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Il volto atroce della fotografia

Conversazione con Ando Gilardi, ultra-ottantenne “ragazzo-immagine”, divulgatore e studioso delle immagini degli orrori.

Ogni giorno, immancabilmente, il nostro sguardo si posa su migliaia di immagini, molte delle quali artificiose, artefatte secondo le tattiche del desiderio: sono le immagini pubblicitarie, pronte ad offrirci modelli di vita e di consumo, decise a sedurci con tette e culi esibiti per vendere lavatrici, bevande, detersivi, automobili, sistemi d’allarmi e quant’altro. Altre immagini vengono spesso abusate, accoppiate scorrettamente con suoni, rumori, frasi ad effetto: è la violenza fruibile in poltrona, panacea dell’audience televisivo, merce prima di programmi come "Real Tv" o di telegiornali trash come "Studio Aperto". Che sia la velina desnuda da calendario, la mamma in lacrime del "piccolo Samuele", il corpo martoriato di un disgraziato, il seno rifatto al centro del talk-show pomeridiano, le piramidi umane immortalate dalla divertita marine o quant’altro, lo shock delle immagini nude e crude è oramai il nostro pane iconografico quotidiano.

Russia, guerra civile: quando i bolscevichi mangiavano i bambini (Phototeca, n. 3)

In queste pagine facciamo conoscenza con Ando Gilardi, un personaggio assai singolare che da decenni si occupa d’immagini ‘forti’, soprattutto (ma non solo) fotografiche, tanto da aver dedicato all’argomento una lunga lista di pubblicazioni, tra le quali la più fortunata è forse la rivista trimestrale Phototeca.

Nato in provincia di Alessandria nel 1921, Gilardi comincia ad occuparsi di fotografia nel dopoguerra, ricercando, restaurando e riproducendo le immagini del conflitto (in particolare dei crimini nazifascisti) per conto di una commissione incaricata della raccolta di documentazione per i processi ai crimini di guerra. In quegli anni fonda anche quella che oggi è la Fototeca Storica Nazionale di Milano che porta il suo nome. Lavora in seguito come giornalista, prima all’Unità, in seguito per i settimanali Lavoro e Vie Nuove, proseguendo al contempo l’attività di ricercatore di materiale fotografico, rivolgendo soprattutto l’attenzione alla fotografia etnografica.

Dal 1962 l’interesse per il mezzo si rafforza ulteriormente, ampliandosi dalla ricerca storica all’organizzazione di mostre, alla fotografia giornalistica, artistica ed industriale, collaborando tra l’altro con le enciclopedie "Universo" e "Le Muse" e a riviste come Popular Photography Italiana e Progresso Fotografico. E’ stato tra i primi realizzatori in Italia di libri elettronici, attività proseguita con la creazione di CD ROM, il più significativo dei quali è "Museum of Museums of Italian Renaissance Art", realizzato in Giappone.

La sua creatura forse più nota è però Phototeca, una trentina di corposi numeri monografici trimestrali - oltre a numerosi speciali - usciti a partire dal 1980. Il primo numero, "Ladri puttane & poco di buono", andò subito esaurito, tanto che fu subito ristampato; il segreto del successo della rivista fu nella copiosità di immagini forti (soprattutto fotografie, ma anche antiche illustrazioni a stampa e disegni) ed in testi assolutamente brillanti dal taglio sociologico dedicati a inaspettati argomenti.
In quel primo numero apparvero ad esempio servizi dedicati all’uso della gogna pubblica dal medioevo al nazismo, alla fotografia di criminali, alle immagini dei delitti più atroci, alla prostituzione nell’ex Africa italiana e alla fotografia erotica dell’Ottocento. Non meno sui generis gli altri numeri, dedicati ad esempio ai bambini ("il bambino come prezzemolo straziante dell’iconografia", come ancora oggi insegnano molte trasmissioni televisive), alle catastrofi ("Catastrofi, batoste, maledetta sfiga & soluzioni finali"), alla gente cosiddetta comune, e perfino al risorgimento ("Garibaldi lingualunga, rotte & rutti interessanti"), quest’ultimo rivolto in gran parte all’iconografia garibaldina, dalla fotografia storica alla satira, dalla propaganda politica a quella commerciale. Abbiamo fatto qualche domanda a questo profeta a questo "ragazzo immagine"…

In quale modo è iniziata la sua avventura con la fotografia?

"Nel dopoguerra, lavorando per gli americani nella riproduzione di documenti e immagini utili per i processi ai criminali tedeschi. La guerra nella sua totalità può essere vista da chi lo desideri e per la prima volta nella storia solo da quando esiste la fotografia, e intendo anche quella dei fotogrammi dei documentari".

Ando Gilardi.

Si è fatto degli anticorpi per le immagini più forti?

"Per le immagini forti si formano in tutte le persone anticorpi più o meno rapidamente. L’effetto ‘sensazionale’ più prolungato lo fanno le immagini della sessualità: quelle che gli sprovveduti chiamano ‘porno’. A questo punto si assiste ad un interessante fenomeno che merita di essere studiato: l’erotismo manuale, pittografico, insomma fatto a mano, prende il posto di quello fotografico, perché l’immaginazione supera ampiamente le possibilità fisiche della sua rappresentazione davanti all’ obiettivo".

Cosa pensa di quei siti Internet come "Rotten" che forniscono immagini splatter di cadaveri, mutilazioni, esseri deformi? Secondo lei, come mai attraggono queste immagini ripugnanti?

"Perché i cosiddetti esseri umani hanno istinti profondi che sono anche crudeli e bestiali: l’uomo è l’unico mammifero superiore che uccide a milioni le sue femmine e i suoi cuccioli, non solo facilmente ma spesso con un gusto che viene chiamato eroismo e coraggio… Queste immagini attraggono perché appagano questo tipo di desideri inconsci e più o meno profondi. Se i leoni avessero possibilità grafiche, amerebbero le immagini delle gazzelle squartate. Per gli esseri umani le gazzelle sono altri esseri umani".

Un numero di Phototeca.

Quanto rimane ancora da scavare nel campo della fotografia storica?

"Tantissimo, specialmente nei giacimenti della fotografia cosiddetta ‘degli orrori’, e questo non tanto per amore della conoscenza ma per quel gusto che dicevo prima".

Come nacque ‘Phototeca’ e qual è stato, secondo lei, il punto forte di questa rivista?

"Phototeca, trimestrale curato da me e da Roberta Clerici, nacque nel 1980 dalla semplice idea di trasportare in un fascicolo quella che poteva essere la sezione di un archivio di immagini bene organizzate e descritte. In totale la rivista pubblicò oltre 20.000 immagini, accompagnate da piccoli quanto avvincenti saggi. Morì perché era troppo intelligente; non lo era egualmente l’editore…

La cosa curiosa è che oggi un vecchio numero di Phototeca costa da dieci e venti volte il prezzo di copertina".

Com’è cambiata la comunicazione visiva nell’era di Internet?

Far West: il ritrovamento di un colono scotennato.

"E’ cambiata radicalmente: un salto epocale immenso, maggiore di quello che ha portato dal sistema tolemaico a quello copernicano, maggiore di quello determinato dall’ invenzione della stampa. Ovviamente parlo di Internet come mezzo di trasporto e distribuzione delle informazioni, specialmente visive. L’uomo comune, e specialmente gli insegnanti, non se ne rendono conto ma con Internet comincia a morire la scuola, poi muore e rinasce l’Arte, poi la stampa …e siamo appena al principio. Con Internet e allegati e connessi cambierà radicalmente la società".

Cosa rimane dell’evocazione che può suscitare un’immagine nell’era del multimediale?

"La misura non cambia: l’evocazione che provocava un secolo e mezzo fa una fotografia oggi la provocano centomila".

La fotografia può restituire ancora gli umori, la quotidianità, lo spirito di un’epoca passata?

"L’immagine fatta a mano, il quadro, la stampa, il disegno, non restituiscono niente: nascondono, coprono, è la loro funzione. La fotografia, al contrario, restituisce quello che ha visto".