e lo spirito di Karol Wojtyla possono resistere ancora per anni) dovrebbe imporsi una scelta diversa.

Impossibile comunque, senza la possibilità di consultare fonti interne, dare un quadro dell’entourage più vicino al pontefice e quindi chiarirne i meccanismi. Più evidente invece è il ruolo assunto dai vari cardinali che, intenzionalmente o meno, acquisiscono nuove competenze.

Il cardinal Ratzinger.

Il cardinal Ratzinger, per il suo ruolo di custode dell’ortodossia, in quanto Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede (ex Santo Uffizio) sta pian piano diventando un vice-papa sulle questioni dottrinali, ovviamente interpretando a suo modo il pensiero del pontefice. Così gli insistiti richiami di Giovanni Paolo II alle radici cristiane dell’Europa si trasformano, attraverso il potente megafono di Ratzinger, in bordate, garbate nei toni ma inflessibili nella sostanza, contro il "relativismo" etico, il nichilismo laicista e la perdita della propria identità che sta distruggendo il vecchio continente. Seguono, a modo di esempio per dare un’idea della trasformazione in atto, i duetti con Marcello Pera e con gli "atei devoti", le sempre più frequenti dichiarazioni e apparizioni televisive del cardinale, la celebrazione del funerale di don Giussani. Sconvolgente ma istruttiva la visione del cardinale - splendido e terribile nei suoi paramenti - che, per l’occasione, rilanciava il pulpito del Duomo di Milano per predicare, forse con maggior autorevolezza, ai ciellini e ai ministri del governo, mentre il Papa infermo veniva ricoverato d’urgenza al Policlinico Gemelli per una crisi respiratoria.

Il presidente della CEI Camillo Ruini.

Un altro caso evidente è rappresentato dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) presieduta dal cardinal Camillo Ruini. Le parole del Papa contro la guerra in Iraq (e ci sembra che per capirle non ci fosse bisogno di interpreti polacchi) sono state tradotte da Ruini nell’indimenticabile omelia per i "martiri" di Nassiriya portati come esempio di amore cristiano. Con le armi.

E non solo: anche in merito al referendum sulla procreazione assistita siamo di fronte a un modo di procedere della CEI leggermente diverso dagli atteggiamenti fermi e battaglieri a cui ci ha abituato il Papa. Dal punto di vista del principio, ovviamente, non esiste differenza tra Giovanni Paolo II e il cardinal Ruini, ma quest’ultimo, per raggiungere lo scopo di difendere la legge e far fallire il referendum, utilizza tutti i metodi della politica ordinaria. Comportamento che sarebbe molto inusuale nel pontefice. La fortissima e troppo insistita campagna per l’astensionismo (che - intendiamoci - rappresenta la via più semplice per disinnescare la consultazione) alla lunga fa perdere autorevolezza alla stessa Chiesa italiana che, agli occhi di molti (sempre una minoranza, comunque), è troppo invischiata in logiche di potere.

Mentre il Papa, sofferente e silenzioso, continua la missione e la sua icona conquista ed esalta i fedeli, la curia romana si arrangia come può e i vari cardinali aumentano la loro influenza, acquistano sempre maggiori spazi di influenza, spesso ostacolandosi a vicenda.

Lunga vita a Giovanni Paolo II, dunque, ma sarebbe bello (anche se impossibile) che anche i cardinali approfittassero di questo momento per maggiore silenzio e sobrietà.